domenica, 13 Ottobre, 2019

Inps, 5,4 milioni i pensionati sotto i mille euro al mese

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Inps
5,4 MILIONI DI PENSIONATI SOTTO I MILLE EURO
Sono quasi 5,4 milioni i pensionati Inps sotto i mille euro al mese, il 34,7% del totale che sfiora i 15 milioni e mezzo. Il dato è contenuto nel Rapporto annuale dell’istituto, recentemente presentato dal presidente dell’Ente previdenziale Pasquale Tridico.
Nel complesso, alla fine del 2018 all’Inps risultavano erogate 16,8 milioni di pensioni, per un importo medio di 1.156 euro. Se si fa riferimento al rendimento economico e si guarda all’importo medio mensile corrisposto ai pensionati Inps, considerando anche coloro che ricevono più trattamenti di quiescenza, esso risulta pari a 1.548 euro.
Il sistema pensionistico è sostenibile – Secondo Tridico, “il sistema pensionistico è solido. Il bilancio dell’Inps è unico, e l’Istituto deve mantenere la sua unità, ciò consente di sfruttare economie di scala e di rendere più efficiente la fornitura di beni e servizi mediante l’accentramento di informazioni e competenze; tuttavia, una riflessione di trasparenza contabile è necessaria al fine di rendere edotti cittadini e policy maker, sulla divisione reale tra spesa pensionistica e quella assistenziale che non è finanziata con i contributi dei lavoratori ma attraverso la fiscalità generale”.
Tridico ha sottolineato, nella sua prima relazione da presidente Inps, che “oggi i trasferimenti dallo Stato ammontano a circa 110 miliardi, a fronte di una spesa totale per prestazioni di circa 318 miliardi. La trasparenza è necessaria al fine di evitare allarmismi circa la sostenibilità del nostro sistema pensionistico”.
Quota 100 – Tridico ha fatto il punto su Quota 100: complessivamente alla fine del mese di giugno sono pervenute 154.095 domande” di pensione anticipata con Quota 100. Sulla base del trend dei primi sei mesi di applicazione, alla fine dell’anno il numero atteso delle pensioni in pagamento sarà attestato intorno a circa 205.000, per una spesa globale annua pari a 3,6 miliardi. Si tratta, ha rimarcato il presidente dell’Inps, “di un numero di beneficiari inferiore del 29% rispetto a quello che era stato stimato”.
Reddito di cittadinanza – Per quanto attiene invece il Reddito di cittadinanza, “a fine giugno, dopo tre soli mesi di operatività, risultano percettori di Reddito o di Pensione di cittadinanza circa 840 mila nuclei (di cui oltre 102.833 destinatari di pensioni di cittadinanza) per un numero complessivo di individui coinvolti che supera i 2 milioni. L’importo medio erogato è di circa 500 euro”. Nel Sud e nelle Isole risiede circa il 60% dei nuclei beneficiari. Le domande pervenute all’Inps sono state 1.315.153, presentate per il 67,1% per il tramite dei Caf, il 22,3% di Poste Italiane e il 10,3% dei patronati. In questa prima fase è stato elaborato l’89% delle istanze inoltrate di cui il 62% sono state accolte e il 27% respinte.

