venerdì, 21 Giugno, 2019

Inps, sbloccata la partita per la successione

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Inps
TRIDICO E MORRONE COMMISSARI
Si è sbloccata la partita per la successione alla guida dell’Inps dopo la fine del mandato di Tito Boeri. E’ stato di recente firmato dal vice premier Luigi Di Maio e dal ministro dell’Economia Giovanni Tria il decreto che indica Pasquale Tridico commissario e Adriano Morrone subcommissario per l’Inps. L’altro giorno, a sorpresa infatti, era arrivato il passo indietro di Mauro Nori, indicato come possibile numero due di Tridico.
Tuttavia, come ricostruito da alcuni organi di stampa però, a differenza di Nori, il nome indicato per il sub commissario potrebbe verosimilmente non essere lo stesso destinato a diventare il vice presidente di Tridico, quando la riforma della governance dell’istituto sarà approvata dal Parlamento.
La Lega starebbe difatti pensando a una nomina “ponte”, quella di Morrone in questo caso, per poi valutare un nome definitivo differente per il posto di vice presidente.

Decretone
PENSIONE DI CITTADINANZA ANCHE PER NUCLEI CON DISABILI
Si allargano le maglie per l’accesso alla pensione di cittadinanza a favore dei nuclei familiari con una o più persone in condizioni di disabilità o non autosufficienza. Lo prefigura un emendamento del Governo al decretone su Reddito di cittadinanza e Quota 100 depositato in commissione alla Camera.
La norma prevede che la pensione di cittadinanza sia concessa non solo a coloro che hanno almeno 67 anni e gli stessi requisiti per il reddito ma anche a chi ha almeno 67 anni e nel suo nucleo familiare ha persone di età inferiore con disabilità o non autosufficienti.
L’emendamento del Governo alza poi di ulteriori 7.500 euro il limite del patrimonio mobiliare per accedere al beneficio in presenza di componenti del nucleo familiare con disabilità gravi o non autosufficienti. Rivisto in questi casi anche il parametro della scala di equivalenza che arriva ad un massimo di 2,2 rispetto al 2,1 fissato per le famiglie numerose.
La relazione tecnica che accompagna l’emendamento stima un onere aggiuntivo di 12,8 milioni di euro per il 2019 e di circa 17 milioni per gli anni successivi.
Quota 100 – Intanto, sul fronte pensioni, l’Inps comunica che alle 17 del 14 marzo sono 92.280 le domande presentate.

