domenica, 26 Maggio, 2019

Intervento Mauro Del Bue Congresso Roma 2019

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Questo è il congresso dei giovani. Di per sé la gioventù non é una virtù, ma se vogliamo che la ruota giri, cioè se si intende far vivere ciò che é in noi anche dopo di noi, occorre passare il testimone a chi ha più futuro davanti. Esiste una giovane generazione di socialisti, questa la novità del congresso. Basti pensare, oltre ai due sfidanti, all’intervento del diciottenne Jacopo Nannini, a quello di Vicenzo Iacovissi, a Pedro Pedrelli che ha bloccato Zingaretti nel corridoio facendogli presente le sue ragioni, e perfino al ragazzo abruzzese che per età batte anche la svedese Greta. Credo di essere stato il primo, assieme a Riccardo, ad avvertire questo bisogno e ad appoggiare la candidatura alla segreteria di un giovane compagno, Vincenzo Maraio, che tra i giovani mi pare il più esperto, quello che occupa nelle istituzioni il ruolo più elevato, quello che nella sua provincia ha saputo costruire un partito di dimensioni più paragonabili ai risultati del vecchio Psi che non a quellidell’attuale. Il mio vuole essere un contributo di pensiero unito all’assicurazione che per quanto mi riguarda darò il massimo appoggio al nuovo segretario e al nuovo gruppo dirigente senza pretendere nulla che non sia il rispetto per le mie idee, che ho sempre difeso in segreteria e sull’Avanti, anche quando il dissenso non era di moda.

Vincenzo Maraio e Luigi Iorio, a cui riconosco il coraggio di essere sceso in campo, hanno ingaggiato una gara che ha dato nerbo al nostro congresso. Una supposta e prevedibile minoranza ha accettato il confronto, condiviso le regole, assicurato coesione con tutta la comunità. Non ha sbattuto la porta, non é sfuggita alla conta, non ha minacciato ricorsi a tribunali. Si è comportata lealmente. Glielo riconosco molto volentieri.

E’ il momento di riconoscere anche i meriti di Riccardo Nencini. Si era diffusa in larghi settori del partito l’idea che Riccardo facesse una finta. Vedrai, si diceva, che alla fine si ricandiderà lui. Aspetta solo che glielo chiedano. E poi mentre gli altri si accapiglieranno senza trovare un accordo lo vedrai riapparire da dietro le quinte nelle vesti del salvatore. Invece glielo hanno chiesto e lui ha mantenuto quel che aveva promesso, non mutando di un millimetro la sua posizione. Qualcuno é disponibile oggi ad ammettere che s’era sbagliato e che questa commedia degli equivoci era solo frutto di un atteggiamento prevenuto? Mi auguro di sì.

In questi dieci anni la nostra comunità ha resistito in mezzo a difficoltà, pregiudiziali, tensioni, scissioni, scomuniche. Se noi prendiamo a metro di paragone il bel tempo che fu questi dieci anni sono stati desolanti. Io però rivolgo ai socialisti desolati questa domanda. Perché in un sistema politico che da un quarto di secolo non prevede più partiti identitari, dunque senza Pci, Dc, Msi e via eliminando, perché mai dovrebbe esistere il solo Psi? La verità, e questo é il metro di paragone più serio e corretto, é che in questi dieci anni abbiamo fatto esistere un Psi sia pur in formato mignon, mentre non c’era più traccia degli altri partiti. Lo abbiamo fatto rientrando in Parlamento nel 2013, anche se forse potevamo rientrarci in un altro modo, rilanciando l’Avanti e Mondoperaio, creando una Fondazione, tenendo viva una rete amministrativa di mille consiglieri, assessori, sindaci, presidenti e una rete organizzativa che si stende da Trieste a Ragusa, due dimensioni, quella amministrativa e quella organizzativa che sono estranee a partiti anche molto più grandi del nostro e che dovremmo, mettendole a rete, far funzionare per produrre iniziative, proposte di legge, referendum. Invece mi paiono dimensioni ancora scollegate, troppo passive. Tutto quel che è stato fatto non é per nulla poco e di questo gran parte del merito va certamente riconosciuto al senatore Riccardo Nencini. Se non fosse stato eletto il 4 marzo, probabilmente oggi non saremmo neppure qui.

