martedì, 22 Gennaio, 2019

Le conseguenze della Grande guerra. Inizia il biennio rosso

0

DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE – PARTE 8

Per capire bene la rabbia che animò gli scontri e le mobilitazioni del cosiddetto “biennio rosso” bisogna considerare le conseguenze di ciò che economicamente e socialmente determinò la Grande Guerra, la quale vanificò tutto lo sforzo di innovazione, progresso (sebbene a due velocità, una per il Nord e un’altra per il Sud) e riforme messo in atto da Giolitti nella prima decade del secolo XX. Il valore dei salari, specialmente per le categorie a reddito fisso, era sceso a causa dell’inflazione del 40%, colpendo, in particolare, i ceti impiegatizi. Al contrario, altri definiti “pescecani” si erano enormemente arricchiti con le commesse belliche all’industria e speculando sul rialzo dei prezzi di prima necessità, le loro fortune erano uno schiaffo in faccia a milioni di ex combattenti, di operai e di contadini e anche di semplici impiegati che costituivano allora la piccola e media borghesia. Si calcola che ben il 30% del reddito nazionale fu versato da queste categorie a titolo di prestito allo Stato per contribuire alla vittoria e allo sforzo bellico. Ma questi titoli furono falcidiati dall’inflazione, e i prezzi tornarono a salire. Da tutto ciò il malcontento e la rabbia crescente ed un odio che tracimava senza freni inibitori in persone abituate a convivere per più di tre anni con la violenza, con il sangue e con la morte imminente. Non abbiamo parlato molto delle masse rurali, specialmente nel Meridione, ma non solo, esse furono mobilitate al grido di “la terra ai contadini” e già dall’estate del 1919 questa mobilitazione portò all’occupazione di molte terre dal Lazio al Mezzogiorno. Ad incoraggiare questo fenomeno contribuì il decreto Visocchi del settembre del 1919, che dette ai prefetti la facoltà di autorizzare l’occupazione di terreni incolti per associazioni di contadini dette “università agrarie”. A guidare questo movimento non furono solo i socialisti, ma soprattutto i cattolici, con Guido Miglioli esponente di spicco del neonato Partito Popolare, fondato da Luigi Sturzo, in particolare nel cremonese dove all’occupazione si associava l’autogestione diretta della terra da parte dei coltivatori.

Il clima dell’immediato dopoguerra era dunque fortemente rivoluzionario, ma rivoluzione non ci fu né poteva esserci se non nei sogni di un bolscevismo del tutto avulso dalla realtà, e vediamo perché. L’unico che allora avrebbe potuto condurre concretamente in porto una rivoluzione era un personaggio ammirato dallo stesso Lenin: D’Annunzio, che abbiamo avuto già modo di analizzare nelle sue spinte libertarie e rivoluzionarie a tutto tondo già dalla fine del secolo scorso. D’Annunzio però non era né un politico né un ideologo ed è già molto che si fosse deciso a compiere la sua opera con un grande sindacalista rivoluzionario come De Ambris che fu autore di una Carta del Carnaro che rappresenta tuttora quanto di più avanzato si possa concepire in termini sociali ed istituzionali: suffragio universale anche femminile, democrazia diretta, decentramento amministrativo, funzione direttiva ed autogestita delle associazioni dei lavoratori, divorzio, nessuna discriminazione sessuofobica: un concentrato di diritti sociali e civili mai visto al mondo nemmeno in Unione Sovietica o nella Comune di Parigi, il passo in avanti più rilevante nella conquista della democrazia in Italia dopo la Costituzione della Repubblica Romana del 1849. D’Annunzio divenne così per tutti allora “l’idolo, il nuovo Garibaldi”, non meno deciso nell’azione, anche se decisamente più avido di piaceri personali, del grande condottiero nizzardo. Teoricamente la sua rivoluzione avrebbe dovuto investire tutto il Paese, ma ad accorgersi di questo sogno impossibile credo fu lui stesso, per varie ragioni che riassumiamo in modo sintetico.

