venerdì, 18 Ottobre, 2019

Intervista a Margherita Boniver, il realismo della politica estera di Craxi

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«Craxi aveva coltivato da sempre un’attenzione particolare verso i temi internazionali, verso l’Europa Orientale. A differenza di altri uomini politici europei e non, al leader socialista si possono certamente anche rimproverare alcuni errori politici, ma non certo quello di non aver capito fino in fondo, e di aver compreso la portata dell’evento-simbolo, del crollo del 1989». Così si esprime in questa intervista all’Avanti!, l’ex Responsabile esteri del Psi, già Ministro e Senatrice, Margherita Boniver, a margine del convegno ‘Craxi e il 1989’, svoltosi qualche giorno fa, a Roma.
Organizzato dalla omonima Fondazione, di cui Boniver è presidente, molti storici e studiosi, con anche una tavola rotonda conclusiva con esponenti politici di oggi e di ieri, hanno inteso approfondire la visone e la politica del Segretario del Psi, che da qualche tempo aveva anche concluso l’esperienza di Presidente del Consiglio.


Boniver. Craxi e il 1989, il Psi e l’Europa Orientale tra diplomazia e dissidenze: «La sua fu una politica progressista e realistica»

di Roberto Pagano

Presidente Margherita Boniver, tra gli studiosi e gli storici si sono registrati aspetti e visioni anche diverse tra Craxi ed altri dirigenti socialisti, italiani ed esteri, ad esempio sulla nuova Europa, su quella che poi sarà chiamata la ‘globalizzazione’ e il ruolo dei Paesi dell’Est in transizione. Si si è accennato anche alle idee dell’ex ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, recentemente scomparso. Ma quali, in particolare, le posizioni di Craxi nella temperie delle trasformazioni velocissime e sorprendenti del 1989, con la ‘dottrina Sinatra’ del Presidente Mikhail Gorbaciov, e l’improvviso sgretolamento della DDR-RDT, fino alla rapidissima unificazione tedesca?

Molti rimproverano ai politici del tempo di non aver capito l’importanza del fatidico 1989 che, con il crollo del muro di Berlino ha dato il via alla liberazione politica dei Paesi sotto la dittatura comunista. Parliamo dell’Europa dell’Est, che era stata divisa da cinquanta anni, con diverse intensità e rigidità, dal resto del Continente, nonché la successiva dissoluzione dell’impero sovietico, settanta anni dopo Lenin.
Tutto questo, però, trova la figura di Bettino Craxi singolarmente distante da altri uomini politici europei, in quanto lui aveva coltivato da sempre un’attenzione particolare verso l’Europa Orientale, sin dai tempi universitari con il suo compagno ed amico di lotta Carlo Ripa di Meana. Anzi, quest’ultimo aveva costruito quella straordinaria ‘Biennale del Dissenso’ a Venezia, alla fine degli anni ’70.
Inoltre, ad esempio, il Segretario socialista aveva successivamente candidato e fatto eleggere al Parlamento europeo una persona straordinaria come il dissidente Jiri Pelikan (il direttore dubcekiano della tv cecoslovacca, Ndr).
Poi, attraverso tutta una serie di viaggi portarono Craxi – che faceva la spola tra Roma e le altre capitali dell’Est – a stretto contatto ed amicizia con molte altre figure di governo e di opposizione. Penso in special modo ai tanti incontri che avvennero nei primi anni ’80, in diversi Paesi, a cominciare dalla Romania.
Infatti, ben prima della parabola parossistica di Ceausescu, Bucarest aveva, all’epoca e da tempo, una politica estera molto interessante verso l’Occidente, ben distante dall’Unione Sovietica sulla questione degli Euromissili e su altri dossier. Ma pensiamo alla attenzione e sostegno alla Primavera di Praga poi “normalizzata”, ai tanti dissidenti cechi e slovacchi, ai rapporti personali instaurati con Lech Walesa, con Solidarnosć, e quindi con tutti i patrioti dell’Europa dell’Est.
A Craxi si possono certamente anche rimproverare alcuni errori politici, ma non certo quello di non aver capito fino in fondo, e di aver compreso la portata dell’evento-simbolo, del crollo del 1989.

Presidente Boniver, nel convegno si sono evidenziate alcune perplessità da parte del Segretario del Psi anche molto serie sul nuovo mondo interconnesso, poi ridefinita come “epoca della globalizzazione”, sul non trascurare le specificità nazionali, il rapporto Nord-Sud, la nuova Europa.
In quel tempo, inoltre, si sperava, quasi deterministicamente, nel trionfo elettorale di un socialismo democratico rinnovato all’Est, dei neonati partiti dell’area socialista o dei trasformati movimenti post-comunisti nelle prime elezioni libere e competitive. Le cose non andarono così. Grande fu la delusione di Willy Brandt di fronte all’affermazione dell’Unione democristiana in Germania; vi fu la frattura dopo poco tra progressisti e liberal-conservatori dentro il Forum Civico e Pubblico contro la Violenza di Havel e Dubcek, ed anche Solidarnosc si frantumò dopo la transizione dal vecchio al nuovo.

Certo, questo spiega molte cose, anche se, ad esempio, ricordo un dibattito a cui partecipai con degli amici polacchi, i quali pur essendo di idee socialdemocratiche e riformiste, trovavano assolutamente impossibile autodefinirsi ‘socialisti’, perché in quella parte d’Europa il socialismo era sinonimo di repressione, della dittatura, della totale e assoluta mancanza di libertà, che era stata negata per decenni, in nome del cosiddetto ‘socialismo reale’.
Questa è una delle ragioni psicologiche per cui le formazioni dell’opposizione contro la dittatura nei Paesi dell’Est non hanno trovato subito un riscontro nelle prime elezioni ibere. Però molti di questi partiti, socialisti e socialdemocratici o diversamente denominati, hanno trovato poi una strada maggioritaria più avanti.

Presidente Boniver, lei è stata per tanti anni Responsabile Esteri del Psi ed anche una importante figura di governo. La politica estera di Craxi, sia come Partito socialista, sia a livello di governo – tra autorevolezza ma con tante sfaccettature – ha registrato perplessità e talora ricevuto critiche aperte. Penso alla solidarietà aperta con i patrioti greci al tempo dei ‘Colonnelli’, con il Cile, con il popolo palestinese e l’Olp o con altri movimenti di liberazione nazionale; la questione Sigonella ed il contrasto con gli alleati di Washington, poi. Direi che era una politica naturaliter progressista, realistica e responsabile. In definitiva, di governo.

Sì, senza dubbio. Era la base stessa della politica e dell’azione internazionale del Psi guidato da Craxi.
Egli, oltre che di politica estera, era soprattutto appassionato di ogni buona causa della liberazione dei popoli. Questo spiega molto. E quindi, come lei ha appena citato, abbiamo fatto tante campagne internazionaliste: per la liberazione di Alessandro Panagulis, drammaticamente segregato in Grecia; campagne vivacissime di solidarietà su tanti fronti. Il Partito socialista ha ospitato per tanti anni in Italia centinaia di esuli cileni che erano ripartiti in varie Federazioni nelle nostre diverse regioni. Non parliamo poi della solidarietà che il Psi ha dato ai partiti socialisti europei occidentali repressi, come ad esempio, quello spagnolo o portoghese, prima e durante la fine delle dittature fasciste. Nonché, da ultimo, aiuti ancora concreti come il finanziamento ai neonati partiti democratici e socialisti nei Paesi dell’Europa Orientale.

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