domenica, 5 Luglio, 2020

In un saggio di Walter Barberis. La Shoah, un passato senza perdono

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blankE’ vero, questo   volumetto sullo sterminio nazista degli ebrei di Walter Barberis, (Storia senza perdono, Einaudi, Torino, Euro 12 ospitato nella collana Vele diretta da Andrea Bosco)  si può leggere in un’oretta. Tutto d’un fiato.
Non solo per la bella  scrittura. Ti avvolge con i suoi grumi sanguigni e le idee. Domande, interpretazioni e intarsi di culture polimorfiche sono stilizzati in una guaina lessicale di efficacia sorprendente.
Non era, e non è facile insinuarsi, e fare sentire il timbro di una voce diversa, nel grande flusso della spettacolarizzazione della Shoah. Siamo ormai ad una vera e propria industria dell’olocausto, nel senso precisato una decina di anni in un volume tradotto da Rizzoli, sullo sfruttamento della sofferenza degli ebrei.
La situazione è anche peggiorata perché, malgrado la sovrabbondanza dei riti commemorativi, l’antisemitismo sta rialzando la testa. Grazie all’anomia, all’assenza di priorità nell’insegnamento.
I sopravvissuti (come la senatrice italiana Liliana Segre) sono costretti a girare con armi improprie (diverse cioè dalla cultura storica e dall’etica civica),cioè sotto la protezione di guardie del corpo.
Alla fine della lettura di questo saggio, a marchiarvi-come un’effigie di fuoco sulla pelle-,è un sentimento prorompente, quel lo di una ferita ancora aperta.
La Shoah non vive blindata nel passato, ir rompe sul presente.
Le pagine di Walter Barberis vi fanno sen tire addosso per sempre il tormento,se no n l’afflizione,di una coscienza  infelice. Non vi darà pace per quanto vorrete aneste tizzarla circondandovi dell’avvertimento di Hanna Arendt sulla “banalità del male”.
Il tema è diventato quello di comprendere come normali cittadini possano diventare assassini grazie a iniezioni come lo zelo,la soggezione alla forza e al carisma dell’autorità.
Ci siamo lavati la mente e il cuore quando di fronte allo spettacolo atroce di  frotte(in realtà milioni) di cadaveri ambulanti, di sembianze di uomini e donne ingolfati, a ammuffiti, dentro divise a strisce bianche e nere a Mathausen, Treblinka Ausch vitz ecc,  ne abbiamo attribuito la responsa bilità a Hitler e ai nazisti. Oppure ci siamo avventurati nel fare un paragone con i campi di concentramento montati dai comunisti sovietici e cinesi.
Non serve a niente. Questo piccolo grande saggio dello storico piemontese è implacabile nel farti capire che alzare la guardia contro il nazifascismo e il comunismo,per sentirsi in pace,  è un auto-inganno. Un’illusione.
Nei concentrazionari dell’Urss e della Cina maoista  erano smistati, ed eliminati, i dissidenti,gli anti-partito, e quanti(fossero o no politici) non si erano piegati o peggio si erano rifiutati di servire il partito-Stato.
Nella Shoah ad essere messa al torchio e depotenziata, spogliata di ogni ragione, cioè disumanizzata, fu la stessa nozione elementare di essere umano.Se questo è un uomo, titolò il suo primo saggio Primo Levi.Venne rifiutato da Einaudi(che,però, ne sarà in seguito l’editore privilegiato) e pubblicato per la prima volta nel 1947 da una piccola casa editrice torinese (Francesco de Silva).
La riflessione di Barberis diventa spietata, una sorta di crudeltà non accidentale ma razionale, quando affonda il coltello, e allarga l’area della responsabilità, e quindi della colpevolezza.Non importa a quale grado, finisce per coinvolgere quanti furono antifascisti o pensarono di cavarsela dicendo di non occuparsi di politica.
Oppure di essersi arresi al dovere di fare u n calcolo molto pratico delle convenienze, cioè di privilegiare con un cedimento(o tradimento che dir si voglia) valori più grandi come la pace, la sopravvivenza della famiglia e della comunità, o l’aprirsi il ventaglio di tragedie ed efferatezze maggiori. Quella di Cicerone è stato un monito che non si esaurisce nel tempo: ”omnem memoriam discordiarum oblivione sempiterna delendam censui”.
Ci fu anche una variante nicodemitica, che nel linguaggio politico-storiografico si chiamerà “entrismo”..E’ la spiegazione fat ta propria dagli stessi dirigenti comunisti nel caso del giuramento di fedeltà al fasci smo e al suo capo di Concetto Marchesi. Non diversa da quella della maggioranza assoluta dei docenti universitari che in Italia negli anni Trenta si rifiutarono di astenersi da questo rito infame di cadere ginocchioni al cospetto del despota vincitore.era ., e dov’è oggi