I due principali contendenti “rivoluzionari” in Italia erano allora poco più che parolai, Serrati predicava la rivoluzione sovietica in Italia ma mai avrebbe concesso armi al popolo e mai ostacolato l’azione dei socialisti riformisti, lo dimostra il fatto che nel 1919 nemmeno si curò delle elezioni. Mussolini che tanto si spendeva dalle colonne del suo giornale e tanto era ammirato per le sue qualità oratorie, il 7 ottobre si recò finalmente a Fiume dopo essere stato a lungo a guardare. Incontrò D’Annunzio e lo frenò per due ragioni, la prima è che da buon politico sapeva che l’esercito era più fedele nella sua maggioranza al re che al condottiero fiumano, la seconda è che mai gli avrebbe delegato il ruolo di guida nel marciare verso Roma. In secondo luogo, anche all’interno dello stesso movimento fiumano le spinte repubblicane, col passare del tempo, furono sempre più isolate e minoritarie, persino Marinetti, che spinse più di tutti l’acceleratore verso una svolta decisamente repubblicana, fu espulso dallo stesso Comandante che temeva una spaccatura profonda nella tenuta dell’esperimento fiumano, altri, invece, con spirito più smaccatamente nazionalistico, premevano per una decisa azione rivoluzionaria espansiva verso Trieste, con la velleità che tale intento avrebbe così fatto facilmente dilagare il contagio rivoluzionario fino a Roma, ma evidentemente, sebbene le armi ci fossero in abbondanza, mancavano gli uomini decisi a tale azione e chi poteva fornirne, anziché unire, divideva: Serrati e Mussolini andavano in direzione inversa, sia tra di loro, che tutti e due rispetto a D’Annunzio. Il colpo di grazia all’impresa fiumana furono poi le elezioni del novembre del 1919.

L’apoteosi delle velleità parolaie di Serrati fu stigmatizzata dal suo intervento al XVI Congresso del Partito Socialista, quando egli ebbe a dire che il proletariato deve “ricorrere all’uso della violenza per la difesa contro le violenze borghesi, per la conquista del potere e per il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie”..nei fatti, però, questa violenza fu esercitata solo nelle piazze ed in maniera sconclusionata e, come vedremo, anche in certi casi, criminale. Mai in modo organizzato e con un concreto e coordinato piano rivoluzionario di conquista del potere e sovvertimento radicale delle istituzioni allora vigenti. Le elezioni del 1919, infine, segnarono anziché una vittoria della classe operaia e lavoratrice uno stallo se non l’inizio stesso della sconfitta.
Esse, infatti, non solo, come abbiamo visto, risultano depotenziate dal meccanismo proporzionale e dal suo riequilibrio nella distribuzione dei seggi, ma vedono l’inizio di una strategia di azione sempre più schizofrenica del Partito Socialista che, nella piazza è sgangheratamente rivoluzionario, mentre nel Parlamento è insufficientemente riformista. Non si afferma cioè pienamente né una azione profondamente rivoluzionaria dal basso per la conquista del potere, né una riformista tale da mutare le istituzioni in modo da recepire pienamente le spinte profondamente innovatrici in atto dal basso. Questo gran risultato elettorale quindi verrà presto vanificato, anche perché i due partiti che potrebbero esercitare un ruolo direttivo dopo le lezioni del 1919 sono profondamente divisi da questioni ideologiche e in particolare perché i cattolici sono profondamente avversi alle spinte rivoluzionarie e alle violenze di piazza dei socialisti. Le elezioni quindi, si rivelano come un ulteriore elemento di debolezza di un sistema fatiscente ed i cattolici non possono che, pur rinnegando alcune delle loro istanze programmatiche, forse più nate per fare concorrenza ai socialisti che per mero orientamento politico, rassegnarsi ad una politica conciliante di intesa con le forze liberali.