Si poteva fare meglio, si poteva fare di più? Certamente. Però mi volto e vedo quel che hanno combinato i socialisti che ci hanno lasciato perché eravamo troppo deboli. I due deputati che avevamo eletto in quota Psi e che ci hanno abbandonato senza nemmeno un ringraziamento, sono divenuti fantasmi, non ricandidati nel partito a cui erano approdati. Coloro che volevano far risorgere il socialismo, son finiti in un aggregato prevalentemente comunista. Coloro che li volevano mettere in movimento, dopo un tentativo di approdo in Leu, si sono divisi, sfaldati, e seduti, alcuni vaticinando una nuova Epinay della quale mancano tutte le condizioni. A cominciare dalla presenza di Mitterand, ma anche di Marchais, di Breznev, di Nixon, che non sono prodotti farmaceutici ma personalità di un’epoca che non c’é più.

Saluto invece con grande piacere il ritorno a casa di Bobo Craxi, che é l’unico risultato della nostra campagna sull’unità socialista. Ci sono nuovi vati, improvvisati e attempati ideologi, ma fuori di noi non vedo rigogliose praterie di socialisti che attendono il richiamo di un salvatore di anime perse. Personalmente anzi non ho mai capito bene cosa si intenda per unità socialista. Aprire le porte e anche le finestre di questo partito, sì, chiaro, giusto, ma se si intende una unificazione o un allargamento a chi ci si dovrebbe rivolgere. A tutti coloro che dopo il magistrale risultato del 2008 ci hanno lasciato e che si sarebbero d’incanto moltiplicati come funghi solo per la lontananza? Per sperare poi, ma non lo credo neppure possibile, di arrivare al risultato del 2008? Vogliamo mettere insieme tutti i socialisti europei, e allora dovremmo innanzitutto incollarci al Pd, partito del socialismo europeo in Italia. Oppure abbiamo in testa, perché vedo anche questo, un ritorno al vetero socialismo che sarebbe oggi rinverdito dalle gravi crisi che creano nuove disuguaglianze e una perdita di peso dei ceti medi. Peccato che il socialismo scientifico non potesse fare i conti coi tre grandi fenomeni della nostra epoca, la globalizzazione, la finanziarizzazionee l’immigrazione, cosi che il ritorno a Marx sarebbe un viaggio all’indietro senza biglietto di ritorno.

Io penso che dobbiamo procedere in un’altra direzione. Intanto preoccupandoci in modo non così stressante dei nostri piccoli risultati, ossessionati a gareggiare con un simbolo nella scheda come fosse un cavallo a piazza di Siena. Vi ricordo che il partito radicale senza parlamentari tra gli anni sessanta e gli anni settanta fu protagonista delle più grandi battaglie di libertà e le vinse assieme a noi. Quanto ci manca anche solo un briciolo del coraggio e dellafantasia di Marco Pannella per smetterla di essere stressati. E in lite con noi stessi. Se non smettiamo di pensare a quel che eravamo saremo sempre e solo un popolo di delusi.

Di fronte a noi stanno le elezioni europee

Abbiamo commesso un errore, come diceva una vecchia pubblicità. Abbiamo resuscitato la Rosa nel pugno, il simbolo che in questo quarto di secolo ha ottenuto per noi il risultato migliore. Chiediamo scusa. Questo distingue le due mozioni. Per la mozione Iorio la Rosa nel pugno non va bene. Meglio Più Europa. Come darle torto. Peccato non si ricordi che sono stati gli amici di Più Europa e non volere socialisti e verdi e preferire l’accordo con l’ex democristiano Tabacci. Perché? Non andate alla ricerca di motivazioni nobili. Tabacci offriva il simbolo senza bisogno di firme in cambio della sua sola candidatura, socialisti e verdi costavano di più. E siccome erano convinti, loro, di superare il 3 per cento da soli non avevano bisogno di imbarcare altri. Capita che a volte i calcoli saltino, e che la navicella non raggiunga l’approdo e naufraghi. Bastavano proprio due piloti in più, quelli rifiutati per arrivare in porto. Una nemesi. Oggi Della Vedova ci ha rivolto un’attenzione e una disponibilità. Le esamineremo con calma. Chi ci ha difeso, chi ci ha messo a disposizione la radio, chi è venuto a sostenerci nelle nostre assemblee sono stati i radicali pannelliani.

