sabato, 7 Dicembre, 2019

Inps, bonus per chi assume titolari di RdC (come funziona la domanda online). CGIA, spariti 100mila negozi in 10 anni

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Inps
BONUS PREVIDENZIALE PER CHI ASSUME TITOLARI DI RdC

Gli sgravi contributivi consistono in agevolazioni concesse alle imprese ed ai datori di lavoro che accettano di assumere alcune categorie di lavoratori o di utilizzare determinate fattispecie contrattuali.
Gli sgravi contributivi sono delle riduzioni sugli oneri che i datori di lavoro devono corrispondere all’Inps ed hanno l’obiettivo di incentivare le assunzioni e quindi l’occupazione.
Le aziende possono dunque essere ammesse a fruire di uno sconto contributivo sull’obbligazione previdenziale dovuta o di un incentivo economico semplicemente stipulando particolari contratti di lavoro oppure assumendo alcune tipologie precise di lavoratori.
I benefici sono, in genere, soggetti alla permanenza di fondi di finanziamento e introdotti o soppressi dalle norme nazionali.
Al riguardo è appena il caso di segnalare che è diventato operativo il bonus per le imprese che è diventato operativo il bonus per le imprese che assumono beneficiari del Reddito di cittadinanza: dal 18 novembre, come ha di recente dichiarato lo stesso presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ospite di Agorà su Rai Tre, l’Inps ha reso disponibile il modulo di richiesta dell’agevolazione “Srdc” (Sgravio reddito di cittadinanza) che consente alle imprese che impiegano titolari di reddito di cittadinanza di accedere all’esonero dei contributi previdenziali nel limite dell’importo mensile del Reddito di cittadinanza percepito dal lavoratore al momento dell’assunzione. Il vantaggio previdenziale di cui si tratta vale per un periodo pari alla differenza tra 18 mensilità e le mensilità già fruite dal beneficiario stesso (ma comunque per almeno 5 mensilità), per un importo non eccedente i 780 euro mensili.
Domanda online
Il datore di lavoro interessato ad essere ammesso all’incentivo dovrà inviare la domanda telematica per il riconoscimento dell’agevolazione, nonché la determinazione dell’importo e della durata temporale. L’Inps, da parte sua, controllerà che il datore abbia comunicato la disponibilità dei posti vacanti (vacancy) alla piattaforma digitale dedicata al RdC presso l’Agenzia nazionale per le politiche attive per il lavoro (Anpal), calcolerà l’ammontare del beneficio e verificherà che per quel datore vi sia possibilità di riconoscere aiuti de minimis.
Limite di 780 euro mensili
Lo sconto contributivo sarà riconosciuto dall’Inps in base alla minor somma risultante tra il beneficio mensile del RdC spettante al nucleo familiare, il tetto mensile di 780 euro e i contributi previdenziali e assistenziali a carico del datore di lavoro e del lavoratore computati con riferimento al rapporto di lavoro a tempo pieno. Pertanto, in caso di assunzione full time e successiva trasformazione in tempo parziale l’importo dello sgravio sarà ridotto.
Coerenza con il Patto di formazione
Per ogni opportunità l’Inps ricorda anche che nell’istanza di autorizzazione sarà necessario indicare se l’assunzione del titolare del RdC riguarda un’attività lavorativa coerente con il percorso formativo seguito in base al Patto di formazione. In questo caso il datore otterrà un beneficio diminuito perché una quota dell’incentivo viene riconosciuta, sempre in forma di sgravio contributivo, anche all’Ente di formazione che ha qualificato o riqualificato il lavoratore assunto.
Accertamenti sull’osservanza dei requisiti
A seguito dell’autorizzazione al godimento dell’agevolazione, l’istituto nazionale di previdenza, l’Anpal e l’Ispettorato del lavoro effettueranno gli accertamenti di loro pertinenza «volti a verificare l’effettiva sussistenza dei presupposti di legge per la fruizione dell’agevolazione previdenziale».

Pensione di vecchiaia
NEL 2021 L’ETA’ RESTA FERMA A 67 ANNI

“A decorrere dal primo gennaio 2021, i requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici non sono ulteriormente incrementati”. È quanto stabilisce un decreto del ministero dell’Economia pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e quindi conferma che il requisito per l’accesso alla pensione di vecchiaia resta fissato a 67 anni anche nel biennio 2021-2022, come è il caso attualmente.

In visita in Italia rappresentanti della Ue e della Bce
INPS INCONTRA LA COMMISSIONE EUROPEA

