sabato, 15 Agosto, 2020

Inps, prosegue il calo degli artigiani. Quasi 300.000 in meno dal 2010

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Inps
QUASI 300MILA ARTIGIANI IN MENO DAL 2010
Prosegue la diminuzione dei lavoratori artigiani che nel 2019 risultavano essere 1.620.000, quasi 300.000 in meno in confronto ai 1.913.000 registrati nel 2010.
Lo si legge nell’Osservatorio Inps sul lavoro autonomo che sottolinea come rispetto al 2018 il calo sia stato dell’1,1%.
Vi è una marcata prevalenza di titolari che con 1.499.853 unità costituiscono il 92,5% del totale degli iscritti alla gestione. I maschi rappresentano il 78,9% degli artigiani.
In Lombardia si concentra la maggior parte degli artigiani con 299.640 iscritti (18,5%), seguono l’Emilia Romagna con 168.595 iscritti (10,4%), il Veneto con 167.195 iscritti (10,3%), e il Piemonte con 150.139 iscritti (9,3%). Tra gli artigiani, la classe di età tra i 50 e i 59 anni è quella con maggior frequenza, pari al 31,2%, seguita dalla classe 40-49 anni (29%), gli ultrasessantenni sono il 18,4% e solo il 5,4% ha meno di 30 anni di età.


Lavoro

IN UN ANNO DIMESSE 37MILA NEO MAMME
Sono 37.611 le lavoratrici neo-mamme che si sono dimesse nel corso del 2019. I papà che hanno lasciato il posto sono invece stati 13.947. I dati sono quelli dell’Ispettorato del Lavoro (Inl) che ogni anno aggiorna le informazioni sulle convalide di dimissioni e risoluzioni consensuali di madri e padri. In tutto, si legge nel Rapporto, sono stati emessi 51.558 provvedimenti, con un “leggero” incremento sull’anno prima (+4%). E “come di consueto la maggior parte – si fa notare – ha riguardato le madri”. E’ così nel 73% dei casi.
Solo il 21% delle richieste di part time o flessibilità lavorativa, presentate da lavoratori con figli piccoli, è stato accolto. Lo rileva il Rapporto sui provvedimenti di convalida per neo-genitori, con bimbi sotto i tre anni, dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Su 2.085 richieste ne sono state infatti accolte 436. In soli due casi su dieci c’è quindi il via libera, una quota minoritaria che potrebbe essere interpretata come indice di un’ancora insufficiente sensibilità da parte dei datori di lavoro verso le esigenze di conciliazione tra il ruolo che i genitori hanno in famiglia e la prosecuzione dell’attività lavorativa.