E’ mancata per tempo la percezione di che cosa rappresentava la Shoah, vale a dire il venir meno,la scomparsa dell’idea stessa di umanità. L’uomo ha osato colpire sé stesso. Fu un laboratorio terrificante dove si fece la prova di un suicidio collettivo.
Quando lo storico ricostruisce, in diversi paesi (Germania, Francia, Italia,Polonia ecc.) le radici anche più remote di questo tentativo di eliminare dalla faccia della terra esseri come noi, uguali a noi, il dibattito sull’utilità, sulla stessa moralità di emettere il perdono, si sfrangia.
Se come esseri umani abbiamo offeso altri esseri umani (sia chiedendone la segregazione e la morte oppure tacendo-col mentire o col fare finta di nulla- quando questa lugubre vicenda ebbe corso), non si può invocare il perdono. Esso implica l’esistenza di un’umanità offesa, ferita, bisognosa di un qualche risarcimento. Dov’era e dov’è oggi, al di là di un pugno di reduci, di sopravvissuti allo sterminio?
Mi chiedo se la dimensione collettiva, quasi universale, del peccato di genocidio non elimini la stessa possibilità di parlare di perdono.Sarebbe come eleggere come nemico sé stessi, farsi la guerra, oltre a emettere sanzioni contro chi ti vive vicino, con cui spezzi il pane e bevi l’acqua.
Il saggio di Barberis non ha richiami alle fonti a piè di pagina. Ma al lettore è fornita una corposa Nota tematica e bibliografica. In una ventina di pagine è compendiata, con la guida ragionata dell’autore, la vasta saggistica sull’argomento.
Su questa traccia si può seguire come si è svolta la presa di coscienza della tragedia degli ebrei e dell’ebraismo. Cioè la rivolta, l’aggressione portata contro la stessa umanità.
All’iniziale silenzio sull’olocausto ha fatto seguito il desiderio di circoscriverlo, facen do entrare in campo circostanze come l’amnesia, l’amnistia, l’incredulità e l’oblio.
Tanta efferatezza e disumanità ha finito per alimentare anche l’impostura, una sorta di invenzione della bontà che ha prosperato nelle stesse fila di chi combatteva dalla parte avversa all’antisemitismo.
Il tema della falsa testimonianza e della testimonianza come finzione è intrigante. Dove passano le frontiere tra la storia e il romanzo? si è chiesto-nella rivista da lui fondata e diretta, Le Debat- Pierre Nora di fronte all’efficacia, non di rado, della narrativa di alcuni millantatori.
In molti passaggi appassionati e dolenti, Barberis mostra come il suo puntiglio di storico non sia un’arma spuntata o inutile. Sfilano ordinatamente, come le scansioni di un processo di lunga durata, le arti colazioni che ha assunto dopo la prima vera-estate 1945 la riflessione sulla sterminio degli ebrei.
Dall’iniziale silenzio degli scampati alle camere a gas alle prime stravolte, imbarazzate confessioni fino alle testimonianze. Alle prove documentali cartacee (come al processo di Norimberga e nelle auto biografie),seguirono i testimoni in carne ed ossa (come al processo contro Eichmann).
La memoria, come ricordava Primo Levi, è tanto meravigliosa quanto fallace.E Marc Bloch aveva esortato a diffidare dell’affidabilità delle memorie dei testimoni.
Pertanto, la mappa delle origini della disumanità, il vaglio delle testimonianze è passata nelle mani degli storici.
Poiché la parola del testimone ha assunto una capacità di verità superiore e uno statuto etico particolare (“che ha trasformato la sua esperienza in una via di accesso privilegiato al senso della catastrofe”), si è venuta delineando la necessità di differenziare (anche e soprattutto da un punto di vista epistemologico) l”’autorità della testimonianza” “dall’autorità della prova”.
In questa direzione i lavori di Frida Berto lini distinguono il significato (da attribuire agli eventi) dalla loro non attestazione. E ciò al fine di evitare controversie, come quelle legate ai falsi testimoni e alle falsificazioni della storia.
Ma sulla ricerca storiografica incombe un grande pericolo: quello dell’eliminazione programmata di molti documenti. L’impossibilità di disporre di spazi adeguati per conservarli ha indotto all’approccio del tema più generale dell’oblio. Nel 1999 l’editore bolognese il Mulino l’ha affrontato con la pubblicazione di H. Weinrich, Lete. Arte e critica dell’oblio.

Salvatore Sechi

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