venerdì, 15 Novembre, 2019

Ilaria Alpi, l’altra verità. 25 anni senza una risposta

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Ilaria Alpi era consapevole dei gravi rischi: «A Modagiscio è tutto diverso, il pericolo è dietro ogni angolo». Per sei viaggi tutto filò liscio, nel settimo invece ci lasciò la vita. L’inviata del Tg3 fu uccisa a Mogadiscio assieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin. Lei aveva appena 32 anni, il suo collega triestino 43.

Sette killer armati su una Land Rover sbarrarono la strada alla Toyota sulla quale viaggiavano i due giornalisti italiani con due uomini di scorta e l’autista. Scesero in due dal fuoristrada e spararono con i mitra: Miran Hrovatin morì subito, Ilaria Alpi poco dopo. Era il 20 marzo del 1994. Venticinque anni dopo ancora non si sa la verità: non si sono scoperti né gli assassini né gli eventuali mandanti.

In questi anni l’ipotesi più accreditata è stata quella dell’agguato su commissione, una trappola mortale legata al traffico di armi e di materiali radioattivi in Somalia. Ma Pino Nazio tende ad escludere questa pista in Ilaria Alpi, l’altra verità, Edizioni Ponte Sisto, 12 euro prezzo di copertina. Nel libro di Nazio, giornalista in sintonia con Ilaria Alpi, c’è una puntigliosa ricostruzione della drammatica vicenda della giovane inviata di guerra del Tg3.

Nel 1994 la Somalia era una nazione sprofondata nel caos. Si contendevano il potere a colpi di kalashnikov il presidente somalo Ali Mahadi Mohammed, il generale Mohammed Farah Hassn, detto Aidid, ovvero “il Vittorioso” e i fondamentalisti islamici.

Il 20 marzo di 25 anni fa, proprio il giorno dell’uccisione dei due giornalisti, la missione di pace dell’Onu Unosom, che aveva cercato di porre fine alla sanguinosa guerra civile e di aiutare la popolazione civile, stava ultimando le operazioni per lasciare la Somalia.

Il tenente colonnello Gianfranco Paglia, presente con Valter Vecellio nel dibattito a Roma per presentare il libro di Nazio, ha spiegato: «La Somalia era un paese distrutto e ad alto rischio». Lui ne sa qualcosa: nel 1993 fu gravemente ferito a Mogadiscio nella battaglia del Pastificio e da allora è costretto su una sedia a rotelle. Nell’agguato morirono 3 soldati italiani e 22 furono feriti. Le bande somale usavano come scudi umani vecchi, donne e bambini. Paglia ha raccontato: «Gli altri contingenti militari sparavano subito, noi no ma questo comportamento può far pagare alti costi».

Il libro è giudicato dall’inviato del Tg2 Vecellio «non comodo» e «impopolare» da Nazio. Il volume parla di manipolazione di documenti, di comportamenti «anche dolosi» delle autorità somale ed italiane. Manca il colpevole del crimine. Nazio pensa più alla pista della vendetta somala che al quella del traffico di armi e di scorie radioattive. Parla dell’arrivo di un alto ufficiale del presidente Ali Mahadi dopo l’assassinio dei due giornalisti italiani. L’autore scrive nel libro: «Il colonnello Gafo si lascia sfuggire che il commando si sia trovato lì per aspettare qualche italiano, perché dovevano colpire il nostro paese, reo di non aver risarcito i somali danneggiati». Quella zona di Mogadiscio era controllata proprio da Ali Mahadi e lui aveva un cattivo rapporto con Ilaria Alpi perché l’accusava di parteggiare per Aidid. Non solo. Criticava l’Italia per la decisione di lasciare la Somalia.

Una volta Ilaria Alpi disse ai genitori preoccupati per la sua vita: «State tranquilli, noi alla Somalia abbiamo già dato». Filippo Quirighetti, bisnonno di Ilaria, direttore delle dogane di Mogadiscio, venne assassinato nel 1896 vicino alla capitale somala. Anche Ilaria, cento anni dopo l’avo, fu uccisa a Mogadiscio. A pensare che, qualche giorno prima di essere assassinata, annunciò un suo servizio ai colleghi della redazione esteri del Tg3: «Roba grossa».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

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