domenica, 5 Luglio, 2020

Intervista a Salvatore Sechi. Craxi e il craxismo. Travaglio e la cronachetta giudiziaria

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“Il Fatto Quotidiano” è una sorta di organo del movimento Cinque Stelle, anzi di due dirigenti di esso, Luigi di Maio (ministro degli Esteri e “capo politico” ora dimissionario) e Alfonso Bonafede (ministro della Giustizia).
Il giornale si è specializzato nelle campagne di odio e di falsificazione del Psi e dei suoi dirigenti. Prima ha cercato di azzannare Giuliano Amato (ma ha perso la causa in Tribunale e ha dovuto sborsare un risarcimento di oltre 70mila euro). Appena può sbertuccia Sabino Cassese o nega competenza legale a Giulia Bongiorno. Ma di recente si è scatenato sulla memoria di Bettino Craxi.
Abbiamo chiesto al nostro collaboratore prof. Salvatore Sechi, docente universitario di Storia Contemporanea, un giudizio su questo modo di fare, o disfare, la storia del Psi e dei suoi dirigenti.

Il critico più severo del ruolo politico di Bettino Craxi nella storia dell’Italia postbellica è stato il direttore del “Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, insieme ad un cronista della Procura di Milano, Gianni Barbacetto. Il segretario del Psi è liquidato come un ladro e un manigoldo ed una sorta di nano politico.
«Travaglio non è uno storico. Grazie alla facile disponibilità di sentenze, relazioni di pm ecc., su vicende processuali in corso, ha maturato una sorta di specializzazione sugli aspetti giudiziari della politica. Ed è diventato un opinionista assai informato.
Tale è rimasto anche dopo il passaggio a lavorare per i canali di La7 di Urbano Cairo. Lo può verificare chiunque leggendo ogni mattina, come faccio io, i suoi editoriali sul “Fatto Quotidiano”.
Non credo che gli si possa chiedere più di quel che può dare».

Ma il suo anti-craxismo è presentato come una narrazione storica impeccabile. Che fondamento ha?
«Questa è una domanda di carattere storico. È però improponibile, perché Travaglio è solo un giornalista senza la curiosità e le letture del suo collega Paolo Mieli. Né l’efficacia narrativa di Giampaolo Pansa. Entrambi non sono degli storici, anche se la Tv eccelle nel malcostume di affibbiare a chiunque tali croci di merito».

Come si ricostruisce un processo o un personaggio storico?
«Questa domanda non si può fare ad un giornalista. Come i tutti i suoi colleghi, anzi con maggiore veemenza, Travaglio sa usare solo l’accetta e un tagliente e prorompente moralismo (uso il termine nel significato che gli dava Leonardo Sciascia)».

In altre parole?
«L’obiettivo che si dà un giornalista resta confinato in un circuito molto casareccio, microscopico. Nel caso specifico il direttore del “Fatto Quotidiano” intende dimostrare che Craxi ha sfruttato il finanziamento illegale della politica, servendosene anche per provvedere a bisogni e interessi privatissimi (investimenti immobiliari, evasioni fiscali, amanti ecc.)».

Siamo, dunque, in presenza del lavoro di un ragioniere.
«Diciamo pure di un contabile che dà una mano ad un cronista. Sul “Fatto Quotidiano”, essendone il direttore, Travaglio copre anche il ruolo di editorialista esclusivo, cioè principe. E beneficia, insieme ai suoi compagni, di uno spazio crescente nella potente macchina pre-elettorale (La7) predisposta da un imprenditore dell’editoria come Urbano Cairo per replicare, dopo l’avventura di Berlusconi, la sua imminente “discesa” in politica».

