venerdì, 18 Ottobre, 2019

Inps, la rendita vitalizia. Prelievo fino al 40% sulle pensioni, aumenta disoccupazione giovanile

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Inps
COSTITUZIONE DI RENDITA VITALIZIA

La costituzione della rendita vitalizia ha la finalità di sanare un’omissione contributiva nell’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti in relazione alla quale si sia verificata la prescrizione e, quindi, ha come presupposto l’inadempimento di un obbligo previdenziale da parte del soggetto tenuto al pagamento degli oneri assicurativi. La costituzione della rendita vitalizia o riscatto può essere richiesta:
dal datore di lavoro che ha omesso il versamento dei contributi e intende, in tal modo, procedere alla corresponsione degli stessi rimediando al danno causato al dipendente;
dal lavoratore stesso, in sostituzione del datore di lavoro, sia nel caso in cui presti ancora attività lavorativa sia nel caso in cui sia già diventato titolare di pensione;
dai superstiti del lavoratore.
La facoltà di riscatto era prevista inizialmente soltanto con riferimento ai rapporti di lavoro di natura subordinata. Successivamente è stata riconosciuta anche in favore di:
familiari coadiuvanti e coadiutori dei titolari di imprese artigiane e commerciali;
collaboratori del nucleo diretto coltivatore diverso dal titolare;
coloro che, essendo soggetti al regime di assicurazione obbligatoria nella Gestione Separata di cui alla legge 8 agosto 1995, n. 335, non siano però tenuti al versamento diretto della contribuzione, essendo la propria quota parte trattenuta dal committente/associante e pagata direttamente da quest’ultimo;
iscritti alla Cassa per le pensioni degli insegnanti di asilo e di scuole elementari parificate, dal 1° gennaio 2020.
Sono riscattabili i periodi di lavoro per i quali non è stata corrisposta la contribuzione e questa non può più essere versata per il decorso della prescrizione. La rendita vitalizia non può essere richiesta nelle ipotesi in cui le disposizioni vigenti all’epoca dello svolgimento del rapporto di lavoro prefiguravano l’esonero a qualsiasi titolo dell’obbligo assicurativo. L’omissione contributiva può consistere sia nel totale che nel parziale inadempimento dell’obbligo assicurativo. Per omissione parziale si intendono anche i casi in cui è stata corrisposta una contribuzione ridotta rispetto alle retribuzioni effettivamente percepite. Il periodo di lavoro può essere riscattato in tutto o in parte. I contributi così acquisiti possono comunque essere accreditati soltanto dopo il pagamento di un onere di riscatto e sono utili per il diritto e per la misura di tutte le pensioni.
Le regole in materia di determinazione degli oneri di riscatto sono dettate dall’articolo 2, decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184 come modificato dalla legge 24 dicembre 2007, n. 247. L’onere di riscatto è determinato con le norme che disciplinano la liquidazione della pensione, con il sistema retributivo o con quello contributivo, tenuto conto della collocazione temporale dei periodi oggetto di riscatto, anche ai fini del computo delle anzianità previste dall’articolo 1, commi 12 e 13, legge 8 agosto 1995, n. 335. Nel provvedimento di accoglimento, notificato a mezzo di raccomandata, sono indicate le modalità da seguire per il pagamento e sono precisati i termini stabiliti per effettuare il versamento. 
Sia il datore di lavoro, o i suoi aventi causa, che il lavoratore o i suoi superstiti possono essere ammessi alla costituzione di rendita vitalizia riversibile a condizione che forniscano la prova dell’effettiva sussistenza e durata del rapporto di lavoro, della qualifica rivestita dal lavoratore e delle retribuzioni percepite. L’esistenza del rapporto di lavoro deve essere dimostrata attraverso documenti di data certa redatti all’epoca in cui aveva luogo il rapporto (buste paga, libretti di lavoro, lettere di assunzione o di licenziamento, benserviti, libri paga e matricola, altri documenti attinenti al rapporto di lavoro dichiarato). La documentazione deve essere prodotta in originale o in copia conforme debitamente autenticata. La durata del rapporto di lavoro, la continuità della prestazione lavorativa e l’ammontare della retribuzione possono essere provati con altri mezzi, anche verbali. Le dichiarazioni testimoniali devono essere rilasciate espressamente ai sensi e per gli effetti degli articoli 38 e 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445 con piena assunzione di responsabilità anche penale per quanto affermato. Il dichiarante deve attestare se ha rapporti di parentela, affinità, affiliazione o dipendenza con la parte interessata, ovvero un qualche interesse nei fatti sui quali rende la propria dichiarazione e specificare gli elementi di fatto in base ai quali è venuto a conoscenza di quanto affermato.
La richiesta di costituzione di rendita vitalizia in relazione alla contribuzione omessa e caduta in prescrizione può essere avanzata anche se il richiedente non risulta mai assicurato presso l’Inps. La domanda si presenta all’Inps in modalità telematica attraverso il servizio dedicato. In alternativa, può essere effettuata tramite: Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164164 da rete mobile; o enti di patronato e intermediari dell’Istituto, mediante i servizi telematici offerti dagli stessi. La circolare Inps del 29 maggio 2019, n. 78 fornisce al riguardo gli ultimi chiarimenti intervenuti sul regolamento della costituzione di rendita vitalizia.