Il paradosso più eclatante della posizione ambiguamente schizofrenica del Partito Socialista si avrà con la prima dichiarazione del suo gruppo parlamentare quando si trattò di giurare fedeltà alle istituzioni di allora rappresentate dalla monarchia: “Il Gruppo Parlamentare Socialista mentre allo stato attuale della situazione politica riconosce l’opportunità che i suoi rappresentanti subiscano il giuramento, imposto come mezzo di coercizione politica, delibera immediatamente di presentare una mozione per l’abolizione del giuramento stesso, tanto per i deputati quanto per tutti i funzionari dello Stato” Come dire…giuriamo…ma giuriamo di non voler giurare…una posizione da molti letta non solo come ambigua ma pure alquanto ipocrita. Non solo…ma quando entrarono le maestà reali, i deputati del PUS restarono seduti e quando finì la loro celebrazione, tutti loro gridarono “Viva il Socialismo!” Insomma non era proprio l’atteggiamento prudentemente riformista ma socialmente molto proficuo di Turati di prima della guerra.. Ma cosa accadde intanto nel Paese…nelle piazze?

Torniamo quindi nelle piazze a partire da piazza Montecitorio proprio all’uscita dei deputati socialisti, non ci fu evidentemente bagno di folla, ma scontro di folla con i nazionalisti che erano lì ad aspettarli, intervenne la polizia con una carica e da ambo le parti si ebbero feriti e contusi. Immediata fu la risposta della Camera del Lavoro che proclamò lo sciopero generale, il quale si estese a tutte le principali città italiane, degenerando in vari casi, in morti e feriti A Milano, in particolare, gruppi di operai si mossero verso il centro per esprimere sostegno e solidarietà al sindaco socialista Caldara, ma pretesero che dai balconi fossero tolte tutte le bandiere nazionali. Nella Galleria Vittorio Emanuele alcuni ufficiali in divisa vennero aggrediti, in via Ugo Foscolo un tenente degli Alpini venne percosso a sangue, altri tre tenenti: Giovanni Dinoi, Alcide Stringhini e Mario Traldi vennero aggrediti, percossi e feriti.
Confluì poi un gruppo di anarchici provenienti da Porta Vittoria e, quando intervennero i Carabinieri, verso piazza del Duomo, esplosero i primi colpi di pistola che divennero una vera e propria sparatoria. Restarono a terra uccisi il carabiniere Luigi Cordola e due manifestanti. Davanti al monumento a Vittorio Emanuele II un gruppo di manifestanti assaltò una autopompa dell’esercito mandata lì a disperdere i manifestanti con gli idranti, uno dei soldati addetto alla manutenzione venne ferito gravemente. A Torino la scia di sangue che accompagnò lo sciopero culminò con l’uccisione di un giovanissimo studente: Pierino Del Piano descritta dal Corriere di allora.

L’istituto Sommeiller stava per suonare la campanella di uscita, quando arrivò un gruppo di dimostranti che rincorreva gli ufficiali in fuga come in una caccia all’uomo. Due riuscirono a scamparla, un altro venne afferrato e pestato con i piedi. Probabilmente essi cercarono scampo nell’Istituto ed alcuni studenti andarono loro incontro, ecco la cronaca degli eventi riportata dal Corriere nelle parole del Capo d’Istituto: “A un certo punto fui avvertito che un gruppo di studenti, non so se rimasti fuori dalle lezioni sin dal mattino, o usciti da qualche parte secondaria, eludendo la sorveglianza del personale, si erano recati nel corso per curiosare ed erano subito venuti alle prese coi dimostranti. Costoro, appena riconosciuti, li avevano apostrofati dicendo: -Prima avete gridato viva l’Italia; ora i padroni siamo noi. Gridate ancora se siete capaci!-” Al che uno studente replicò, senza intenzione di provocare: “Non è delitto gridare viva l’Italia” Lo studente non fece in tempo a finire, che venne tempestato dai pugni. A quel punto, una parte degli studenti ripiegò verso l’edificio scolastico, passando attraverso una porta secondaria che venne prontamente chiusa, ma partirono dei colpi di pistola e ne seguirono altri. Lo studente Del Piano, di anni 19, fu quindi colpito mortalmente da una rivoltellata sparatagli a bruciapelo, mentre un altro: Bertozzi, fu ferito al dorso. Il Preside continuando con le sue dichiarazioni, escluse che colpi fossero stati sparati dall’istituto sia perché non era consentito entrarvi armati né alcuno si aspettava una sparatoria, sia perché sassi e colpi vennero indirizzati contro le finestre e pertanto ne vennero rinvenute prove all’interno.