Welfare

ISCRITTI A PREVIDENZA COMPLEMENTARE +4% IN UN ANNO
Alla fine del 2019, i fondi pensione in Italia sono 380: 33 fondi negoziali, 41 fondi aperti, 70 piani individuali pensionistici (Pip), 235 fondi preesistenti, oltre a Fondinps in via di superamento. Emerge dalla Relazione annuale Covip sull’attività svolta nel 2019 diffusa di recente, unitamente alle considerazioni del Presidente, Mario Padula. Il numero delle forme pensionistiche operanti nel sistema è in costante riduzione. Venti anni fa, nel 1999, le forme operanti erano 739, quasi il doppio. Alla fine del 2019, il totale degli iscritti alla previdenza complementare è di circa 8,3 milioni, in crescita del 4% rispetto all’anno precedente, per un tasso di copertura del 31,4% sul totale delle forze di lavoro (in pratica uno su 3 ha una forma previdenziale integrativa).
Gli iscritti ai Pip ”nuovi” si attestano a 3,3 milioni, 3,1 milioni quelli ai fondi negoziali, oltre 1,5 milioni quelli ai fondi aperti e circa 600.000 quelli ai fondi preesistenti. Gli uomini sono il 61,9% degli iscritti alla previdenza complementare (il 73,4% nei fondi negoziali), nel solco di quel gender gap che si è già manifestato negli anni scorsi. Si conferma anche un gap generazionale: la distribuzione per età vede la prevalenza delle classi intermedie e più prossime all’età di pensionamento: il 52,9% degli iscritti ha età compresa tra 35 e 54 anni, il 29,5% ha almeno 55 anni. Quanto all’area geografica, la maggior parte degli iscritti risiede nelle regioni del Nord (57%). A fine 2019, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a 185 miliardi di euro, in ascesa del 10,7% in confronto all’anno precedente: un ammontare pari al 10,4% del Pil e al 4,2% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. I contributi incassati nell’anno sono pari a 16,2 miliardi di euro: 5,3 miliardi ai fondi negoziali (+5,3%), 2,2 miliardi ai fondi aperti (+8,2%), 4,5 miliardi ai PIP nuovi (+4,9%) e 4,2 miliardi ai fondi preesistenti.
Alla fine del 2018 (ultimo dato disponibile), le attività complessivamente detenute dalle casse professionali assommano, a valori di mercato, a 87 miliardi di euro (+1,9%). Dal 2011 al 2018 tali attività sono lievitate complessivamente da 55,7 a 87 miliardi di euro, con un incremento del 56,2%. A fronte di una sostenuta dinamica di crescita nell’aggregato, permangono differenze, anche ampie, nelle attività delle casse: circa il 73% dell’attivo è di pertinenza dei 5 enti di dimensioni maggiori, i primi 3 raggruppano circa il 54% del totale. Al 2018 solo in 2 casse le prestazioni superano i contributi; in tutti gli altri casi la differenza è positiva, con un’ampiezza variabile tra i singoli enti. Tenendo conto anche delle componenti obbligazionaria e azionaria sottostanti gli Oicvm detenuti, la quota più rilevante delle attività è costituita da titoli di debito, pari a 32,6 miliardi di euro (corrispondenti al 37,5% del totale).
Occorre “recuperare il ritardo normativo delle casse professionali: continua ad ampliarsi, infatti, anche per effetto dell’incidenza della disciplina di origine comunitaria, il divario tra la regolamentazione normativa dei fondi pensione e quella relativa alle casse professionali, che restano gli unici investitori istituzionali affrancati da una regolamentazione unitaria in materia di investimenti”. E’ la raccomandazione che ha espressa Mario Padula , presidente della Covip nel commento alla Relazione 2019. “Bisogna portare rapidamente a completamento l’iter di adozione del regolamento interministeriale sugli investimenti delle casse, atteso dal 2011, che fornirebbe una cornice normativa, da un lato, oggettivamente necessaria per favorire il processo volto a rafforzare le procedure e gli assetti organizzativi professionali e tecnici delle casse e ad assicurare un efficace monitoraggio dei rischi assunti nella gestione; dall’altro, sufficientemente flessibile da consentire ai singoli enti l’adozione di scelte gestionali autonome e responsabili in ragione delle rispettive specificità”, ha spiegato Padula.
L’adozione del regolamento contribuirebbe poi anche al miglioramento dell’assetto della vigilanza; un contesto adeguatamente disciplinato e regolato faciliterebbe infatti l’azione di controllo e vigilanza cui la Covip è chiamata ad assolvere, consentendo alla stessa di inserirsi in un alveo caratterizzato da regole chiare ed omogenee”, ha aggiunto, invitando poi a “ripensare, in un’ottica di rinnovata progettualità per il Paese, al ruolo che non solo gli investitori istituzionali ma anche il risparmio privato in generale possono svolgere per la crescita dell’economia e lo sviluppo dei mercati finanziari, affrontando con coraggio i problemi che un’economia, come quella italiana, pone anche in relazione al suo tessuto industriale e al suo mercato dei capitali, che non andrebbero riguardati come parametri, ma piuttosto come variabili, in un modello più moderno che sappia cogliere le sfide che nell’ultimo ventennio si sono presentate e quelle che nel prossimo futuro si presenteranno”. E’ indispensabile fare tutto questo se si vuole costruire una società in cui al patto tra generazioni sia restituita la centralità che merita. Solo così, anche in tempi come questi, si potrà guardare al futuro con speranza”, ha concluso.


Inps

I NUOVI DATI SULLE INTEGRAZIONI SALARIALI EROGATE DALL’ISTITUTO
In un’apposita tabella recentemente pubblicata dall’Istituto di previdenza è possibile consultare i dati, aggiornati al 29 giugno 2020, sulle integrazioni salariali Covid-19 erogate direttamente dall’Inps.
Al 29 giugno, il numero dei lavoratori che non ha mai preso almeno un pagamento, sulle domande inviate entro il 31 maggio, è 17.574. Sulla base di richieste regolarmente presentate dopo il 31 di maggio, sono in attesa di essere pagati 322.707 lavoratori, che tuttavia hanno già ricevuto almeno un pagamento riferito a integrazioni mensili di periodi precedenti (sr41 trasmessi fino al 31 maggio). In ragione di questo, sulla base delle istanze regolarmente inoltrate, i lavoratori che non hanno ricevuto almeno un pagamento al 29 giugno sono 132.815, per la maggior parte però (115.241) sono domande pervenute a giugno (132.815 – 17.574 = 115.241).


Carlo Pareto

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