lunedì, 17 Giugno, 2019

Intervento di Alfonso Maria Capriolo

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Pochi conoscono il suo impegno all’Assemblea Costituente, quando fece aggiungere all’art.3 della Costituzione : “Tutti i cittadini…sono uguali davanti alla legge”, le parole “senza distinzioni di sesso”, con le quali venne posta la base giuridica per il raggiungimento della piena parità di diritti tra uomo e donna, che fu sempre l’obiettivo principale della sua attività politica.
Recentemente la Corte Costituzionale ha ribadito la legittimità delle norme della legge che porta il suo nome che hanno istituito i reati di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Oggi i socialisti debbono essere impegnati nell’opposizione a chi vorrebbe risolvere il problema della prostituzione nelle strade riaprendo i bordelli, sotto il controllo dello Stato, e magari con vantaggio per le finanze pubbliche per il gettito fiscale che si andrebbe a ricavare dalla tassazione del “mestiere più antico del mondo”, dimenticando che lo sfruttamento delle prostitute si configura spesso come una vera e propria “riduzione in schiavitù” (art.600 c.p.) e costituisce un’attività estremamente remunerativa per la criminalità organizzata, spesso abbinata anche allo spaccio di stupefacenti. Occorre chiedere che lo Stato si impegni fortemente sul fronte della repressione della tratta internazionale, con la riaffermazione della concessione del permesso di soggiorno alle donne, agli uomini e ai bambini stranieri vittime della stessa, che, con le recenti limitazioni introdotte alla “protezione umanitaria” dal Decreto sicurezza di Salvini, rischiano di essere rimessi in strada, alla mercè delle mafie nazionali e straniere.
C’è un detto odioso che recita “quando torni a casa, picchia tua moglie; tu non sai perché, ma lei lo sa”. In questa frase è concentrata tutta la concezione dell’uomo “padrone” della donna, e che i rapporti interpersonali debbano essere basati sulla violenza, come al tempo dell’età della pietra. Infatti, se è legittimo, anzi giusto, picchiare la propria compagna, allora è lecito e giusto picchiare i propri figli, e, a maggior ragione, gli altri, quelli che in qualche modo si frappongono al soddisfacimento delle nostre pulsioni, o che sono “diversi” da noi, siano essi immigrati, omosessuali, oppositori politici.
Una delle tante cose importanti e giuste che ci vengono dall’Europa è la normativa raccomandata agli Stati membri dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, sottoscritta anche dall’Italia il 27.09.2012, contro la violenza sulle donne, la violenza di genere e la violenza domestica, la cui attuazione nel nostro Paese andrebbe verificata e monitorata.
I socialisti debbono confermare il loro impegno nella battaglia per garantire l’aumento della presenza femminile al lavoro, per l’effettiva eguaglianza (pari retribuzione a parità di mansioni, pari accesso ai livelli dirigenziali nelle imprese e nella P.A.), per l’accesso delle donne agli incarichi pubblici (elettivi o di secondo livello), per l’ampliamento dei servizi sociali (asili nido, differenziazione degli orari di lavoro, congedi parentali, ecc.), contro coloro che vogliono un ritorno al passato, affermando una concezione della donna “angelo del focolare”, ricordando che il grado di effettiva parità dei diritti fra uomo è donna è quello che rappresenta il tasso di evoluzione di un sistema economico e sociale.
Ribadiamolo: il concreto raggiungimento della parità è uno degli obiettivi prioritari per la realizzazione di una società democratica e socialista.
50 anni fa, l’11 luglio 1969, moriva Giacomo Brodolini, il ministro socialista “padre” politico dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
Ebbene compagni, dal momento che i compagni del PD non l’ammetteranno mai, perché non possono smentire l’operato di Matteo Renzi, facciamolo noi, diciamolo, che l’abrogazione dell’art.18 dello Statuto è stato un errore, perché non ce lo chiedeva nessuno, nemmeno il mondo imprenditoriale, non è servito a nulla, non ha garantito maggiore occupazione o maggiore produttività, ma solo l’aumento della precarietà e la diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori e del sindacato.
Tutti si riempiono la bocca di lavoro, che è, in effetti, il problema principale dei nostri tempi e del nostro sistema economico.