Tridico (Inps)
CON DL DIGNITÀ PIÙ LAVORO A TEMPO INDETERMINATO
La quota di occupati a tempo determinato, dopo aver raggiunto il picco storico del 17% nel 2018, sta gradualmente scendendo e nel primo trimestre 2019 si è attestata 15,9%. Verosimilmente l’effetto della normativa del ‘decreto Dignità’ non ha indotto una riduzione dei contratti a tempo indeterminato e delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, come previsto da alcuni. E’ quanto ha sostenuto il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, nel corso della sua relazione annuale, in occasione della presentazione del Rapporto annuale dell’Istituto alla Camera dei Deputati.
Secondo i dati dell’Osservatorio sul Precariato, ha continuato Tridico, “nel 2018 la performance del tempo indeterminato in termini di flussi è stata positiva: le assunzioni sono aumentate del 10%, le trasformazioni del 59%, con un saldo assunzioni-cessazioni a fine anno molto positivo (+190.000), ancor più se raffrontato con quello del 2017 (-149.000). Inoltre, soprattutto dopo l’entrata in vigore del ‘decreto Dignità’, la dinamica è accelerata, nei primi mesi del 2019”.
“Simmetricamente, per i rapporti di lavoro a termine, nel 2018 si assiste a una frenata in confronto al 2017 (assunzioni a tempo determinato +7%, somministrato +1%), nel primo trimestre 2019 si registra addirittura -ha sottolineato Tridico- a una prima inversione di tendenza (tempo determinato -6%, somministrato – 34%). Inoltre, se si confronta il primo trimestre del 2019 rispetto al primo del 2018 le assunzioni a termine si riducono di -48.000 unità, a fronte di un salto delle assunzioni a tempo indeterminato di +52.000 (un progresso del 15%) e delle stabilizzazioni di contratti a termine di +98.000 (un balzo del 78%). La riduzione rilevata nelle assunzioni a tempo determinato non ha quindi indotto una crescita del tasso di disoccupazione, quanto piuttosto un ridimensionamento del lavoro a termine”, ha rimarcato Tridico.
E Tridico continuando ha aggiunto che “nelle sedi in cui è stato chiamato a formulare le valutazioni di natura tecnica, l’Istituto ha costantemente rappresentato come ogni intervento normativo in materia di salario minimo debba essere necessariamente caratterizzato da un requisito fondamentale, che è quello della semplicità e della verificabilità”.
Secondo Tridico, “considerata la numerosità dei contratti collettivi e la forte articolazione dei sistemi di remunerazione economica, l’efficacia di ogni intervento normativo dipende in larga misura dalla chiarezza e semplicità dell’attuazione”.
Per Tridico, “a questo fine già all’interno della proposta normativa sarebbe pertanto opportuno identificare le componenti necessarie al processo di monitoraggio e controllo, oltre alla verifica che i dati disponibili presso le istituzioni pubbliche siano arricchiti e aggiornati per strutturare un piano credibile di monitoraggio e vigilanza”.

Cigna (Cgil)
CONTRATTO DI ESPANSIONE: OSSERVAZIONI CGIL
Ezio Cigna, responsabile previdenza pubblica della Cgil è tornato a parlare del tema dello scivolo di 5 anni per la pensione anticipata presente nell’ultimo decreto crescita di cui abbiamo già parlato in una precedente rubrica Cigna esprime diverse perplessità, a partire dal fatto che sarà il datore di lavoro a proporre al dipendente l’anticipo pensionistico “Lo scivolo sarà in vigore in via sperimentale per il biennio 2019 – 2020 e rientrerà in un accordo, il cosiddetto “contratto di espansione, che le imprese stipuleranno con il ministero del Lavoro e i sindacati. Sarà il ministero a valutare le richieste e a stanziare i fondi”. Cigna spiega il funzionamento: “Se un lavoratore accetta lo scivolo, dopo la risoluzione del contratto scatta la Naspi, cioè l’indennità economca di disoccupazione, per un massimo di 2 anni: durante questo periodo l’Inps accredita i contributi figurativi utili per la pensione“.
Cigna è critico sull’argomento poiché penalizza il genere femminile: “Il datore di lavoro deve corrispondere tutti i contributi mancanti solo a coloro che usano lo scivolo per raggiungere la pensione anticipata, cioè per arrivare a 42 anni e 10 mesi di versamenti all’Inps (41 e 10 mesi per le donne). E tutti gli altri? Una volta conclusa la Naspi non avranno diritto ai contributi ulteriori. Ovviamente, questo influirà in modo negativo sull’importo dell’assegno. Una disparità che rischia di penalizzare soprattutto le donne: sono loro che nella maggior parte dei casi escono dal lavoro con la pensione di vecchiaia“.