Inps
OMISSIONI E PACE CONTRIBUTIVA
La nuova facoltà di riscatto dei buchi contributivi non può essere utilizzata come sorta di sanatoria per rimediare agli omessi versamenti di contributi per periodi di lavoro, neanche se l’obbligo contributivo si sia prescritto
“Pace contributiva” preclusa per i periodi soggetti a obbligo contributivo, anche se prescritto. La nuova facoltà di riscatto dei buchi contributivi, infatti, non può essere utilizzata come una specie di sanatoria per rimediare ai mancati versamenti di contributi dovuti per periodi di lavoro, neanche se l’obbligo contributivo si sia prescritto. Lo ha recentemente chiarito l’Inps nella circolare n. 36/2019, dettando istruzioni alle nuove facoltà di riscatto introdotte dal dl n. 4/2019 (l’altra è il riscatto soft della laurea, alla quale l’Inps ammette anche quanti abbiano fatto domanda tradizionale, ai fini del ricalcolo dell’onere). L’Inps, inoltre, ha precisato che le istanze di pace contributiva possono essere inoltrate unicamente in modalità telematica, contraddicendo quanto segnalato sul modulo di domanda.
La pace contributiva. È la nuovissima tipologia di riscatto relativa ai cosiddetti “buchi contributivi”, a quei periodi cioè non coperti da contributi, comunque versati e accreditati presso forme di previdenza obbligatoria. Il riscatto opera in via sperimentale limitatamente al triennio 2019/2021 ed esclusivamente a favore di soggetti non ancora pensionati e privi di anzianità assicurativa al 31 dicembre 1995. Al fine di quest’ultima condizione, ha sottolineato l’Inps, l’assenza di contributi riguarda qualsiasi tipo di contribuzione (obbligatoria, figurativa, da riscatto) e presso qualsiasi gestione di previdenza, comprese casse professionali e forme previdenziali all’estero. I periodi riscattabili sono quelli compresi tra la data di prima iscrizione alla previdenza (necessariamente successiva al 31 dicembre 1995) e l’ultimo contributo corrisposto; di questi segmenti temporali, si ha facoltà di scegliere quali e quanti riscattare, fino a un massimo di cinque anni, anche se non continuativi. In ogni caso, i periodi devono essere precedenti al 29 gennaio 2019 (entrata in vigore del dl n. 4/2019). I lassi di tempo riscattabili, inoltre, sono soltanto quelli non soggetti a obbligo contributivo; il che vuol dire, ha rimarcato l’Inps, che il riscatto non può essere esercitato per recuperare periodi di lavoro. Tale preclusione, ha spiegato l’Inps, opera necessariamente e logicamente anche nei casi in cui l’obbligo contributivo si sia prescritto.
Pertanto, per recuperare tali periodi di lavoro va fatto ricorso ai tradizionali istituti, quali la regolarizzazione contributiva o, se c’è prescrizione dei contributi, la costituzione di rendita vitalizia. Infine, in palese contrasto con quanto indicato nel modello di domanda (Ap135), l’Inps ha comunicato che la trasmissione dell’istanza può avvenire solo in via telematica: previo caricamento online; o tramite contact center Inps; oppure rivolgendosi a patronati e altri intermediari.
Il riscatto leggero della laurea. La nuova facoltà di riscatto è inserita nel corpo normativo che disciplina il riscatto della laurea (art. 2 dlgs n. 184/1997), quale ulteriore ipotesi a disposizione, però, esclusivamente “dei periodi da valutare con il sistema contributivo”. La nuova facoltà, ha precisato l’Inps, è praticabile solamente entro il compimento dei 45 anni d’età. A renderla “più leggera” è il costo: agevolato, perché calcolato sul livello minimo imponibile annuo dei commercianti Inps, pari a 15.878 euro nel 2019, anziché sulla propria retribuzione o compenso. L’Inps ha ulteriormente chiarito che la nuova facoltà di calcolo dell’onere (che è la vera novità) si aggiunge a quelle già previste e, di conseguenza, è all’interno di tale ventaglio di criteri che il richiedente può scegliere quello che ritiene più consono. L’opportunità, tuttavia, è riservata unicamente alle richieste inviate a partire dal 29 gennaio 2019 (entrata in vigore del dl n. 4/2019). In ogni caso, la rideterminazione dell’onere non è possibile qualora il riscatto determinato in base a una qualsiasi modalità sia stato già interamente corrisposto.