Prelievo fino al 40%
SCATTA A GIUGNO IL TAGLIO SULLE PENSIONI

A giugno è scattato “quello che è stato impropriamente definito il ‘ricalcolo delle pensioni d’oro ‘: a ben vedere, un taglio a tutti gli effetti che colpisce peraltro le rendite pensionistiche già maggiormente vessate da metodo di calcolo e tassazione”. Lo ha affermato Alberto Brambilla, economista e presidente del Centro Studi e ricerche ‘Itinerari previdenziali’, in uno studio redatto recentemente insieme a Gianni Geroldi (Comitato tecnico scientifico Itinerari Previdenziali) e Antonietta Mundo (già coordinatore generale statistico-attuariale Inps).
“Più corretto sarebbe definirlo un incremento tra il 15% e il 40% di imposte su pensioni peraltro già assoggettate a una tassazione superiore al 40%. Un taglio che genererà entrate per lo Stato per circa 70 milioni di euro all’anno, per un totale di circa 350 milioni, considerata la durata quinquennale della misura che grava su trattamenti pensionistici già assoggettati a una forte tassazione e che non beneficiano di alcuna agevolazione o deducibilità”, ha avvertito.
“Oltre alla perdita del potere di acquisto – ha ricordato Brambilla – degli assegni previdenziali sopra 5 volte la misura minima dell’Inps, da giugno è scattato quello che, impropriamente, è stato presentato come un ‘ricalcolo delle prestazioni di quiescenza cosiddette d’oro’ sulla base dei contributi corrisposti: in realtà, un ‘taglio’ vero e proprio che, per percentuale e durata, non ha precedenti”.
Dura la critica che l’economista Alberto Brambilla ha quindi rivolto al ministro del Lavoro sulla sforbiciata alle cosiddette pensioni d’oro. “Se fossimo un Paese normale – ha detto – le dichiarazioni del ministro del Lavoro sulle pensioni di importo oltre i 100mila euro lordi (55mila netti, una bella differenza) dovrebbero essere perseguite come ‘false comunicazioni’, con l’aggravante dell’istigazione all’odio di classe; infatti, il ministro insiste sul verbo ‘ricalcolare’ quando è ormai noto a tutti che il ricalcolo è pressoché impossibile”. Dal blog di Itinerari Previdenziali ilPunto, Brambilla ha fatto il punto, insieme a Gianni Geroldi e Antonietta Mundo, proprio sulla misura che colpisce gli assegni più elevati. Il ministro, ha aggiunto il presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari previdenziali, “non contento, definisce i pensionati ‘nababbi’, ‘d’oro’, che hanno prestazioni superiori ai contributi versati, mentre ci sono pensioni basse”.
“Ora, che ci siano più di 8 milioni di pensionati su 16 milioni con prestazioni tra i 400 e i 750 euro (pensioni sociali e pensioni di invalidità con indennità di accompagnamento) è vero, ma lo è altrettanto il fatto che, proprio perché totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato, significa che i beneficiari di questi trattamenti di imposte e contributi ne hanno corrisposte poche nell’arco della loro vita lavorativa, e sono stati dunque per 65 anni a carico della società che, giunti all’età della quiescenza, provvede ancora al loro mantenimento”, ha rimarcato Brambilla. “Questo la politica dovrebbe saperlo, così come dovrebbe essere al corrente del fatto che i circa 29mila soggetti cui sta tagliando brutalmente la pensione sono proprio quell’1,13% di italiani che pagano il 20% di Irpef contro il 3% di Irpef versata dal 50% dei contribuenti totali, tra i quali ci sono proprio i beneficiari delle pensioni minime che, per legge, non sono sottoposti a imposte”, ha tuonato Brambilla.
“Ci sarebbe di che meditare. Soprattutto se si tiene conto che queste pensioni sono già state tagliate di molto in fase di calcolo retributivo. Infatti, mentre per importi fino a 47mila euro circa si applica il 2% per ogni anno lavorato (2% per 35 anni fa 70%, il che vuol dire percepire il 70% dell’ultimo reddito), per una pensione derivante da un reddito di 150mila euro l’aliquota media di rendimento passa dal 2% all’1,05%, per cui la pensione sarà tra il 36,75% (dipende dalla media dei redditi nella vita lavorativa) e il 51% dell’ultimo reddito”.
“Se sommiamo la perdita di potere d’acquisto dei trattamenti pensionistici causata dal reiterato ineseguito adeguamento all’inflazione e questo taglio”, per Brambilla “stupirebbe un mancato intervento” della Consulta, “considerando soprattutto il fatto che, non trattandosi di ricalcolo contributivo, il ‘ricalcolo’ è un evidente aumento dell’imposizione fiscale limitata a soli 29mila cittadini nella posizione di pensionati, che non si possono neppure difendere, mentre se contributo fiscale doveva essere, avrebbe dovuto gravare su tutte le tipologie di redditi (e non solo su quelli da pensione)”, ha concluso Brambilla.

