venerdì, 24 Gennaio, 2020

Ilva e ruolo pubblico. Se lo Stato c’è batta un colpo

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Il caso ILVA riporta all’attenzione del dibattito pubblico il ruolo dello Stato nell’economia.
Limitarsi a svolgere il ruolo di arbitro-regolatore dei mercati o impegnarsi direttamente nella produzione di beni e servizi? Sono i due noti punti di vista estremi ancora in campo, in un confronto che non può esaurirsi.
Il radicalismo ideologico è presente sia nell’uno che nell’altro campo e non aiuta a ricercare una soluzione che dovrebbe, invece, essere orientata da un più sano pragmatismo.
Non ci deve interessare la pruriginosa caccia al colpevole, figlia di una permanente campagna elettorale; la strumentale speculazione dell’opposizione della destra rispetto alle indecisioni del Governo e i distinguo dei vari leader dei partiti di maggioranza non aiutato ad imboccare la migliore strada utile al Paese.

Meglio faremmo a ripiegarci nel tentativo di trovare una via adeguata ai tempi, che tenga conto della complessità del gioco dell’economia internazionale, della necessità di rispondere alle istanze sociali e del ruolo strategico di un settore come quello della produzione dell’acciaio che è uno dei cavalli che trainano la carrozza ITALIA.
Sull’azienda ILVA è stato detto tutto, o comunque abbastanza, tanto da aver fatto comprendere all’opinione pubblica che la eventuale cessazione dell’attività produttiva rappresenterebbe un colpo molto forte per l’economia italiana stimato nell’1,5% del PIL nazionale e in una perdita di 12 mila occupati diretti cui si aggiungerebbe l’occupazione di tutto l’indotto diretto ed indiretto. Insomma una ferita profonda per il sistema Paese che impone l’adozione di una strategia tesa ad evitarla.
Non ci sono alternative.

La storia di questa azienda è una di quelle caratterizzate da numerosi momenti di sofferenza tipici della rilevante dimensione e soprattutto dalla dipendenza dei cicli di un mercato di dimensioni planetarie che nell’ultimo decennio ha visto la affermazione di nuovi Player. Oggi lo stabilimento di Taranto se lasciato semplicemente al gioco del mercato, nelle scelte di convenienza degli operatori potrebbe essere destinato realisticamente alla chiusura. La chiusura di Taranto genererebbe una redistribuzione di economie a beneficio di operatori esteri che dispongono di altri siti produttivi in grado di sopperire alla perdita della capacità produttiva di Taranto. La stringente logica di mercato vedrebbe l’ILVA facilmente fuori dai giochi. Ma il mercato, si sa, cerca la sua condizione di equilibrio e di efficienza a prescindere dagli effetti sociali che si possono scatenare. Il mercato tende alla generale massimizzazione dei risultati economici orientati principalmente da detentori del capitale e in un sistema economico “finanziarizzato”, fortemente evoluto, i dividendi per gli azionisti, si sa, sono la principale bussola di orientamento delle scelte. I capitalisti, come ironicamente affermano gli economisti, per loro connaturata essenza sono affetti da cecità, nel senso che non possono rendersi consapevoli degli effetti prodotti dalle loro decisioni sul complesso sistema economico.

In buona sostanza, ARCELOR MITTAL, fuori da ogni inopportuna valutazione etica, deve necessariamente muoversi dentro i drivers che spingono verso la massimizzazione del profitto, come è giusto che sia e, in questo caso, la strada sarebbe quella del ridimensionamento occupazionale per recuperare l’equilibrio economico compromesso dalla fase del mercato dell’acciaio, oppure della chiusura del sito produttivo con il conseguente spostamento delle quote di mercato su altri siti già esistenti, opzione che sembrerebbe essere quella più conveniente.

Questa condizione pone il Governo nazionale nella non semplice posizione di dover operare una scelta che non può essere la semplice attesa di un salvatore, un illuminato investitore desideroso di “evitare all’Italia” una perdita così significativa.
Ecco perchè non deve scandalizzare l’ipotesi di rivedere il rapporto tra Stato e economica di mercato in Italia.
Se la Germania, la Francia, l’Inghilterra possiedono partecipazioni nelle più importanti aziende nazionali, con risultati positivi in termini di ritorni finanziari, perchè l’Italia dovrebbe continuare a tenersi a distanza dall’industria?
Siamo sicuri che le privatizzazioni degli anni ‘90 siano l’orientamento da mantenere ancora oggi?

A un momento di crisi si risponde con strumenti straordinari. Il “laissez fare” del rigido liberismo è stato messo da parte anche da governi come quello Americano in una fase delicata per l’economia di oltre oceano. L’intervento nel settore bancario e nell’industria automobilistica del Governo Federale Americano, sono diventati oramai un caso di studio che non può essere sottovalutato. E’ stato un intervento diretto dello Stato nell’economia che in un momento di particolare crisi ha consentito di non perdere pezzi importanti del sistema, svolgendo una importantissima funzione transitoria sostitutiva, orientata alla successiva restituzione nelle mani degli investitori privati.
E’ un’esperienza che non può essere ignorata insieme a una più complessiva rivisitazione del rapporto tra Stato ed economia che negli ultimi decenni è stato influenzato da una tendenza neoliberista, inevitabilmente distaccata rispetto alla considerazione delle ricadute sociali e più in generale sul sistema Paese.

L’intervento dello Stato nel capitale dell’impresa, anche se solo in via transitoria, potrebbe consentire di affrontare ciò che non può essere affrontato con facilità dagli investitori privati: la storia dimostra che non è realistico pensare che il privato sia facilmente disponibile ad occuparsi dell’impatto ambientale e dei conseguenti investimenti. Nella stretta logica capitalista è ricorrente assistere alla “timida” azione verso la protezione dell’ambiente. D’altronde i numerosi casi dei siti contaminati presenti in tutte le regioni italiane ci confermano il tendenziale disinteresse alla protezione ambientale da parte delle imprese. Non tener conto delle reali esperienze significa far finta di non vedere la realtà.
La sostenibilità ambientale del business potrà essere affrontata o comunque più agevolmente sorvegliata con una presenza diretta e con un investimento di capitale da parte dello Stato insieme agli investitori privati.
Prendendo spunto da ILVA, l’ITALIA, nel rispetto delle regole europee, potrebbe riaprire il dossier della politica industriale, recuperando ciò che di buono l’esperienza dell’IRI ha prodotto in passato.

Un’esperienza, quella dell’IRI, archiviata troppo velocemente, sotto la pressione di un’opinione pubblica non proprio consapevole, probabilmente orientata. Troppo facile parlare di assistenzialismo di Stato utilizzando alcuni casi fallimentari di aziende che pesavano sul bilancio statale per smontare un sistema industriale dove brillavano alcuni gioielli come ENEL, ENI, TELECOM.

Ma in ogni caso meglio correre il rischio di far sostenere al bilancio pubblico le perdite di un’azienda produttiva, come ILVA, anziché pagare i maggiori costi per indennità di disoccupazione, cassa integrazione o “reddito di cittadinanza”, a disoccupati senza una vera prospettiva di reimpiego.
Industria deve significare sviluppo, cioè occupazione indispensabile per elevare il livello di benessere del Paese.

Su ILVA se lo Stato c’è batta un colpo!

Livio Valvano

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