Credo che, come fece allora Brodolini, oggi vanno pensati nuovi interventi a sostegno del lavoro e del sindacato.
Va garantita una maggiore democrazia e partecipazione dei lavoratori alle decisioni che riguardano la propria attività lavorativa.
Va finalmente data attuazione al dettato dell’art.39 della Costituzione, varando (come peraltro chiedono le stesse CGIL, CISL e UIL) una legge sulla rappresentanza sindacale, che garantisca la democraticità interna delle OO.SS. e la loro effettiva rappresentatività dei lavoratori. Va poi stabilita con decreto (come avveniva negli anno ’50) la validità erga omnes del contenuto dei contratti collettivi nazionali stipulati dalle OO.SS. maggiormente rappresentative, fatta salva la possibilità di miglioramenti demandati alla contrattazione di settore o aziendale. Ciò risolverebbe il problema dell’introduzione di un salario minimo garantito deciso per legge, che potrebbe diventare un mezzo per mortificare le situazioni in cui i lavoratori sono riusciti ad ottenere contrattualmente salari superiori. Il CCNL reso valido erga omnes rappresenterebbe il salario minimo in quelle situazioni lavorative in cui non si riesca a contrattare un accordo nazionale o aziendale.
Va inoltre data attuazione anche all’art.46 della Costituzione, fortemente voluto all’epoca dal compagno Rodolfo Morandi, ministro dell’Industria nel primo governo De Gasperi, che prevede la partecipazione dei lavoratori «a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».
Ho sentito molti compagni, per dimostrare il “bisogno di socialismo” che si manifesta in molte parti del mondo, hanno citato la graduale ascesa negli Stati Uniti d’America del movimento di Bernie Sanders.
Io credo che non ci sia bisogno di rivolgerci come fonte ispiratrice della nostra politica a un’esperienza che comunque va seguita con attenzione e amicizia, ma che s’innesta in una società e in un mondo del lavoro completamento diverso da quello dell’Europa continentale. A mio avviso, occorre ripensare le esperienze e le idee maturate in Europa, come quelle formulate nel “piano Meidner” della Svezia degli anni 1970, una proposta di costruzione del socialismo per via sindacale, attraverso la progressiva acquisizione del capitale sociale delle imprese da parte dei lavoratori in occasione dei rinnovi contrattuali. Ugualmente, va verificato lo stato di attuazione della Mitbestimmung, la cogestione tedesca, che vede la presenza di rappresentanti dei lavoratori nei Consigli di Sorveglianza delle principali imprese della Germania, ed il ruolo che essa svolge non solo nelle relazioni industriali nei luoghi di lavoro, garantendo ai lavoratori tedeschi migliori condizioni di lavoro e salari più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi, ma in generale nella società tedesca.
Infatti, rispetto al rischio che l’introduzione della robotica e delle nuove tecnologie in quella che, bene o male, è ancora la seconda industria manifatturiera d’Europa, determini una diminuzione, anziché un incremento dell’occupazione, è necessario garantire ai lavoratori strumenti di controllo sulle strategie aziendali e sulle modalità produttive. Noi non siamo neo-luddisti, non contrastiamo l’innovazione, ma dobbiamo far sì che gli aumenti di produttività determinati dalle nuove tecnologie abbiano ricadute positive anche per i lavoratori. Perciò bisogna iniziare a parlare concretamente di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, che tuteli quindi il mantenimento dei livelli occupazionali esistenti e, almeno in prospettiva, li aumenti.
Altrimenti, si determina il paradosso per cui lo Stato finanzia con agevolazioni fiscali e creditizie (sgravi fiscali, superammortamento dei macchinari e del software, ecc.) interventi che determinano non un ampliamento dell’occupazione, ma un suo restringimento, con conseguenti maggiori oneri per lo Stato stesso per cassa integrazione, Naspi, attività formative per nuovo impiego dei lavoratori espulsi dal ciclo produttivo, prepensionamenti, ecc., e con disagi sociali, crisi personali, senso di insicurezza nei lavoratori. Pertanto, oggi la riduzione dell’orario non è più una velleità come all’epoca in cui la propose Bertinotti, ma è diventata una necessità, per mantenere l’occupazione esistente e per ridistribuire parte del profitto generato dall’aumento di produttività che la tecnologia produce.

