mercoledì, 18 Settembre, 2019

Internet e soggetti deboli, c’è un vuoto normativo

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Il tema della causalità psichica torna alla ribalta a seguito dell’ultima vicenda di cronaca nera: si tratta della vicenda della piccola Molly. Molly, giovane adolescente britannica, si è suicidata nel novembre del 2017.

L’animo già fragile e malinconico di una giovane donna che si affaccia alla vita non ha retto alle sollecitazioni di una aberrata realtà virtuale che i suoi profili social le avevano pian piano disegnato attorno.

Ebbene sì, perché dietro a ogni profilo social – Facebook , Instagram e Pinterest -si celano anche gli indecifrabili algoritmi degli stessi.

Quelli – per intenderci – che ritagliano il mondo a ‘somiglianza dell’utente’. Ti piacciono i gattini? Verrai sommerso di pagine, video, proposte di iscrizione a gruppi per amanti del micio. Ti piacciono i trattori? Ecco che riceverai quotidiane allettanti proposte di abbonamento alla rivista mensile a tema giardinaggio.

L’algoritmo social funziona tutto sommato così: traccia dove sei, con chi ti trovi e cosa fai e in breve ti dirà chi sei e …cosa vuole che tu sia!

Lo scanner non risparmia nessuno ma si disinteressa di tutti: la realtà disegnata attorno ad ogni profilo social è infatti vólta a garantire la capitalizzazione del profitto, senza curarsi del fatto che i materiali proposti, i video, le foto possano nuocere psicologicamente agli utenti, e giungere financo a diventare vere e proprie istigazioni o rafforzamenti di propositi distruttivi.

E purtroppo Molly non era appassionata di gattini, Molly voleva morire. Visitava siti che istigavano al suicidio, cliccava su video e aberranti tutorials su YouTube che parlavano di autolesionismo. Per questo veniva mitragliata tutti i giorni da messaggi di morte, filtrati tanto sapientemente quanto disinteressatamente dal motore di ricerca.

Lo stesso motore di ricerca capace di mostrare le due facce della luna internautica, l’altra faccia virtuale del mondo reale: fatto dalle luci e dalle paillettes della Ferragni da una parte, ma anche dai torbidi e oscuri meandri delle periferie virtuali, nei quali è facile avvilupparsi. Soprattutto per una mente ancora acerba.

La vicenda si inscrive nel più ampio fenomeno sociale della vulnerabilità dei giovanissimi che entrano in contatto con il mondo del web, senza filtro e senza veli di Maya.

È sí la storia di Molly, ma anche di tante altre vittime del ‘battage’ internautico, che tende ovviamente a far breccia soprattutto nelle menti adolescenziali

Sí, l’adolescenza e la fisiologica incertezza di quegli anni: quell’etá – per intenderci – che quando la si ricorda è un sogno, ma quando la si vive è un incubo.

Ebbene, sullo smartphone di Molly comparivano i video che parlavano di suicidio, inverecondi tutorials sul come fare del male a sé stessi. L’hashtag #iwanttodie (voglio morire) era uno dei ‘leitmotiv’ che hanno trovato terreno fertile nella già vulnerabile psiche della ragazzina. In Gran Bretagna il fenomeno ha visto il picco nell’anno 2018 tra i giovanissimi al di sotto dei 19 anni. In Italia abbiamo vissuto l’analogo fenomeno del cd. Blue whale: la perversa gara/sfida contro sé stessi mediante la quale i partecipanti erano istigati e rafforzati, a mezzo web, a compiere atti lesivi della propria integrità fisica e, in alcuni casi, della propria vita.

Di recente la cronaca italiana ha riportato il caso di Igor Maj, giovane arrampicatore di 14 anni, vittima della folle ‘blackout challenge’. Si tratta, in breve, di tutorials postati su YouTube nei quali si illustra doviziosamente la procedura per togliersi il respiro fino allo svenimento. Nel caso di Igor però qualcosa è andato storto. È stato ritrovato impiccato in camera sua.

Sulla vicenda è stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio nei confronti del 24enne indiano che ha prodotto e caricato il video su YouTube.

Ma, allo stato dell’arte, e in attesa di un necessario intervento del Legislatore, quali sono i possibili presidi penali di queste fattispecie?

Ad oggi nel diritto penale la tutela della vita umana é presidiata anche con la fattispecie prevista all’art. 580 c.p., rubricata ‘istigazione al suicidio’.