Risale tra i giovani
DISOCCUPAZIONE STABILE

Ad aprile il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 10,2%, mentre è in calo di 0,7 punti percentuali se confrontato con lo stesso dato del 2018. E’ quanto rileva l’Istat nelle sue stime provvisorie. Guardando alla disoccupazione giovanile (15-24 anni), il dato mostra una crescita rispetto a marzo di 0,8 punti percentuali e si attesta al 31,4%. E’ in calo invece, di 1,6 punti percentuali, se confrontato con quello di aprile 2018.
Dopo il consistente aumento di occupazione registrato a marzo, ad aprile 2019 la stima degli occupati risulta sostanzialmente stabile rispetto al mese precedente; anche il tasso di occupazione rimane invariato al 58,8%, secondo le stime Istat. Su base annua, invece, l’occupazione mostra una lieve crescita (+0,2%, pari a +56mila unità). Su base mensile, la sostanziale stabilità dell’occupazione è sintesi di un calo tra i 15-34enni (-52mila) e un aumento nelle altre classi di età, concentrato prevalentemente tra gli ultracinquantenni (+46mila). L’Istat registra nelle sue stime di aprile una lieve crescita dei dipendenti sia permanenti sia a termine (+11mila per entrambe le componenti), compensata da una diminuzione degli indipendenti (-24mila). Su base annua, invece, l’istituto di statistica registra segnali positivi per le donne, i 15-24enni (+39mila) e gli ultracinquantenni (+232mila), compensati da un calo per gli uomini e le fasce di età centrali. Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. In un anno crescono sia i dipendenti a termine (+50 mila) sia i permanenti (+42mila), mentre risultano in calo gli indipendenti (-36mila).

Carlo Pareto

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