martedì, 23 Aprile, 2019

Inps, da gennaio cambiate le retribuzioni minime imponibili

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Inps
MINIMALI DI CONTRIBUZIONE 2019

Dal mese di gennaio la retribuzione minima imponibile ai fini del versamento della contribuzione previdenziale è salita a 1.267,13 euro mensili. Il valore utile di riferimento per il 2019 è scaturito dall’aggiornamento Istat (certificato in un più 1,1%) ed è stato indicato nella circolare Inps n. 6 del 25 gennaio 2019.
Retribuzione imponibile. La legge n. 389/1989 dispone che la retribuzione da assumere come base di riferimento per il calcolo dei contributi di previdenza, non può essere inferiore all’importo delle retribuzioni stabilite da leggi, regolamenti, contratti o accordi collettivi. La norma, come a suo tempo ha sottolineato l’Inps, ha portata generale e quindi vincola anche quei datori di lavoro che non aderiscono (neppure di fatto) ai contratti o accordi collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali. Ciò significa che l’obbligo del versamento contributivo nel rispetto dei trattamenti retributivi prefigurati dai contratti collettivi, sempre che la retribuzione corrisposta non risulti di importo superiore, investe tutti i datori di lavoro.
I minimali. La stessa legge n. 389/1989 prevede che il minimale giornaliero da assoggettare a contributi, non può comunque essere inferiore al 9,5% del trattamento minimo di pensione Inps. La misura della retribuzione minima giornaliera per il 2019 è pertanto fissata in 48,74 euro, pari al 9,5% di 513,01 euro, minimo di pensione da gennaio 2019. Lo stipendio minimo contributivo mensile (minimale giornaliero per 26 sale quindi a 1.267,13 euro.
Minimale part-time. Le attuali disposizioni (sempre la citata legge n. 389/1989) prevedono che la retribuzione minima oraria da assumere quale base in caso di part time debba determinarsi rapportando alle giornate di lavoro settimanale a orario normale il minimo giornaliero, e dividendo l’importo così ottenuto per il numero delle ore di orario normale settimanale fissato dal contratto collettivo nazionale di categoria per i lavoratori a tempo pieno. Il procedimento di computo del minimale orario si articola nelle seguenti operazioni:
si moltiplica il minimale giornaliero, ossia 48,20 euro per il numero delle giornate di lavoro settimanale a orario normale. L’anzidetto numero, in considerazione delle disposizioni e dei criteri vigenti in materia di minimali giornalieri, è in linea generale pari a 6, anche nei casi in cui l’orario di lavoro sia distribuito in 5 giorni;
si divide il prodotto per il numero delle ore di orario normale settimanale ipotizzato dal contratto collettivo nazionale di categoria per i lavoratori a tempo pieno. Applicando tale criterio, considerando un orario settimanale contrattuale di 40 ore, il minimale orario part-time per il 2019 risulta pari a 7,31 euro (48,74 x 6: 40).
Aliquota aggiuntiva. L’art. 3-ter legge n. 438/1992 stabilisce che tutti i regimi pensionistici che prevedono aliquote contributive a carico del lavoratore inferiore al 10% (attualmente 9,19%), è dovuta una quota aggiuntiva nella misura di un punto percentuale sulle quote di retribuzione eccedenti il limite della prima fascia di retribuzione pensionabile (il cosiddetto «tetto»).
Per il 2019 la prima fascia di retribuzione pensionabile si è attestata a 47.143 euro. Per cui, l’aliquota aggiuntiva (1%), deve essere applicata sulla quota di retribuzione eccedente detta soglia, la quale, rapportata a 12 mesi, viene mensilizzata in 3.929 euro.