Si tratta di una fattispecie diversa dall’aiuto al suicidio, di recente salita alla ribalta del dibattito politico per il caso Cappato-Dj Fabo.

La differenza risiede tutta nella tipologia del nesso causale: si tratta di una causalità psicologica nel caso dell’istigazione al suicidio e di un nesso di causa materiale nella fattispecie dell’aiuto al suicidio.

In altre parole, il nesso di causa, vólto a ‘legare’ insieme un ‘fatto ad un evento’, risponde a una delle domande forse più affascinanti della esperienza umana: cosa ha causato un determinato evento?

Affascinante perché intinge a piene mani nel nucleo del metodo scientifico, che trova nel ‘provando e riprovando’ dell’Accademia del Cimento di Galileo il proprio universale mantra.

La causalità può di certo declinarsi in senso naturalistico, avendo riguardo a fenomeni naturalistici che, per loro fisionomia, ben si prestano a essere spiegati scientificamente.

È quello che accade per la fattispecie che punisce chi ‘aiuta a suicidarsi’, apportando un mero apporto materiale al soggetto, che comunque risulta già persuaso a togliersi la vita in tutti i modi (il Caso Cappato-Dj Fabo).

Ma è possibile declinare il nesso di causa anche alle categorie psicologiche?

E, di conseguenza, possono i messaggi dei social network incidere sulla sfera psicologica di una persona al punto da rendere possibile anche un’eventuale responsabilità penale a titolo di istigazione?

In diritto il tema è noto come ‘causalità psichica’ che, al contrario della causalità naturalistica, intinge nell’insondabilitá della psiche umana. Per definizione sguarnita di ogni legge scientifica che possa spiegare con la necessaria certezza il perché dell’agire umano.

Proprio per questo motivo si è in passato dubitato dell’attendibilità del giudizio causale psicologico; a maggior ragione si è dubitato che su di una base così razionalmente labile, si potesse costruire un giudizio di responsabilità penale, che richiede il massimo delle guarentigie scientifiche e razionali.

Oggi l’ambito psicologico appartiene necessariamente a quello che si definisce ‘il sapere incerto’, ma non si esclude che, a determinate condizioni, possa fondare un giudizio di responsabilità penale.

L’esperienza giudiziaria italiana ha già conosciuto, in questo senso, ipotesi di condanna per responsabilità penale sulla base di una cosiddetta causalità psichica.

Il precedente più noto è sicuramente il caso ‘L’Aquila’. Si tratta in questo caso della responsabilità a titolo di omicidio colposo di alcuni membri della Commissione Grandi Rischi per aver fornito ai cittadini informazioni errate circa la non verificabilità dell’evento sismico, poi tragicamente avvenuto.

In altre parole, in quel caso, nonostante lo sciame sismico, alcuni dei componenti della Commissione negarono a mezzo stampa che fosse possibile una scossa di grave entità, inducendo anche molti cittadini che avevano lasciato le proprie dimore a farvi rientro, forti delle rassicurazioni.

In quel caso i componenti della Commissione vennero condannati per omicidio colposo.

È dunque possibile accertare la responsabilità penale anche sulla base di un nesso causale psicologico dato che le c.d. “massime di esperienza” costruite su generalizzazioni sono idonee a spiegare le azioni umane. È vero, non vi è la copertura scientifica pretendibile per i fenomeni naturalistici, ma le azioni umane possono essere spiegate anche in base a generalizzazioni statistiche a patto che siano coerenti con il caso concreto.

Anche per questi motivi i genitori della ragazza, come tanti altri genitori prima, chiederanno a Cupertino (Facebook) e alle altre piattaforme di aver accesso a tutti gli account. Per capire esattamente quali contenuti fossero somministrati alla figlia e -magari- con quali modalità.

È il principio dell’autoresponsabilitá direbbe qualcuno. Così come non si può pretendere che lo Stato faccia da padre ai propri cittadini, allo stesso modo funziona il web.

Ma come si può parlare di autoresponsabilità laddove vengano in gioco i minorenni?

La tutela dei soggetti vulnerabili, che trova oggi nella L. 172/2012 la sua più plastica applicazione a livello normativo nazionale, non può oggi non essere declinata anche nel parallelo cosmo di internet, che non può rimanere una zona franca dell’ordinamento. E su questo il legislatore sarà chiamato nei prossimi anni a misurarsi sul campo con le continue sollecitazioni che la realtà del mondo internautico impone.

Gianmarco Lucherini Bargellini

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