75 anni fa, otto giorni prima che la prima jeep con a bordo i soldati americani entrasse a Roma, sancendo così la fine dell’occupazione nazi-fascista della città, il 28 maggio 1944, a pochi chilometri da qui, in via Livorno nel quartiere Nomentano, vicino Piazza Bologna, un giovane filosofo di 35 anni veniva mortalmente colpito da tre proiettili di pistola esplosi da un milite fascista della famigerata banda Koch. Si chiamava Eugenio Colorni.
Eugenio Colorni, socialista, ebreo (e quindi doppiamente a rischio di arresto e di deportazione), latitante in clandestinità nella Roma occupata, si dedicò alla ricostituzione della Federazione Giovanile Socialista, assieme ai giovani Matteo Matteotti (uno dei figli di Giacomo, il martire socialista) e Mario Zagari (futuro ministro nei governi di centro-sinistra degli anni ’60, tra l’altro “padre” politico della riforma del processo civile del lavoro) e con loro costituì una formazione armata delle Brigate Matteotti. Si dedicò inoltre alla stampa ed alla distribuzione dell’Avanti! clandestino, del quale fu redattore capo.
E, oltre a tutto questo, trovò il tempo, l’impegno intellettuale, la possibilità economica e cospirativa per stampare e distribuire clandestinamente 500 copie di un libretto dal titolo “Manifesto per un’Europa libera e unita”, che egli parzialmente rimaneggiò e di cui scrisse la corposa Prefazione, prefigurando, nel 1944, la nascita degli Stati Uniti d’Europa! Si trattava di quello che poi sarà universalmente noto come il “Manifesto di Ventotene”, dal nome dell’isola pontina in cui, per volontà della dittatura fascista, erano lì ristretti al confino con Colorni Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi che lo elaborarono a seguito delle discussioni e dei confronti fra loro e con Colorni ed altri confinati. Liberati dal confino dopo la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, Spinelli e Rossi, dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca del Nord e del Centro Italia, si rifugiarono in Svizzera, dove rimasero fino alla fine della seconda guerra mondiale, propagandando le idee federaliste europee. Al contrario, Colorni rimase a combattere la sua battaglia antifascista in Italia, come tanti altri socialisti, che persero la vita per questo.
Ricordiamocene il prossimo 25 aprile, quando saranno 75 anni dalla morte nel campo di sterminio di Mauthausen in Austria di Andrea Lorenzetti e di Ottaviano Piccinini, l’uno agente di borsa originario di Ancona, l’altro avvocato originario di Macerata, arrestati dalla Gestapo a Milano assieme a tutto il gruppo dirigente del PSI clandestino dell’Alta Italia, responsabili di aver collaborato all’organizzazione del grande sciopero generale delle fabbriche del Nord del 1 marzo 1944: di tutti loro uno solo fece ritorno! Così come il 4 giugno 1944 veniva trucidato dai nazisti a La Storta, a pochi chilometri dal centro della capitale, assieme ad altri 13 antifascisti, il sindacalista socialista Bruno Buozzi, che nell’esilio a Parigi aveva tenuto in vita la Confederazione Generale del Lavoro, resistendo alle lusinghe di Mussolini che gli aveva proposto di tornare in Italia a guidare i sindacati corporativi fascisti, e che, nel breve periodo di libertà fra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, aveva contrattato con il comunista Giuseppe Di Vittorio ed il democristiano Achille Grandi la ricostituzione della CGIL, con quello che poi venne chiamato il “patto di Roma”. Ricordo tutto questo per affermare che la Resistenza è stata anche socialista, e che il partito ha pagato un pesante tributo di sangue alla causa dell’antifascismo e della libertà.
Tornando a Colorni, forse senza il suo impegno il documento fondamentale per lo sviluppo dell’idea federalista europea non sarebbe mai stato pubblicato. Fu il primo a formulare l’idea degli Stati Uniti d’Europa, sostenendola in campo socialista, anzi affermando che il socialismo in Italia e negli altri Stati europei non si sarebbe mai potuto affermare senza il superamento degli stati nazionali in direzione della federazione europea, formulando anche una critica alla politica “imperialistica” dell’URSS. Idea che, a causa della sua morte, non fu più ripresa nel PSI dell’immediato dopoguerra che, invece, scelse l’alleanza con il PCI e, in campo internazionale, il riferimento come paese-guida all’Unione Sovietica.
Perciò, oggi, è alle idee di Colorni, debitamente aggiornate e verificate con i grandi mutamenti politici, economici e sociali intervenuti nel frattempo, che i socialisti italiani ed europei debbono fare riferimento.
Compagni, occorre studiare, confrontarsi con le migliori intelligenze che il mondo della scienza, dell’economia e delle formazioni sociali oggi esprimono, per elaborare le idee e definire le proposte per un socialismo del XXI secolo.
Le innovazioni tecnologiche, con la robotizzazione che nell’immediato futuro renderà obsoleta la presenza umana in molte lavorazioni produttive, il progressivo inserimento dell’Intelligenza Artificiale nel campo dei lavori e delle professioni intellettuali, la sempre maggiore pervasività dei nuovi media informatici, a cui saremo sempre più interconessi e dipendenti, possono determinare una società da “Grande Fratello” orwelliano, se in contemporanea si affermeranno politicamente le posizioni di “democrazia illiberale” o “democratura” alla Orban o alla Putin. D’altro canto, la tecnologia e la ricerca scientifica rappresentano enormi possibilità di miglioramento della vita degli abitanti di questo pianeta, compresa la risoluzione dei problemi causati dalle emissioni di CO2 in atmosfera e le conseguenti modificazioni climatiche, la garanzia di approvvigionare di acqua e di cibo tutti i territori, evitando la desertificazione e le conseguenti migrazioni di enormi masse di popoli, specie dal continente africano.
Ebbene, io credo che la svolta verso l’una o l’altra strada sia rappresentato da una parola antica, ma sempre più attuale: questa parola è, ancora una volta, socialismo.

 

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