Particolarmente efferata fu l’aggressione subita dal colonnello Rosi, riferita dalla Gazzetta del Popolo. Il colonnello, tra l’altro, essendo sovrintendente all’Arsenale di costruzione, non aveva mai nascosto le sua simpatie per gli operai, era avanti con gli anni e se ne andava pertanto tranquillo e sereno per i fatti suoi. “..quando (sono parole della Gazzetta) fu accerchiato dai dimostranti che lo accoltellarono nel barbaro modo conosciuto, il colonnello cadde. Allora l’individuo che lo aveva ferito per il primo, una delle tante apparizioni patibolari di questi giorni, non contento di vedere il disgraziato ridotto in condizioni disperate, gli fu sopra come una belva, e continuò a tempestarlo sul corpo a colpi di bottiglia. Quindi gli sbottonò la giacca e gli rubò il portafogli” Nemmeno l’Avanti di quel periodo poté tacere sulle intemperanze dei dimostranti, ecco uno stralcio di un suo articolo: “Tutti gli ufficiali che erano trovati per la strada erano bastonati. Il gruppo dei dimostranti si è recato poi alla stazione, ha invaso questa e ha divelto i binari della linea Mantova-Modena bloccando il diretto di Milano. La folla poi ha voluto liberare i carcerati, ha quindi dato l’assalto alle carceri, liberando i detenuti ed appiccando poi fuoco all’edificio. Vi sono da lamentare due morti e diversi feriti..” Ma la guerra civile in corso a Mantova, in realtà, era ben più crudele di quanto descriveva la testata socialista..ad osservarla nei dettagli e non solo nelle grosse linee.

La cronaca del Secolo di Milano ce lo dimostra in maniera più dettagliata in un articolo del 7 dicembre: “Qualche drappello di soldati s’aggirava ancora guidato da graduati dell’esercito o della polizia, ma non da ufficiali ritirati dalla circolazione dato il colore “antimilitarista” impresso allo sciopero stesso. E uno di quei drappelli s’imbattè, in piazza Garibaldi, verso le 9 del 3 dicembre, con un centinaio di individui, parte di città e parte di campagna, muniti di randelli, di bandiere rosse, clamorosi di inni e provenienti dalla Camera del Lavoro dove si erano dati convegno. I cento inveirono contro i dieci armati: “Tornate dentro. Dite ai vostri ufficiali di uscire. Essi ci hanno condotto in trincea, noi li condurremo all’ospedale.” I militari avevano ricevuto ordine di non sparare, pertanto i dimostranti presero a fracassare i vetri del presidio e devastarono le ricevitorie daziarie. Da cento i dimostranti erano diventati più di mille quando arrivarono alla stazione ferroviaria, continua la cronaca: “Si trattava di fermare i treni. Di qui una sinfonia di randellate, insolenza, scrosci. Andavano in frantumi i vetri delle vetture, gli specchi, le lampade, i segnali ottici, i dischi del semaforo, gli apparati telefonici e telegrafici. Anche i bagagliai erano perquisiti. Con le busse venivano disarmati e allontanati i pochi ufficiali, carabinieri e soldati. Poiché due militari, presi dall’indignazione, si accingevano a sparare, i tenenti Monteforte e Quadrani accorsero per evitare l’eccidio, e come premio, ebbero in faccia colpi di randello dai dimostranti.” Alcuni ufficiali si rifugiarono in un ristorante, ma i dimostranti entrarono anche lì e, alle lamentele della proprietaria signora Righetti, che prometteva di dar loro quello che volevano, prima mangiarono e bevvero, poi sfasciarono tutto, andarono in cantina a seguitare, e uscirono che la cantina stessa era sommersa da una trentina di centimetri di vino, anche il proprietario che aveva osato protestare venne immancabilmente mandato all’ospedale.

