domenica, 12 Luglio, 2020

Intervento Riccardo Nencini al Senato

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È iscritto a parlare il senatore Nencini. Ne ha facoltà.

NENCINI (IV-PSI). Signor Presidente, membri del Governo, signor ministro Bonafede, non v’è dubbio che nel dibattito che si è aperto vi sia una sproporzione decisa e netta tra la mozione di sfiducia rivolta verso un Ministro e l’eventuale (quale provocazione) caduta del Governo. Se nella scorsa legislatura questo criterio fosse stato posto al centro del tavolo, le richieste di dimissioni dei singoli Ministri avanzate con mozione di sfiducia dal MoVimento 5 Stelle avrebbero provocato, qualora approvate, la crescita di un numero tale di Governi quale la Repubblica italiana non ha conosciuto negli ultimi quarant’anni.

Io continuo a pensare, signor Ministro, che questo non sia il tempo e quindi non ci sia bisogno di mettersi in cerca di maggioranze alternative. Quel che sarebbe un bene per l’Italia ed è un bene in generale, soprattutto nei momenti di straordinaria emergenza che si vivono (raramente, per fortuna) nella storia delle Nazioni, è un Governo di tipo “ciellenista”, fortemente europeista. Però questa soluzione, una soluzione quale quella che l’Italia conobbe fortunatamente alla fine della Seconda guerra mondiale, non viene resa possibile per la presenza di una fortissima destra radicale, che non può essere annoverata fra quelle che amano l’Unione europea, nemmeno se, come avviene in questi giorni, ti salvano dal precipitare dentro un baratro.

Noi non abbiamo sempre condiviso le misure assunte dal Governo e non abbiamo sempre condiviso il metodo con cui queste sono state assunte; ne parleremo fra l’altro oggi pomeriggio, quando l’Assemblea discuterà la conversione del decreto-legge n. 19 del 25 marzo 2020. Ha prevalso sempre, signor Ministro, l’interesse nazionale sopra ogni altra valutazione, il silenzio sulle polemiche, la fiducia sul dissenso. Però – lo dico chiaro – il caso che oggi viene portato in Aula va trattato con perfetta attenzione, anche se la tempistica non è assolutamente perfetta, perché ne discutiamo in un momento particolarmente difficile, nel bel mezzo della fase 2 di una pandemia e nel bel mezzo del crollo di 9 punti e mezzo del nostro PIL, con tutte le conseguenze che ci aspettano, soprattutto – immagino – all’inizio del prossimo autunno.

Nondimeno questo è l’argomento del giorno e quindi dobbiamo affrontarlo come tale, ma non dubito che sarebbe stato meglio farlo a valle, oppure a monte, di una situazione così critica, perché non fosse legato a doppio filo alla ragion di Stato e perché – non c’è dubbio – affrontare oggi il dibattito non fa altro che mettere il Ministro al riparo dal rischio, proprio perché si ragiona – e non dubito che sia un’opzione assolutamente corretta – di ragion di Stato.

Tuttavia, per chi le parla, signor Ministro, ci sono dei princìpi che sono laicamente irrinunciabili, e oggi non è venuto il giorno per tradirli. In concreto, comincio dalla fine anche se – lo ammetto – non si tratta assolutamente del caso più eclatante, anzi, e sottolineo «anzi». Parlo del caso Bonafede-Di Matteo, che è la prova di quanto la separazione tra bene e male spesso non sia altro che una finzione: un candidato, da parte vostra, al Ministero della giustizia che si ribella al suo sponsor dopo aver subito – a suo dire – un secondo e chiaro impedimento. Noi le avevamo chiesto di venire in Aula mesi fa per spiegare perché prima si prende una decisione e poi la si contraddice. Non è stato fatto, ed è stato commesso un errore. Tuttavia, nulla giustifica la telefonata di un magistrato, peraltro membro del Consiglio superiore della magistratura, a una trasmissione televisiva, con una coda velenosa, rovesciando con questo un assioma al quale purtroppo anche lei spesso si è riferito, con una citazione rovesciata – quindi impropria – di Giovanni Falcone, e con una frase incompleta. Non si fa. La frase era la seguente: il sospetto «non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo»; questo è il Giovanni Falcone pensiero. Purtroppo, la resa dei conti tra giustizialisti spesso provoca la reazione che mi fa ricordare le parole di Pietro Nenni: c’è sempre uno più puro alla fine che rischia di epurarti.

La verità è che in questi due anni – e questa la ragione per la quale il Ministro non gode della nostra fiducia – mancata calendarizzazione del processo penale dopo gli impegni presi; cancellazione della prescrizione; gestione del Dipartimento delle politiche penitenziarie; mancata riforma del CSM – ancorché annunciata – hanno creato le condizioni perché i pilastri della civiltà giuridica venissero erosi e la tutela dei diritti dei cittadini venisse lesa. Questa è la motivazione che mi ispira a sostenere la mozione che è stata testé presentata.

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