Welfare in un click
PIÙ FACILE PRESENTARE LA DOMANDA PER HOME CARE PREMIUM
Quest’anno il nuovo programma Welfare in un click consente a tutti gli iscritti interessati, con i requisiti necessari, di effettuare la richiesta “Home Care Premium 2019” e  “Long Term Care 2019″ in forma semplificata.
Grazie a Welfare in un click per accedere ai servizi di welfare è sufficiente leggere il bando ed effettuare la richiesta online, senza fornire alcun dato già noto all’Istituto. I sistemi informatici acquisiscono dagli archivi telematici i dati rilevanti e verificano il rispetto dei requisiti, effettuando una istruttoria automatica della domanda, accogliendola o respingendola.
L’intervento degli operatori di sede è orientato solo alla gestione dei casi per i quali i sistemi automatici non hanno informazioni sufficienti per definire la domanda ovvero per la verifica della proposta di aggiornamento dei dati.
Inoltre, se si vuole ottenere prestazioni per un familiare in forma semplificata, è necessario prima di tutto iscriverlo in “Accesso ai servizi di Welfare”. Il servizio consentirà di visualizzare ed aggiornare la scheda anagrafica, individuando i familiari come beneficiari. I dati saranno acquisiti dal sistema informatico e memorizzati negli accessi futuri. In questo modo i familiari maggiorenni potranno presentare domanda autonomamente in forma semplificata. Nel manuale Welfare in un click è descritto nel dettaglio il funzionamento del servizio per Home Care Premium ed i vantaggi offerti, anche confrontati con le modalità utilizzate in passato.
Accedendo dal portale istituzionale al nuovo servizio, da oggi e fino alle ore 12 del 30 aprile, sarà possibile partecipare ai bandi di concorso “Long Term Care 2019″ o “Home Care Premium 2019”. Entrambe le prestazioni sono finalizzate alla cura di persone non autosufficienti; la prima finalizzata al riconoscimento di contributi a copertura totale o parziale del costo sostenuto per il ricovero presso Residenze Sanitarie Assistenziali; la seconda a garantire la cura a domicilio, con il coinvolgimento di Ambiti Territoriali Sociali e Enti pubblici.

Pensioni
OLTRE IL 61% SOTTO I 750 EURO
Il 61,3% delle pensioni erogate dall’Inps ha un importo inferiore a 750 euro, confermando una forte concentrazione nelle classi basse. Si tratta – spiega l’istituto – di una percentuale, che per le donne raggiunge il 74,5%, che “costituisce solo una misura indicativa della ‘povertà’, per il fatto che molti
pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi”.
L’Inps evidenzia infatti come delle 10.929.466 pensioni con importo inferiore a 750 euro, solo il 43,9% (4.797.442) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, quali integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile. In questo caso – aggiunge l’istituto di previdenza – il divario tra i due generi è accentuato; infatti per gli uomini la percentuale di prestazioni con importo inferiore a 750 euro scende al 44,1% e se si analizza la situazione della categoria vecchiaia si osserva che questa percentuale scende al 22,4%, e di queste solo il 21,7% è costituito da pensioni in possesso dei requisiti a sostegno del reddito. Sempre per i maschi, oltre un terzo delle pensioni di vecchiaia è di importo compreso fra 1.500 e 3.000 euro.

Siamo al livello spagnolo
SAPELLI: DISOCCUPAZIONE GIOVANI AL 32,8%
“Disoccupazione giovanile ancora al 32,8%? Siamo al livello spagnolo”. Così si è espresso Giulio Sapelli, economista, professore ordinario all’Università degli studi di Milano, commentando con Adnkronos/Labitalia il dato sulla disoccupazione giovanile registrato a febbraio e recentemente diffuso dall’Istat. Più in generale, ha spiegato Sapelli, “un tasso di disoccupazione che non riesce a scendere sotto il 10%, anzi è risalito al 10,7%, è frutto della deflazione secolare”. E sulla mancanza di lavoro, ha precisato Sapelli, pesa molto “la mancanza di investimenti tanto pubblici quanto privati: l’unico settore che cresce, che resiste, sono le piccole e medie imprese che ancora generano occupazione, ma da sole – ha avvertito Sapelli – non possono creare i grandi numeri”.
Accanto alla carenza di investimenti, ha osservato il professore, c’è un altro dato che ha danneggiato la crescita del lavoro: “Le politiche di liberalizzazione in presenza di una situazione di non crescita”, ha affermato. “Il mercato del lavoro è sempre stato regolato – ha sostenuto Sapelli – e noi invece, in Italia, da molti anni a questa parte siamo intervenuti con una deregulation per legge. Una cosa che ha avuto e sta avendo effetti devastanti. Ci sono almeno due generazioni di giuslavoristi che hanno questo fatto sulla coscienza e pensare che noi abbiamo avuto Gino Giugni”, ha sottolineato Sapelli.
E anche dalle politiche governative, ha ammonito, “non si vedono segnali di inversione di tendenza”. “Tutte le dichiarazioni di esponenti governativi non portano alla crescita e non portano al rafforzamento delle politiche salariali, attraverso le quali è possibile creare lavoro”, ha aggiunto. “Noi, invece, abbiamo creato l’idea – ha concluso Sapelli – che i sindacati danneggiassero il lavoro. Assurdo”.

Carlo Pareto

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