Fa di più. È anche il consigliere di Luigi Di Maio e di Alfonso Bonafede, cioè del ministro degli Esteri e del ministro della Giustizia.
«Non mi pare che il paese sia sul piano interno (i contratti di lavoro, la disciplina degli appalti, l’occupazione, gli investimenti ecc.) sia su quello internazionale (dove contiamo zero via zero) abbia tratto dei grandi vantaggi dall’occupazione di questi importanti ministeri da parte dei due signori citati. Per incompetenza, capacità incontestabile di combinare pasticci o semplicemente non fare nulla non hanno un gran bisogno dei consigli di Travaglio e compagnia».

Ma quale giudizio si deve dare dell’uso massiccio del finanziamento pubblico al Psi?
«Non essendo uno storico, Travaglio ha una vista cortissima, che può diventare preoccupante cecità. Voglio dire che né uno studente che scrive una “tesina” né un laureato che scrive dei libri possono ignorare il contesto in cui maturano e si sviluppano certe situazioni.
Dopo il 25 aprile 1945, quando venne abbattuto il regime fascista, la rinascita dei partiti coincise col ricorso massiccio al loro finanziamento illegale».

Sposti nel tempo così tanto un fenomeno relativamente più recente?
«I narratori di grandi balle e gli imbroglioni amano raccontare che la politica non ha un costo, o ne ha uno molto scarso. Mentono».

Ma davvero l’attività politica ha sempre avuto un costo elevatissimo?
«Per un lungo periodo di tempo, la sinistra ha raccontato la favoletta che fosse il fascismo, cioè la dittatura, a finanziarla con spogliazioni e ruberie dei gerarchi».

E col ritorno al potere dei partiti antifascisti non è tutto cambiato?
«Col solito pretesto di proteggere l’immagine dei rispettivi partiti si è negata qual era la realtà delle cose. Anch’essi per tenere su un partito, affittare una sezione o fare dei viaggi elettorali è stato necessario trovare dei finanziatori. O li si è trovati o nelle fila degli stessi partiti o nella benevolenza di imprenditori, oppure nelle esazioni forzose.
Le relazioni dei comandanti dei Carabinieri sono piene di racconti concernenti le tangenti prelevate – non di rado con le minacce – dalle imprese private (a cominciare dalla Fiat) o da una progressiva “ripulitura” dei bilanci delle imprese pubbliche: l’attività edilizia, la distribuzione del gas, dell’energia elettrica, l’attivazione dei mercati alimentari, la concessione delle licenze, gli appalti ecc.».

L’assalto alla “diligenza” statale è esercitato da tutti i partiti?
«Non ci furono eccezioni, perché tutti dovevano disporre di altoparlanti, , stampare quotidiani e settimanali, manifesti elettorali, pagare l’affitto di immobili, reclutare personale amministrativo, fare riunioni di massa locali e nazionali ecc. Si scopre che la politica ha un costo, e diventa ogni giorno più elevato».

A prendere in giro la gente e inventarsi la farsa che si possa fare politica spendendo quattro baiocchi sono stati gli avventurieri di un comico come Beppe Grillo. E gazzettieri compiacenti che si erano formati nel movimento studentesco e nei gruppi dell’estremismo.
«Oggi siamo di fronte allo spettacolo incontrollabile e imprevedibile di quasi la metà degli eletti di Cinque Stelle che non versa quanto concordato dello “stipendio” parlamentare.
Il che è razionale. Una cosa è amplificare un uso discreto, sobrio delle risorse statali per la politica rispetto agli altri partiti considerati spendaccioni e corrotti. Un’altra cosa è rendersi conto che il parlamentare che ha una famiglia a Milano o a Firenze, e deve vivere 3-4 giorni a Roma con 2-3 mila euro al mese non può vivere».

Ma perché, secondo Travaglio, il Psi è il partito che comparativamente con gli altri partiti (sia quelli più grossi come la Dc e il Pci) sia quelli più piccoli (come i Psdi, il Pri, il Pli ecc.) ha speso di più, ha cioè avuto un maggior flusso di soldi?
«Travaglio gioca con le carte che ha. Non ha il gusto, e tantomeno la competenza, per misurarsi con l’ampiezza dei processi storici. Pertanto non si rende conto che tutto è cominciato a cambiare nel 1956».