Sappiamo che la Rosa nel pugno non è un punto d’arrivo e neppure necessariamente una lista elettorale. La nostra proposta resta quella dell’Alleanza repubblicana ma vedo che l’opposizione di Più Europa, avviso i compagni calcolatori che il 4 per cento è un punto in più del tre, non la rende praticabile. La Rosa nel pugno, l’Alleanza repubblicana, la lista dei socialisti europei sono tre ipotesi sulle quali abbiamo lavorato con coerenza. E non sono affatto in contraddizione tra loro.

E finalmente è arrivato Zingaretti e tutto è risolto. Il Pd è rinato e la sinistra con lui. I sondaggi gli danno tre punti in più. Evviva. La verità è che la sinistra, anche nelle vesti di centro-sinistra, ha conseguito l’anno scorso il risultato più disastroso della sua storia repubblicana. Perfino la sconfitta del Fronte, il 31 per cento, o della gioiosa macchina da guerra, il 34, sembrano dati accettabili. Oggi siamo al 26 per cento mettendo insieme tutti dalla Lorenzin a Potere al popolo. Quel che occorre di fronte al disastro non è il brodino e neppure l’aspirina. Ma un’operazione di rimozione della malattia, un azzeramento totale, una ripartenza coraggiosa. Continuare a crogiolarsi per sconfitte elettorali alle regionali rappresenta il sintomo di una crisi che non si vuole risolvere. Chi è soddisfatto di perdere è destinato a non vincere più.

Le radici della crisi della sinistra italiana sono lontane e si agganciano alle mancate scelte identitarie dopo l’89. Non si è voluto trent’anni fa fare i conti con la storia, anche grazie a una rivoluzione giudiziaria che ne ha stravolto il corso logico, e che si facciano allora i conti con la politica. Si è preferito costruire un partito senza identità, dove si è socialisti in Europa, democratici in Italia e con la sintesi di un passato comunista e democristiano. Mi ha molto colpito una frase di D’Alema quando ha confessato di non aver provato alcuna emozione a lasciare il Pd e di essere stato più colpito dalla fine del Pci. Quando si costruisce un partito senz’anima è difficile provare sentimenti.

Quanti paradossi viviamo oggi. Se la commedia italiana si tramuta in farsa l’Italia è oggi anche un insieme di paradossi. Il Psi, ma anche la Dc e gli altri partiti democratici sono stati accusati, processati, distrutti anche a causa di una maxi tangente Enimont di 100 miliardi, oggi Lega da sola è accusata di avere sottratto e per di più allo stato, cioè a tutti noi, quasi la stessa cifra, 49 milioni, ma raddoppia i suoi voti. A questi andrebbero anche aggiunti quelli che il leghista Claudio Borghi sperpera quando parla, tanto che una sua durevole afasia sarebbe utile allo spread italiano. Veltroni non volle apparentare i socialisti nel 2008 apparentando Di Pietro, oggi Di Pietro non c’é più e i socialisti ci sono ancora mentre Veltroni é divenuto un regista cinematografico. Che beffa i Cinque stelle che gridavano “onestà” e oggi prendono atto che certo De Vito, il Robespierre capitolino, a cui è già stata tagliata la testa, concordava tangenti, e che pena Di Maio che insulta gli ex parlamentari definendoli “disonorevoli”, solo perché intendono verificare la costituzionalità di un provvedimento, e li invita a confinarsi in un eremo, dopo che il suo partito ha ipotizzato di estrarre a sorte i deputati e promesso di abolire la povertà. Meno male che c’è la via della seta, quella su mare tracciata per primo da quel socialista creativo che era Gianni De Michelis, a cui va un saluto affettuoso di tutti noi.

I cinque stelle sono una tribù. Con un capo, l’assemblea della tribù che serve per condannare o assolvere, in luogo delle danze tribali ecco le esibizioni dai balconi. Al posto degli dei un’azienda privata e una piattaforma dedicata non a caso a un filosofo col culto dell’uomo primitivo.

Un movimento colorato di istinti patriarcali, medioevali, antiscientifici, pauperistici, con metodi da Chiesa post Concilio di Trento e con processi agli eretici di stampo seicentesco, a questo è ridotta la politica italiana col partito più votato il 4 marzo dell’anno scorso e oggi, meno male, in crisi di credibilità e di consenso.