Lo scorso 6 novembre l’Inps ha ospitato una rappresentanza della Commissione Europea. Nella sala Trizzino della Direzione generale dell’Istituto in via Ciro il Grande si è svolto un vertice tra delegati della Commissione Europea e una rappresentanza dell’Ente. L’incontro è stato parte di una più ampia visita in Italia dei rappresentati della Commissione Europea e della banca centrale Europea, iniziata il 4 novembre, con lo scopo di valutare l’attuazione delle riforme richieste all’Italia nell’ambito della Procedura per Squilibri Macroeconomici (Mip).
Per la Commissione Europea erano presenti Alienor Margerit, capo della missione in Italia, Michael Sket, Marco Cantalupi e Marcello Ranucci, mentre a rappresentare l’Inps c’erano il Presidente Pasquale Tridico e dirigenti, funzionari e professionisti delle Direzioni centrali Ammortizzatori sociali, Entrate e recupero crediti, Pensioni, Studi e ricerche e del Coordinamento generale statistico attuariale.
Nel corso dell’incontro si è discusso dell’implementazione del Reddito e della pensione di Cittadinanza e della riforma delle pensioni “Quota 100”, degli effetti del “Decreto Dignità”, del contrasto al lavoro nero e grigio, della rappresentatività sindacale e della proposta di introdurre il salario minimo. Rilevazioni e dati statistici relativi agli argomenti di discussione sono stati condivisi dai partecipanti al tavolo delle discussioni.
Il Presidente Tridico, in particolare, ha sottolineato che RdC e PdC hanno raggiunto oltre l’80% dei possibili destinatari previsti, spostando, attraverso la fiscalità generale, circa 7 miliardi di euro verso persone con redditi nulli o bassi, caratterizzati quindi da un’alta propensione marginale al consumo, cosa che avrà un forte impatto nell’aumentare i consumi e il Pil nella nostra economia.
Il Presidente Tridico, infine, ha evidenziato come il successo dell’RdC e della PdC sia dimostrato dalla riduzione del coefficiente di Gini, un indicatore statistico che misura il livello di omogeneità della distribuzione della ricchezza, più è basso più la ricchezza è distribuita.

Cgia
SPARITI 200MILA NEGOZI IN 10 ANNI

Rispetto al 2007, anno che precede la drammatica crisi economica, le famiglie italiane hanno “tagliato” consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro. A farne le spese soprattutto le piccole botteghe artigiane ed i negozi che dal 2009 ad oggi, in meno di 10 anni, sono diminuite del 12,1%, circa 178.500 unità, mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unità, -3,8%. Una perdita che complessivamente registra la “sparizione” di quasi 200 mila negozi di vicinato in 10 anni”. A fare il punto sulla situazione post-crisi economica è un recente studio della Cgia.
La spesa complessiva dei nuclei familiari, che anche lo scorso anno ha riscontrato una frenata ed è ammontata a poco più di 1.000 miliardi di euro, resta la componente più importante del Pil, il 60,3 per cento del totale. A mostrare il calo più importante nei consumi è il Sud: dal 2007 al 2018 le famiglie meridionali hanno “falciato” la spesa mensile media di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all’anno), quelle del Nord di 78 euro (936 euro all’anno) e quelle del Centro di 31 euro (372 euro all’anno).
A livello regionale, invece, in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi è l’Umbria (- 443 euro al mese) a tirare maggiormente la cinghia; segue il Veneto (-378 euro) e la Sardegna (-324 euro). In contro tendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro). La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 è stata inferiore a quella relativa al 2017.
Sotto il profilo della composizione della spesa, sempre tra il 2007 e il 2018, annota ancora la Cgia, la contrazione più significativa ha interessato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7%. Nel dettaglio, i beni non durevoli (prodotti cura della persona, medicinali, detergenti per la casa, etc.) sono crollati del 13,6%, quelli semidurevoli ( abbigliamento calzature, libri, etc.) si sono ridotti del 4,5% e quelli durevoli ( auto, articoli di arredamento, elettrodomestici, etc.) del 2,8%. In termini percentuali, invece, la regione più colpita dalla cessazione di attività di aziende artigiane è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto abbassare il numero del 19,1%. Seguono l’Abruzzo con il 18,3% e l’Umbria con il 16,6%. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la diminuzione più marcata in Valle d’Aosta con il 18,8%, in Piemonte con il 14,2% e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6%. Rispetto al trend negativo, risultano essere di segno opposto la Calabria (+3%), il Lazio (+3,3%) e la Campania (+4,6%).
La flessione dell’acquisto dei beni, rileva ancora il report Cgia, è proseguita anche quest’anno: tra il primo semestre 2019 e l’analogo lasso di tempo del 2018 il calo è stato dello 0,4% con una punta del -1,1% dei beni non durevoli. Interessante, invece, l’esito dei beni durevoli: quest’anno l’ascesa è stata del 2,9%. Tra le voci di spesa più rilevanti va segnalata quella dei trasporti (auto, carburanti, biglietti treni, bus, tram): tra il 2007 e il 2018 la caduta è stata addirittura del 16,8% ed è proseguita anche quest’anno con un preoccupante -1%. Diversamente, le telecomunicazioni (cellulari, tablet e servizi telefonici) hanno realizzato degli ‘score’ straordinari: negli ultimi 10 anni +20,1% e nell’ultimo anno +7,7%.
Le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70% circa del totale dei consumi delle famiglie, negli ultimi 11 anni si sono ridimensionate del 5,2%. Tuttavia, quelle registrate presso la grande distribuzione sono lievitate del 6,4% mentre nella piccola distribuzione (botteghe artigiane e piccoli negozi) sono precipitate del 14,5%. Sebbene il gap si sia decisamente ridotto, anche in questi primi 9 mesi del 2019 i segni sono rimasti gli stessi: +1,2% nella grande e -0,5%nella piccola distribuzione.

Carlo Pareto

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