Ti riferisci all’invasione e all’aggressione dell’Armata rossa al popolo ungherese?
«Certamente. Fu allora che Nenni, un politico che si era formato nella cultura dell’antifascismo di sinistra (imperniato sul rapporto privilegiato con i comunisti e sui fronti popolari), si libera di quella cappa di piombo creatasi negli anni Trenta. Fino al 1956, i socialisti sono vissuti oltreché nel modo che ho detto, servendosi della quota di finanziamento fatto pervenire da Mosca, attraverso i canali del Kgb».

Professore, non vorrà mica vendermi la storia di un Psi a libro-paga del Pcus?
«Due cose sono certe. Nel 1921 al XVII congresso del Psi, anche dirigenti riformisti e cooperatori (come perfino i Baldesi, i Matteotti, i Buozzi, i Montemartini, i Treves) riconfermano l’adesione al Comintern, alimentano la spirale antiparlamentarista del partito e del boicottaggio delle istituzioni rappresentative in cui operavano. L’apologia di Lenin e del “fare come in Russia” aveva assunto il valore di un mito fondativo, una sorta di vero e proprio vincolo statutario.
Chi può meravigliarsi che solo nel 1956, con un grandissimo ritardo, Pietro Nenni, decide di rompere questo legame ombelicale, o solo infatuazione, creatosi tra il Psi e il comunismo sovietico».

Craxi diventa segretario del Psi al congresso del Midas Hotel di Roma, nel luglio 1976, col sostegno della corrente guidata da Riccardo Lombardi. Il partito era al minimo storico, e il Pci trionfante.
Il costo del mantenimento del partito, della sua visibilità ed efficacia, per i socialisti diventò una sfida e un onere pesantissimo. Oggi possiamo dire che da quella data per la prima volta nella sua lunga storia la manipolazione di ogni risorsa (Eni, Iri, Enel,Enimont, banche ecc.) è assoggettata ad un bisogno inedito e macroscopico di mobilitazione politica. Come mai?
«Questa è la domanda che non ama porsi chi come Travaglio ed i vecchi comunisti teorizzano la natura corrotta dei dirigenti socialisti, la loro vocazione quasi antropologica alla rapina e al brigantaggio. E quando se la pongono non riescono a dare una spiegazione adeguata.
Travaglio, non essendo uno studioso, non ha ragione di sentirne il cruccio».

Il risultato è che non capisce minimamente la grandezza del disegno politico, del carattere nuovo del riformismo di Craxi. Lo statista – anche ad onta di ogni errore e ambiguità – il suo ruolo di protagonista della politica italiana risiede proprio in questo coraggio, chiamiamola pure ambizione.
«Credo valga la pena di ricordarne qualche aspetto per reagire alla manovra di esaurire il ventennale dalla morte di Craxi in una querelle indecente sui soldi.
Oggi, e non è la prima volta e non sarà l’ultima, siamo in presenza di un’operazione di riscrittura, anzi di falsificazione, della storia dei socialisti italiani. Al di là della beatificazione c’è stata, e continua ad esserci, la criminalizzazione».

Che cosa è stato Craxi?
«Craxi si sforzò di dare idee e un corpo ad una politica di opposizione all’egemonia comunista sulla sinistra italiana, e insieme mise a punto una linea di contrasto al tentativo di Berlinguer di stabilire un accordo privilegiato con la Dc (che escludeva i socialisti o li riduceva al rango di forza minoritaria e ininfluente)».

Come si arrivò a questa soluzione?
«Craxi si rese conto che gli Stati Uniti non avrebbero mai consentito la formazione di un governo di sinistra dove i comunisti fossero in maggioranza. Aveva sotto gli occhi l’esperienza francese dove l’alleanza tra socialisti e comunisti avvenne grazie al fatto che il partito di maggioranza era quello socialista guidato da Mitterrand. Questa era la via da seguire gradualmente anche in Italia, senza strappi, cioè conservando il sistema di alleanze stabilite col Pci nei comuni, nei sindacati e nelle cooperative. Ma non rinunciando ad un’azione apertamente concorrenziale nelle istituzioni e nei luoghi di lavoro come nella saggistica politica e in generale nella stessa cultura».