L’Italia trasformata in una rappresentazione pirandelliana (ambigua, sconcertante, non veritiera) con i compagni jilletjaunes e quel Chalenson, che non è uno chansonnier francese, ma il capo di una rivolta violenta. E che vergogna un governo che appoggia una sommossa in un paese amico e alleato. Non era mai successo nell’Europa democratica dal 1945.

Una barriera democratica e progressista ci separa dai Cinque stelle. Posso dire anche d’intelligenza e non é presunzione. Una barriera umanitaria ci separa dalla Lega (altro che pacchia, palestrati, telefonini, quelli che arrivano dall’Africa sono disperati). Salvini predica la paura verso coloro che ci chiedono aiuto e su questa costruisce il consenso. Tiene qualche decina di naufraghi su navi italiane ma non riesce a espatriare uno solo dei 600mila clandestini, approva una legge che elimina il diritto d’asilo per motivi umanitari ed espelle dai campi centinaia di migranti che ci troviamo disperatamente e pericolosamente liberi nelle nostre città. Sul tema dell’immigrazione, però, la sinistra ha compiuto gravissimi errori, esaltando la bellezza della società multirazziale, che è invece complicata per la diversità di religioni, di culture, di modi di vivere, considerando tutte le cooperative e le Ong come benemerite. E non comprendendo che l’islamismo, con la sharia, la infibulazione, la disparità tra uomo e donna, l’obbligo della figlia di sposare un musulmano, tutto questo e altro contrasta con la nostra cultura e la nostra Costituzione. Ma la Lega si contraddice perché vuole evitare la contaminazione coi barbari per difendere i valori dell’occidente e poi aderisce a una manifestazione a Verona che mina i diritti conquistati dagli italiani negli ultimi decenni.

Voglio citare e onorare invece un giovane che ha scelto di combattere e morire per difendere i diritti di tutti noi: il fiorentino Lorenzo Orsetti. Facciamo sentire alla sua famiglia la piena solidarietà dei socialisti.

Propongo cinque temi per il nostro futuro. Il rilancio delle riforme istituzionali, la Costituente, il sostegno agli investimenti pubblici (da sbloccare 600 opere ferme) e la riduzione delle tasse sul lavoro, due temi collegati e necessari alla luce dell’allarme lanciato dagli industriali sulla crescita zero, un grande piano per l’economia verde, un reddito di cittadinanza che non sia a vita e che si perda alla prima proposta di lavoro.

Oggi non c’è l’erede del Psi nel nuovo sistema politico. Siamo qui per questo. Noi non esistiamo e resistiamo perché siamo romantici o perché siamo folli. Ma perché senza questa nostra organizzazione non ci sarebbe una prosecuzione sia pure aggiornata e critica della storia e dell’identità socialista italiana.

Quando Zingaretti cita Gramsci e Moro non lo fa a caso. Il popolo degli ex comunisti e degli ex democristiani è ancora il cuore del Pd, quello che definimmo il compromesso storico bonsai. Quando nelle sezioni, torniamo alle icone, ci saranno anche i ritratti di Turati, Nenni, Saragat e Craxi quello sarà anche il nostro partito. Sì anche Craxi, che la sinistra italiana ha il dovere di elevare a leader storico del socialismo italiano ed europeo. Un partito con un’identità chiara avrebbe bisogno di essere coerentemente la stessa cosa in Europa come in Italia e di avere una memoria condivisa e conseguente. Noi siamo qui perché dopo il 1994 non è nato l’erede del Psi contrariamente a quelli degli altri partiti, ma saremmo ben lieti di aderire a un nuovo soggetto del riformismo ispirato anche e soprattutto alla nostra identità o che, quanto meno, sapesse ben conciliarla con quella degli altri. Non siamo noi che abbiamo bisogno di confluire, è questo nuovo partito che ha bisogno di noi, per essere in contraddizione con se stesso.

Ho concluso. Facciamo circolare, magari assieme alla rosa, anche i nostri garofani, simbolo della nostra vita politica, e chiudiamo il congresso con una soluzione unitaria. Non è difficile individuarla anche perché uno più uno fa due anche in politica. Grazie e viva l’Avanti e viva il Psi.

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