Economia
PRESSIONE FISCALE IN RIALZO PER I CONTRIBUENTI FEDELI
La pressione fiscale reale dei contribuenti italiani che versano fino all’ultimo centesimo tutte le tasse, le imposte e i contribuenti previdenziali chiesti dall’amministrazione pubblica è del 48%: si tratta di quasi 6 punti in più rispetto al dato ufficiale, che nel 2018 si è attestato al 42,1%. E’ quanto evidenzia la Cgia di Mestre in un recente studio.
“Sebbene negli ultimi anni il peso complessivo delle tasse risulti leggermente in calo – ha sottolineato il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo – molti non se ne sono accorti, poiché allo stesso tempo sono cresciute le tariffe della luce, dell’acqua, del gas, i pedaggi autostradali, i servizi postali, i trasporti urbani, etc. Dal punto di vista contabile, queste voci non rientrano nella pressione fiscale. Tuttavia, hanno avuto e continuano ad avere degli effetti molto negativi sui bilanci di famiglie e imprese, in particolar modo per quelle fedeli al fisco”.
L’Ufficio studi della Cgia ricorda che il nostro Pil, come del resto quello di molti altri Paesi dell’Ue, include anche gli effetti dell’economia non osservata. Questa ‘ricchezza’, riconducibile alle attività irregolari e illegali che, per sua natura, ha dimensioni importanti, non dà alcun contributo all’incremento delle entrate fiscali. Rammentando che la pressione fiscale si calcola attraverso il rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se dalla ricchezza prodotta scorporiamo la componente riconducibile all’economia ‘in nero’, il peso del fisco in capo ai contribuenti onesti sale inevitabilmente, consegnandoci un carico fiscale reale molto superiore a quello ufficiale.
“Se da un lato abbiamo recuperato 7,6 miliardi di euro che ci hanno evitato la procedura di infrazione da parte dell’Ue – ha rilevato il segretario Renato Mason – dall’altro lato dobbiamo trovare entro dicembre 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e altri 10-15 miliardi per estendere a tutta la platea dei contribuenti la flat tax. Insomma, al fine di evitare un forte rialzo dei prezzi di beni e servizi e per beneficiare di una decisa contrazione del carico fiscale, dovremmo recuperare in pochi mesi almeno 33 miliardi. Una impresa che, ad oggi, appare proibitiva”.
E se negli ultimi anni la pressione fiscale ha conosciuto una leggera diminuzione, rimarca la Cgia di Mestre, “non è da escludere che nel 2019 torni a salire. Non tanto perché il prelievo complessivo è destinato ad aumentare, cosa che in linea di massima non si dovrebbe verificare, bensì perché la crescita del Pil sarà molto contenuta e nettamente inferiore alla variazione registrata l’anno scorso. Ricordiamo che, dopo il picco massimo toccato nel biennio 2012-2013, negli anni successivi la pressione fiscale ha fatto segnare una diminuzione che nel 2017 e nel 2018 si è attestata al 42,1%”.
Secondo l’Istat, nel 2016 (ultimo dato disponibile) l’economia non osservata ammontava a 209,8 miliardi di euro (pari al 12,4% del Pil): di questi, 191,8 miliardi erano attribuibili al sommerso economico e altri 17,9 alle attività illegali. In questa analisi, l’Ufficio studi della Cgia ha ipotizzato prudenzialmente che l’incidenza dell’economia sommersa e delle attività illegali sul Pil nel biennio 2017-2018 non abbia subito alcuna variazione rispetto al dato 2016.
La pressione fiscale ufficiale è data dal rapporto tra le entrate fiscali ed il Pil prodotto in un anno (nel 2018 si è attestata al 42,1 per cento). Se, però, dalla ricchezza del Paese (Pil) sottraiamo la quota riconducibile al sommerso economico e alle attività illegali che, non producono alcun gettito per le casse dello Stato, il prodotto interno lordo diminuisce (quindi si “contrae” il valore del denominatore) facendo accrescere il risultato che affiora dal rapporto tra il gettito fiscale e il Pil (48 per cento). La Cgia tiene comunque a precisare che la pressione fiscale ufficiale calcolata dall’Istat (nel 2018 al 42,1 per cento) rispetta fedelmente le disposizioni metodologiche previste dall’Eurostat.
Dopo l’introduzione della fatturazione elettronica che ha debuttato lo scorso 1° gennaio, dal 1° luglio è scattata una nuova scadenza per le partite iva con volume d’affari superiore ai 400.000 euro e più precisamente l’obbligo di memorizzazione e di invio telematico dei corrispettivi. Questo scenario evidenzia come il rapporto fiscale tra le aziende e l’Agenzia delle Entrate stia cambiando rapidamente senza però portare sostanziali benefici in termine di abbassamento delle tasse con altrettanta rapidità. Da qualche settimana, infine, piccoli imprenditori, artigiani e commercianti sono alle prese anche con la dichiarazione dei redditi, che da quest’anno presenta una grossa novità: i tanto criticati studi di settore sono stati sostituiti dagli Isa. Un nuovo strumento che sta mettendo in difficoltà gli stessi addetti ai lavori, come le associazioni di categoria e i commercialisti, e i piccoli imprenditori, che devono dedicare il loro tempo anche alla compilazione dei dati richiesti da tali “indicatori”, sottraendolo al loro lavoro. Una rivoluzione che rischia di tradursi in un incremento dei costi legati alla burocrazia fiscale.

Carlo Pareto

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