Fu l’origine di quel che Giuliano Amato e Luciano Cafagna chiamarono, in un loro saggio, Duello a sinistra (il Mulino).
«D’accordo. Si deve agli intellettuali raccolti nella rivista socialista “Mondoperaio” (oltre ad Amato e Cafagna,E.Cheli, G. Ruffolo, G. Giugni, F. Mancini, A. Pizzorno ecc.) la proposta di trasformazione dell’assetto istituzionale. Essa prevedeva il rafforzamento dell’esecutivo (dai poteri debolissimi), grazie ad una riforma presidenzialista e ad una versione maggioritaria del regime elettorale.
In politica internazionale, acquistò un posto centrale la presa di distanze dal regime instaurato in Unione sovietica e dalla sua politica estera, il sostegno dei movimenti anti-comunisti a carattere democratico e socialista nei paesi del patto di Varsavia, e dei movimenti anticolonialisti e di resistenza nei paesi del Terzo Mondo.
Per rendersi conto del valore di rottura radicale di questo progetto mi limito a ricordare un piccolo elemento, ma credo assai significativo. Nella sinistra europea suonò a lungo incomprensibile e anche disdicevole che i socialisti in Italia fossero delle ruote di scorta di una forza come il Pci che viveva sul finanziamento e sugli allori della casa-madre, cioè del Pcus. In Italia la dichiarazione di anti-comunismo di un intellettuale, di un centro culturale e a maggior ragione di un partito era considerata una sorta di lessico blasfemo o un atto di eresia.
Queste furono le caratteristiche originali, inconsuete dell’autonomismo aggressivo immesso da Craxi nella tradizione, nella cultura e nelle azioni sonnolente, prevalentemente tattiche e difensive dei socialisti italiani. In fondo erano stati il primo partito a metabolizzare Lenin e la conquista bolscevica del potere».

Di qui un bisogno inedito e anche spasmodico di poter disporre di più soldi. Bisognava reagire da una parte alla campagna di attacchi e di diffamazione dei comunisti (finanziati sin dal 1921, cioè dalle origini, dall’Urss) e dall’altra per dare un volto riconoscibile, anche nella propaganda, al nuovo che si voleva creare.
«Il finanziamento fornito anche illecitamente era una caratteristica organica, comune a tutti i partiti, cioè corrispondeva al sistema di fare politica in Italia. È quanto Craxi documentò, senza contestazioni, in parlamento e presso il Tribunale di Milano di fronte al tentativo del pm Antonio Di Pietro di colpevolizzarlo, quasi che il reato addebitatogli fosse stato commesso solo da lui ed esclusivamente dal Psi».

Ci fu in quegli anni uno scontro aperto, che si svilupperà all’inizio degli anni Novanta (col governo presieduto da Giuliano Amato), con i magistrati della Procura di Milano e in generale con Mani pulite?
«Vennero denunciati e combattuti i metodi illegali, quando non aggressivi e apertamente intimidatori, di raccogliere informazioni sugli autori di tangenti. Non si possono dimenticare l’incubo e la paura che seguirono in una parte dell’opinione pubblica di fronte al suicidio di personaggi politici e imprenditori, agli arresti indiscriminati e alle inchieste ingiustificate.
Il pericolo che si venne delineando, di fronte al vuoto della politica (cioè della risposta legislativa del parlamento), fu quello di un’alterazione profonda del nostro assetto costituzionale in una repubblica giudiziaria. È una sorta di pericolo e di minaccia che ritorna ancora».

