giovedì, 28 Maggio, 2020

Intervento di Riccardo Nencini misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese

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Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, recante misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19

 

Intervento di Riccardo Nencini

 

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei provare a dare una lettura non nel merito – l’hanno già fatto altri colleghi del Gruppo e, condividendo, non ripeto – dei due decreti-legge, quello di cui stiamo parlando oggi e quello che verrà in discussione immagino dopo Pasqua, in maniera sinergica e congiunta. Non vi è dubbio infatti, anche per gli impegni assunti dal Governo nella Commissione competente, quando si è discusso di emendamenti e ordini del giorno, che impegni legati al primo decreto-legge cura Italia siamo stati in qualche modo ritrasmessi nel secondo provvedimento o, perlomeno, nella discussione che si terrà tra non moltissimi giorni. C’è un punto dal quale bisogna partire e che dagli interventi ascoltati mi pare trovi più o meno tutti d’accordo, all’interno dell’Assemblea e immagino anche nel Governo: non esiste un’emergenza come nel caso postbellico. L’emergenza epidemiologica è lunga e dal punto di vista temporale non è fissabile in un calendario. Tutti gli esperti e gli scienziati presumono che abbia una lunghezza temporale non indifferente.

Se è così, bisogna cominciare ad immaginare quale sia la strategia per uscire da un dramma straordinario, che non ha eguali e che produce sicuramente tre fattori, al di là della lunghezza, di cui parlava il senatore Quagliariello con un tono di ottimismo, che ahimè non condivido, che vengono messi assolutamente in discussione. Anzitutto, gli elementi su cui l’occidente si fonda da cinquecento anni, ovvero: l’etica del lavoro, la democrazia così come l’abbiamo conosciuta e la valorizzazione della libertà. Questi tre fattori, in questa fase e nel tempo successivo a questo, rischiano di subire danni irreversibili.

In secondo luogo, cade l’idea di un progresso illimitato, su cui si fondano le nostre società dalla fine del Settecento.

In terzo luogo sta dominando la paura. Gli italiani, in media, vivono in tre stanze, con dei figli e talvolta anche con degli anziani. Tenerli chiusi, come era ed è doveroso fare, per trenta, trentacinque o quaranta giorni e presumibilmente di più, con la consapevolezza che il futuro non sarà uguale al passato, costituisce un fattore di rischio, che rischia di generare profonde fratture sociali. Ecco perché serve, oltre al decreto-legge, una visione legata ad un cronoprogramma, per una fase che, più che fase 2, è la fase che riguarda il futuro e il domani dell’Italia.

Quello che sappiamo fin da oggi ha due teste: la prima è che vincerà chi ha una visione larga. Il presentismo va gettato in un canto e magari va lasciato macerare e imputridire lì dentro, senza risollevarlo. La seconda è che ci sarà bisogno di più Stato, di uno Stato che definisco umanizzato, per far fronte a tensioni sociali probabilissime e per far fronte ad una depressione altrettanto probabile. Quindi bisogna cominciare a chiederci, dentro la prossima fase, che sarà quella decisiva, come il Governo, il Parlamento e i poteri di questa straordinaria Italia intenderanno muoversi. Domando: è tempo per ragionare di una Costituente, visto che il Titolo V della nostra Costituzione, perlomeno nella parte che riguarda la suddivisione dei poteri in campo sanitario, viene costantemente messo in discussione? Come si fa a garantire la privacy, dovendo aumentare le forme di vigilanza e di controllo? Questi sono temi che attengono ad una Costituente, perché incidono sulla Carta costituzionale, varata settant’anni fa.

Signor Presidente, signor Sottosegretario, svolgo una seconda e penultima considerazione. L’Italia ha vissuto situazioni simili, ma non uguali, per due volte nel Novecento e vi è uscita in due modi non diversi, ma contrapposti. Cosa è accaduto nel 1920-1922 lo sappiamo perfettamente.

Ma sappiamo perfettamente anche com’è uscita da una crisi altrettanto drammatica, anzi probabilmente di più, tra il 1943-1944 e il 1948. Io prediligo decisamente il secondo modo di uscita, ma quando si prevede una condivisione avendo un Parlamento decisamente spaccato, con forme di sovranismo fermamente accentuate, che io trovo fuori tempo (ma esistono e vanno prese in considerazione), bisogna prevedere una stazione di passaggio intermedia di questa via dolorosa.

La stazione di mezzo va prevista ora: mi riferisco a una cabina di regia dove mettiamo non i segretari politici dei partiti, ma i rappresentanti istituzionali (parlamentari, Governo, Regioni, maggioranza ed opposizione), e dove mettiamo altresì la scienza e le migliori intelligenze di questo Paese. Infatti, non si esce da una crisi del genere se scienza e politica non sommano le loro esperienze e le loro qualità.

L’ultima questione riguarda l’Europa. Possiamo girare il calzino come ci pare, signor Presidente, ma l’Europa non c’è. La Storia insegna una cosa sempre, con una fissità decisiva ed allarmante: quando si fanno dei salti e quando si è nelle fasi di passaggio storiche importanti, i processi accelerano. O la politica manifesta una sua presenza radicata e forte, quindi o la politica si impone in questi passaggi, oppure le baronie delle lobby finanziarie e quant’altro predominano. Ed è un predominio da cui poi, se riescono a costruire questa fase di passaggio rendendola stabile e definitiva, non vengono più scalzate.

Quindi accanto all’opportunità c’è anche un grande rischio: è una partita che l’Italia da solo non può giocare. C’è soltanto l’Europa che può farlo; servirebbero leader, pionieri, come nel 1944, 1945, 1946 e 1947, ma oggi non se ne vedono. L’unica speranza è che, essendo un tempo di passaggio, questo tempo crei nuovi leader. È già successo ed io mi auguro che possa avvenire.

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