A Melzo, in provincia di Milano un socialista di nome Emilio Cremasco uccise un alpino che si era rifiutato di gridare “Viva Lenin” A Sarpiano (FI) si ebbe una rissa interna tra operai socialisti e nazionalisti e quando intervennero i carabinieri, cinque di essi furono feriti a coltellate, si ebbero due morti e molti feriti. Alle carceri di Mantova l’abbraccio tra leninisti e ladroni fu clamoroso e rasentò il comico, lasciamo anche stavolta la cronaca al giornale il Secolo: una cinquantina di dimostranti andò a liberare i detenuti, “I cinquanta scavalcarono il cancello di ingresso, tolsero le armi al corpo di guardia, s’impossessarono dei moschetti giacenti nei locali, ferirono il sottocapo delle carceri, quattro secondini e un sergente, non si impressionarono delle convulsioni da cui fu presa la moglie del sottocapo (che probabilmente ebbe un infarto), certa Ansaloni, che dopo poco morì per lo spavento” La cronaca del Secolo però prosegue in modo anche più grottesco: “Come sospinti dalla nostalgia del luogo, i gentiluomini forzarono quattro porte di ferro, spalancarono tutte le celle dando la libertà a 200 carcerati, in maggioranza ladri, ottenendo così, un notevole rinforzo per le riforme a cui stavano dando applicazione. Liberati e liberatori, che già in parte si conoscevano, si abbracciarono fraternamente al grido di “Viva Lenin” Taluni carcerati si accomiatarono d’urgenza e filarono benché sommariamente vestiti: precauzione inutile: i soldati e le guardie avevano già preso il loro posto…”

Ci fu poi un assalto al Municipio dove un soldato di guardia, un sardo di nome Palazzolo venne ucciso, venne assalita la Posta e nella mischia morì uno dei passeggeri di un autocarro, il giornale cita che “anche i ragazzi maneggiavano i moschetti, tolti nella giornata ai militari; indossavano bandoliere e berretti”… “Viceversa cuccagna per gli scarcerati e liberatori. Non c’era che scegliere il luoghi del bottino: ogni servizio d’ordine mancava” Nemmeno un telegramma giunto la mattina del 4 alla Camera del Lavoro, recante la notizia della cessazione dello sciopero, venne preso sul serio, perché sospettato “apocrifo” dai massimalisti. Ad onor del vero, spicca in questo guazzabuglio, la trasparente onestà ed il coraggio del segretario della Camera del Lavoro, Dante Tartagnoli il quale, alquanto seccato dalle intemperanze e dal degenerare degli eventi, disse con molta franchezza ed a gran voce: “I ladri non hanno diritto di appartenere ad alcun partito. Io scindo la responsabilità degli organizzati dalle gesta della teppa. In ogni modo lo sciopero è finito. Tornate al lavoro” Come commentare? Solo con un.. Ipse dixit. Ma non era finita…perché una volta lasciata la Camera del Lavoro, nella Piazza Sordello, si ebbero ben quattro morti, c’è chi riferisce che i colpi partirono dai carabinieri, chi dai comizianti, fatto sta che tra i quattro ci rimise la pelle un povero bambino di nove anni che passava da quelle parti e un organizzatore che stava andando in Prefettura per far ritornare la calma. Un terzo morto era un altro ragazzetto di 14 anni che sparava dietro alcuni steccati e che probabilmente aveva sottratto l’arma a qualche militare.

Alla fine della giornata, non poco ebbero da penare gli stessi deputati socialisti per sedare gli animi, esortando gli ultimi manifestanti a tornare a casa, dato che per la rivoluzione non era ancora ora. Fu così diramato un manifesto in cui si diceva testualmente che “la protesta sarebbe magnificamente riuscita se elementi estranei alla disciplina proletaria, certo ad essa nemici, non fossero intervenuti a portare la manifestazione a tale esasperazione in seguito alla quale dobbiamo piangere delle vittime”. Si chiudeva così tragicamente il 1919, ma tutto ciò non era che un prologo per altri capitoli ben presto destinati a cambiare colorazione…dal rosso al nero.

© 8 continua.

Carlo Felici

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

I commenti sono chiusi.