Puoi essere più preciso?
Lo faccio con le parole di un noto magistrato ed esponente del Pci e delle nostre maggiori istituzioni, Luciano Violante.Nel giugno 2019 ha delineato con queste parole la stagione di Manipulite:” «nella magistratura cominciò a manifestarsi un sentimento di privatizzazione della funzione, una concezione proprietaria dei poteri, una amnesia delle responsabilità morali e sociali connesse a quel ruolo».E ha fatto riferimento al ruolo di enfatizzazione avuto dalla stampa:” «un’ossessiva campagna dei mezzi di comunicazione che sosteneva le indagini, creando un consenso popolare vendicativo ed entusia sta che trasformava i magistrati da potere dello Stato in rappresentanti della società».
Non so se sia corretto parlare di operazione inquisitoria, ma ci sono dichiarazioni sia di Borrelli sia di Dambrosio sul fallimento della campagna sanzionatoria e sull’uso non privato, ma politico, che Craxi avrebbe fatto dei finanziamenti».

Né è possibile passare sotto silenzio l’attacco che nello stesso periodo venne sferrato dal terrorismo e dalla mafia.
«Sono d’accordo. Per la prima volta il governo (presieduto da Giulio Andreotti dovette modificare, inasprendolo, l’ordinamento penitenziario.Grazie all’inizia tiva del ministro socialista della Giustisiza Claudio Martelli, venne esteso ai mafiosi il cosiddetto “carcere duro”, cioè la normativa sanzionatoria inizialmente prevista per la criminalità politica (le Brigate rosse). E nel 1992, il governo da Giuliano Amato per la prima volta nella storia post-unitaria del nostro paese decise di mandare l’esercito in Sicilia.Vennero anche proporre provvedimenti sul finanziamento illecito che non assicuravano la gogna (come richiesto da “Repubblica” e dal Pci), ma l’erogazione immediato di pene (senza escludere la contestazione di altre) come la destituzione dai pubblici uffici e l’impossibilità di ricandidature in parlamento.A bloccarle furono i magistrati di Mani Pulite,insieme ad un’ampia levata di scudi giacobina diffusa nel paese>.

Furono loro a portare l’attacco frontale a Craxi e ai socialisti. Dalle loro sentenze il “Fatto Quotidiano” ha ripreso il volume del finanziamento illegale. Vale la pena di ricordarlo e di metterlo a confronto col finanziamento sovietico al Pci. Mi riferisco a quello diretto, senza cioè contare quello delle cooperative (che hanno avuto lucrosissimi affari con l’Urss) e gli enti pubblici.
«Le due cose non si possono mettere sullo stesso piano. Il finanziamento sovietico al Pci copre gli anni del Comintern e del Cominform (dal 1919 alla fine degli anni Cinquanta) e continua anche dopo il dissenso manifestato da Berlinguer per l’invasione sovietica di Praga. È cioè un’emissione stabile di fondi ad un partito-fratello, condizionandone le scelte politiche e le alleanze».

Per esempio?
«Ne cito uno, il più semplice e quasi incredibile. Berlinguer si rifiutò non solo di candidare, ma di ricevere alle Botteghe Oscure il dissidente ceco Jiri Pelikan. I sovietici non glielo avrebbero perdonato. In secondo luogo, vita natural durante considererà socialisti (e quindi di valore “superiori” ai paesi capitalistici) i regimi dispotici eretti con le armi e con i servizi segreti di Mosca».

Poiché “il Fatto Quotidiano” e il suo direttore non hanno mai offerto ai loro lettori la cifra erogata da Mosca al Pci potresti fornirla?
«Basterebbe scorrere le 261 schede – cioè fino al 1984 – del “Rapporto Impedian” (più noto come “dossier Mitrokhin”). A documentare il fiume di danaro finito nelle casse del Pci è soprattutto la scheda n. 122 del dossier consegnato dall’archivista sovietico V. Mitrokhin al servizio segreto britannico e da questo al nostro Sismi.
Per i soli 7 anni (dal ’70 al ’77) furono 23 i milioni di dollari che attraverso il triangolo magico Kgb romano-Ambasciata sovietica-Armando Cossutta finiscono nelle casse del Pci».