Consulenti del lavoro
SERVIZI INADEGUATI, DONNE COSTRETTE A INATTIVITÀ E PART TIME
Sono 433 mila le donne con figli in condizioni di inattività (280 mila) e occupate part-time (153 mila) che nel 2017 avrebbero potuto cambiare la propria posizione rispetto al mercato del lavoro se fossero stati adeguati i servizi per l’infanzia e per la gestione di persone non autosufficienti. I servizi citati sono non solo inadeguati, ma anche molto costosi rispetto alla media delle retribuzioni percepite. Osservando soltanto i grandi Comuni italiani, a Palermo quasi metà dell’intera platea di madri in età lavorativa (44,8%) si trova in questa condizione, mentre tale quota scende a poco più del 12,5% a Milano. È quanto fotografato nell’indagine dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro ‘Donne al lavoro: o inattive o part-time’ che, in occasione della recente Festa delle donne dell’8 marzo, ha analizzato i dati dell’occupazione femminile soffermandosi sulle cause che inducono le donne a scegliere il part-time o all’inattività e sulle retribuzioni di ingresso al momento dell’assunzione del lavoratore, mettendo a fuoco anche le pesanti conseguenze sul piano pensionistico derivanti da carriere discontinue o da tempi di lavoro ridotti.
Delle 433 mila mamme inattive o impiegate part-time, circa 381 mila (88%) lamentano la carenza di servizi rivolti all’infanzia o a entrambi, e 52 mila (12%) di servizi rivolti alle persone non autosufficienti. E mentre al Nord si osserva una maggiore insufficienza dei servizi per i bambini (91,1%) rispetto a quelli per gli anziani (8,9%), nel Mezzogiorno è maggiormente sentita la carenza di assistenza domiciliare per gli anziani (15,6%) in confronto a quella per i bambini (84,4%).
Stando ai dati forniti dall’Osservatorio, oltre il 50% delle assunzioni di lavoratrici donne in Italia è di tipo part-time: un dato che nel 2017 ha raggiunto il massimo storico (54,6%) rispetto al 2009 (47,1%). E le conseguenze si vedono direttamente già dalla prima busta paga. Infatti, nonostante l’assunzione di 2,8 milioni di donne nel 2017 (in confronto a 3,2 milioni di uomini), il 35,7% ha ricevuto uno stipendio mensile inferiore a 780 euro. Nella classe di reddito da 1.500 a 2.000 euro gli uomini sono il doppio delle donne, mentre per i redditi ancora più alti il rapporto è di 1 donna ogni 3 uomini.
Quanto alla posizione territoriale è il Molise, con il 46% delle donne assunte con uno stipendio inferiore alla soglia di povertà, a guidare la classifica seguito da Sardegna (45%), Abruzzo, Marche e Umbria con il 41%. Così ancor oggi le differenze salariali tra uomini e donne, specie al Sud e nel Centro Italia, sono evidenti. Nel 2017 queste ultime hanno avuto una retribuzione media da lavoro inferiore del 15,3% rispetto alla componente maschile. Un divario pari al 12,5% nelle classi di età più giovani, con una crescita massima del 20,4% per gli over 55. L’indagine si sofferma poi sulle cause del contratto di lavoro a tempo parziale per le lavoratrici donne: per la maggior parte dei casi ‘vittime’ di part-time involontario (1,8 milioni), una condizione nella maggior parte dovuta all’impossibilità di conciliare i tempi della maternità e della vita familiare con il lavoro. Il 40,9% delle mamme tra i 25 e i 49 anni è impiegata a tempo ridotto, contro il 26,3% delle donne senza figli. Mentre per i padri il lavoro part-time è una modalità residuale che in nessuna condizione supera il 10%. L’uso dell’orario ridotto ha conseguenze anche sul piano pensionistico.
Condizioni discontinue di lavoro e a tempo parziale non consentono, infatti, di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali utili all’accesso alla pensione di vecchiaia. Dai dati Inps sui beneficiari di pensioni in Italia è chiaro che, nonostante le donne beneficiarie di prestazioni pensionistiche siano 8,4 milioni (862 mila in più degli uomini), soltanto il 36,5% beneficia della pensione di vecchiaia – frutto della propria storia contributiva – contro il 64,2% degli uomini. Le donne, poi, laddove arrivino a percepire la sola pensione di vecchiaia, si vedono riconosciuto un assegno mensile inferiore di un terzo rispetto a quello degli uomini.
Rafforzare quindi i servizi di assistenza per la cura dei figli o delle persone non autosufficienti è quanto mai essenziale. Potenziare tali prestazioni consentirebbe a tantissime donne di conciliare i tempi di lavoro con la cura della famiglia e di permettere ad un numero maggiore di donne di partecipare a pieno nel mondo del lavoro, in tutti i settori produttivi”. “Anche così – evidenziano i Consulenti – il nostro Paese riuscirà ad uscire dalla crisi che ha coinvolto il mercato del lavoro che, negli ultimi dieci anni, ha perso 1,8 miliardi di ore di lavoro pari ad 1 milione di occupati a tempo pieno”.

Carlo Pareto

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