mercoledì, 1 Aprile, 2020

Ilva, ancora nessun accordo con l’azienda

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“Per quanto riguarda Ilva, il progetto che è stato anticipato non va assolutamente bene, mi sembra sia molto simile a quello originario e lo respingiamo. Lavoreremo a quelli che sono gli obiettivi che ci siamo prefissati con Mittal e che il signor Mittal si è impegnato con me personalmente a raggiungere”. E’   quanto ha dichiarato il premier Giuseppe Conte  in risposta al piano industriale 2020-2024 presentato da ArcelorMittal per l’ex Ilva.  Si tratta di come un passo indietro: 2.891 esuberi subito, per arrivare a 4.700 nel 2023 sono numeri inaccettabili. Sembra un piano scritto su misura per essere respinto un modo da scaricare su altri la responsabilità di un (eventuale) fallimento della trattativa.

Gli esuberi sono solamente 300 in meno rispetto ai 5.000 paventati da Mittal nell’incontro a palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte. Un numero che, secondo i sindacati, arriva a 6.300 considerando anche i lavoratori nell’Ilva in amministrazione straordinaria.
Il governo sta giocando un’altra carta: la prossima settimana presenterà una sua proposta di piano industriale che punta a fare dello stabilimento di Taranto un impianto siderurgico all’avanguardia con uso di tecnologie sostenibili.
Lo Stato è pronto a investire e ad ‘accompagnare’ l’azienda per arrivare ad una produzione di 8 milioni di tonnellate in grado di tutelare i livelli occupazionali. ArcelorMittal, invece, nel 2019 ha registrato un’uscita di cassa di 1 miliardo, prevede di arrivare a 6 milioni di tonnellate dal 2021, dai 4,5 del 2020.
Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, secondo cui la produzione deve essere più alta, ha detto: “Non è questa l’idea che ha il governo, con una parte che rimarrà a ciclo integrale come oggi, ovviamente con interventi manutentivi e una parte di forno elettrico e una parte di tecnologia green”.
Il forno elettrico è d’altronde previsto dal piano aziendale, che contempla la fermata nel 2023 del forno Afo2. A seguito di ciò, la copertura dei parchi è limitata a 500 metri, invece di 700 e gli investimenti sulle aree dismesse (cokerie, Afo2 e acciaieria) verrebbero ridotti.

Di fronte a queste prospettive, Patuanelli vuole comunque proseguire la trattativa affermando: “Siamo molto cocciuti. Cerchiamo di stare al tavolo e di arrivare all’obiettivo finale: non chiudere gli stabilimenti ma garantire una produzione siderurgica all’avanguardia con nuove tecnologie”.
Ma il tempo stringe ed entro il 20 dicembre (quando si dovrebbe pronunciare il Tribunale di Milano) bisogna capire se si può andare avanti con il confronto. Il ministro ha avvertito: “Se però la posizione dell’azienda resta rigida non ci saranno le condizioni per continuare a trattare. Condizioni escluse categoricamente dai sindacati, secondo cui gli esuberi sono inaccettabili”.
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha dichiarato: “Quello presentato non è un piano industriale, è un progetto di chiusura nel tempo di Taranto e di Ilva, una proposta che rasenta la provocazione”.

La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, ha detto: “L’incontro è andato malissimo, non ci sono le condizioni per aprire un confronto”.
Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha sostenuto: “Il piano è irricevibile”.
Così Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato per martedì 10 dicembre 24 ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo e nell’indotto, con una delegazione di lavoratori di Taranto che confluirà nella manifestazione già programmata da Cgil, Cisl e Uil a Roma.

Il caso Ilva è diventato emblematico, assieme al caso Alitalia, sulla lunga assenza di una politica industriale per l’Italia. Così il Paese, abbandonato alle iniziative di mercato, è diventato terra di conquista per le imprese straniere.

Salvatore Rondello

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