giovedì, 9 Luglio, 2020

Infine e per ultimo, la scuola

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Almeno a parole ci siamo spesi per finanziare ogni cosa. Abbiamo anche minuziosamente impegnato più carta e inchiostro di ogni tempo per scrivere pagine e pagine di precisazioni subito fissate in DPCM, ordinanze e regolamenti. Tutto sembrava riportarci al passato recente quando da un Tribunale all’altro si trasportavano sul carrellino cigolante i vecchi faldoni che, peraltro, sono ancora di attualità, perché nel nostro Bel Paese tutto si digitalizza ma anche si fotocopia e timbra: quel suono rimbombante del timbro “bum bum”, che quasi pare la ricetta di una Tequila. Mi rassicurano comunque che presto passerà dagli uffici pubblici alle orchestre come l’ultimo degli strumenti a percussione.

Accidenti, sembra che abbia descritto una vecchia scuola imponente e un bidello d’altri tempi che la sapeva lunga sugli insegnanti; invece, ahimè, la scuola non c’entra nulla con la mia introduzione, ma c’entra molto con il mio articolo.
Per la nostra classe politica, dirigenti scolastici, professori e studenti sembrano interessare poco. Non solo dopo lo scoppio dell’emergenza coronavirus, ma in verità anche da molto prima. L’interesse è pari a quello che generalmente si ha quando esci con una tizia a caso, conosciuta su tinder, la “shampista” da invitare al bar a prendere un aperitivo o al ristorante e, se la serata butta bene, anche in albergo, ma di cui il giono dopo ti sei già dimenticato il nome. Va da sé che con questa prospettiva viene chiarito, senza nessun ragionevole dubbio, che parrucchieri, baristi, ristoratori e albergatori sono più importanti della scuola. Detto, fatto, spiegato perché dell’educazione dei nostri ragazzi pare non importa nulla a nessuno e forse nemmeno agli stessi ragazzi che sembrano essere sempre i primi nell’accaparrarsi i posti per affollarsi nei luoghi della movida e naturalmente ultimi ad interessarsi alla scuola e alla cultura.

La classe dirigente di un Paese, in questo caso del nostro Paese, rappresenta il Paese. E in questo accavallarsi di parole vi chiedo di socchiudere gli occhi e osservare lo spaccato della nostra società a partire dalla quella politica adorante della rete, che tutto poi ci racconta durante un intervento in Parlamento o nei Talk Show.
Il futuro di uno Stato si misura attraverso il livello di istruzione dei suoi cittadini. È in fondo questo che lo rende credibile e quindi affidabile: in grado di garantire, magari a chi ci presta i soldi, che saremo in grado di restituirli.
Siamo impazziti e affranti, in alcuni casi abbiamo usato anche il cilicio per il dispiacere di non aver permesso prima l’apertura delle categorie commerciali e produttive del Paese, e vi dirò, in alcuni casi ho ascoltato pure il rammarico per l’agonia finanziaria d’Oriente e d’Occidente, ma mai per la scuola.

Mai, in maniera appassionata, per i nostri ragazzi: altrimenti ci saremmo ingegnati di fare lezione all’aperto. Non solo, ci siamo messi a criticare chi, in Europa, ha riaperto le scuole: mentre noi non ci diamo pace finché non riparte il campionato di calcio. Tranquilli, a giugno i nostri ragazzi non torneranno a scuola ma in compenso, finalmente, è quasi sicuro che potranno giocare la schedina: 1/X/2.
Ma poi in fondo cosa importa, noi siamo nati istruiti, siamo i discendenti di Giulio Cesare e declamiamo “infine e non per ultimo” esaurendo così tutto il nostro sapere.

Angelo Santoro

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