domenica, 22 Settembre, 2019

Intervento integrale di Enrico Maria Pedrelli – segretario Fgs

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Proprio noi, che siamo nati e che traiamo la nostra ragion d’essere da una critica al sistema, ecco proprio noi non possiamo credere – come tutti gli altri – che basti un buon amministratore per mettere apposto le cose. La fila degli aspiranti tali si allunga ogni giorno di più; ognuno promette di poter fare meglio: di poter far quadrare i conti meglio, di poter fare investimenti migliori, di essere più capace di rassicurare i mercati e attrarre capitali.
I socialisti invece sono politici. Ed essere politici significa avere una gerarchia di valori! Non è vero che per un problema esiste una sola soluzione: ne esistono diverse, e sceglierne una piuttosto che un’altra, ecco questa è la politica. Questo concetto elementare oggi non è chiaro alla maggior parte del panorama politico che invece si è arreso alla tecnica, al tecnicismo che diviene priorità universale.
Oggi le elezioni sono teatro, una farsa dove ci si combatte per questioni misere: una gara di ricamo su una base che assolutamente non è in discussione. Si confrontino attentamente i programmi elettorali: se in materia di politica economica – è qui che si prendono le grandi decisioni – le proposte più radicali sono quelle di Casa Pound, che propone niente di meno di quella che era la normale politica della DC appena cinquant’anni fa, allora capite come lo spettro politico oggi sia illusorio, compromesso e viziato. I programmi dei grandi partiti, quando si tratta di politica economica, o si equivalgono o tacciono.
Compagni noi dobbiamo andare controtendenza! Non possiamo proporre la politica di un partito socialista al governo in un paese ricco, ma capire che i tempi sono cambiati. Primo. Il capitalismo è arrivato a compimento: non riesce più a sostenersi senza drenare le ultime risorse rimaste del Terzo Mondo, senza svincolarsi dai limiti e dalle beghe del lavoro umano realizzando così la piena automazione, senza svincolarsi da qualsiasi regola e potere beneficiando della Globalizzazione. In questo meccanismo non c’è nessuno spazio per la dignità dell’uomo, come priorità politica sul resto, ma c’è solo la tecnica: o così o non siamo in grado di produrre la ricchezza, e dunque di redistribuirla (ad una cerchia sempre più ristretta, tra l’altro).
Noi non dobbiamo fare i buoni amministratori delle briciole! Noi dobbiamo rivendicare un socialismo umanitario, che è politico, che è fazioso, che sceglie una parte e la difende e ne rivendica la priorità! C’è un mondo di esclusi dal cerchio del potere economico che vuole entrarci e rivendicare la ricchezza che contribuisce a produrre: oltre ai lavoratori classici che ormai devono perseguire un orizzonte di forme di cogestione nelle aziende dove lavorano, i nuovi precari e i disoccupati che rivendicano il loro posto nella società, i liberi professionisti, il movimento cooperativo vero. In un orizzonte sociale misero dove regna l’individualismo, e dove pochi lavorano troppo, alcuni lavorano poco, e troppi non lavorano; queste categorie aspettano solamente il sostegno attivo e correttivo del movimento socialista.
In questo contesto rivendichiamo l’importanza delle parole. Non si può parlare di riformismo, come di una generica volontà di fare le riforme: c’è differenza tra essere riformisti e riformatori. Il riformismo socialista è un termine nobile che va compreso e contestualizzato storicamente; non può diventare sinonimo di moderatismo di sinistra. Filippo Turati era un marxista che voleva l’abolizione della proprietà privata; eppure era un riformista! Il riformismo socialista è un metodo per raggiungere uno scopo – nel nostro caso, l’allargamento del potere e la libertà sociale; non uno scopo in sé – fare le riforme purché sia.
D’altro canto è fuori luogo tacciare tutte quelle forze alla sinistra del PSI come massimaliste: non sono per la rivoluzione armata, non sono per il tutto subito; concorrono al gioco democratico esattamente come il PSI, e più del PSI sono legate allo schema del vecchio compromesso socialdemocratico. Certo, sono una retroguardia che frantuma il fronte di sinistra, solo in questo simili dunque ai massimalisti del secolo scorso: ma per il resto, parlare di massimalismo è sbagliato e anacronistico.
Bisogna richiamare al nostro progetto l’unità di tutti i socialisti, ma non di quelli vecchi – quello che si poteva fare lo si è fatto – ma di quelli giovani. I vecchi socialisti sono spesso vittime di equivoci, in loro si sono incancreniti rancori e convinzioni distorte dalla realtà. Nel 2019 parlare di socialisti riferendosi a tutti coloro che avevano la tessera del PSI un’era politica fa è illusorio, sbagliato, ed è uno sfregio alle nuove generazioni: quelle che si avvicinano al socialismo con curiosità e sincero interesse.
È l’Economist – non un qualche giornale di partito – a titolare “The rise of Millennials Socialism” ( “L’ascesa del socialismo dei Millennials”). Lo fa polemicamente, perché “non è il socialismo a risolvere i problemi del capitalismo”: si scopre perlomeno che il capitalismo ha dei problemi, e che i giovani sono in parte tornati ad essere socialisti.
Cito Carlo Rosselli: “I giovani hanno bisogno di credere alla nobiltà, alla purezza, alla chiarezza degli ideali professati”: il PSI, unico partito della Prima Repubblica rimasto ancora in vita, è anche l’unico partito a poter dare un nobile credo ad una gioventù sradicata che ha una grandissima sete di identità.

Enrico Maria Pedrelli

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