Sembra una cifra consistente.
«Macché. Era una goccia d’acqua. Nel 1946, quindi a pochissima distanza dalla fine della guerra e del ritorno dell’Italia al pluralismo politico, Pietro Secchia, vicesegretario del Pci, nell’incontro che ebbe a Mosca con Zdanov e Stalin il 12 dicembre 1947 chiese loro un finanziamento di 350 milioni di lire, corrispondenti a 600 mila dollari».

E negli anni Settanta la cifra quale fu?
«Nel 1976 Boris Ponomariov l’ha calcolata in 5 milioni all’anno. Il che significa fino a tutti gli anni Settanta il Pci abbia ricevuto da Mosca ogni anno dai due ai cinque milioni di dollari cioè circa 35 milioni di dollari. Poiché al nuovo (dopo Cossutta) tesoriere del Pci, Gianni Cervetti non sembrò una somma elevatissima, nel 1979 comunicò allo stesso Ponomariev che Berlinguer intendeva rinunciare al finanziamento regolare di Mosca (in realtà, era solo un tentativo di vedere le carte dei sovietici), La risposta del potente dirigente del Pcus fu di grande perfidia. Infatti si premurò di fargli presente che per i cari compagni italiani sarebbero continuati ad essere in vigore i proventi provenienti dal contratto sul gas naturale!»

Come avveniva la consegna del malloppo sovietico al Pci?
«Inizialmente a ritirarli (prima ogni due mesi e dal 1976 probabilmente con consegne 2-3 volte all’anno), presso il giardinetto della villa del diplomatico sovietico a Roma, era il combattente antifascista e senatore di Livorno Anelito Barontini (chiamato “Klaudio”).
Ma i sovietici temevano che il servizio segreto italiano o statunitense potesse insediarsi anche alla sommità del Pci. Quindi le modalità della destinazione finale cambiarono. Furono portate fuori del centro di Roma, ma la somma rimase la stessa.
Infatti in quegli anni il rapporto finanziario con Mosca passa anche attraverso varie società commerciali, partecipate dal Pci, che avevano in Urss quote importanti del fatturato».

Il “dossier Mitrokhin” fa quasi un invito a chiedere maggiori informazioni.
«È vero, sollecita nuove inchieste. Lo fa per il gruppo Monti (l’editore del “Resto del Carlino”, allora) attraverso il quale sarebbe avvenuta la “distribuzione di petrolio dall’Urss all’Italia”; alla società Efim-Breda dalla quale Mosca acquista tre trasportatori di ammoniaca; alla Federazione degli alberghi, di cui tre sono costruiti in Urss; alla fornitura di componenti atomiche; alla cooperazione ad ampio raggio con la società Finmeccanica ecc.».

Una serie di altre indicazioni tu le hai date nel volume “L’apparato para-militare del Pci e lo spionaggio del Kgb sulle nostre imprese”, edito a Firenze da GoWare nel 2018, e si ritrovano nei volumi L’oro da Mosca di Valerio Riva (edito da Mondadori) e L’oro di Mosca di Gianni Cervetti(Dalai editore) Ti chiedo, pertanto, se è possibile avere un dato contabile complessivo su quanto il Pcus ha sborsato al Pci.
«Dopo la seconda Guerra mondiale l’Urss aveva elargito circa 3900 miliardi di rimesse ai “partiti e alle organizzazioni operaie di sinistra” aderenti al Comintern e al Cominform. Il calcolo di quanto ricevuto dal Pci sarebbe stato un quarto, cioè circa 975 miliardi».
E’ ammissibile pensare che Travaglio,essendo un giornalista indipendente, possa dedicare un inserto del “FattoQuotidiano” a questa notizia, peraltro non proprio inedita? Certo, essa ha il difetto di contrastare l’enfatizzazione data ai malloppi che, a suo parere, avrebbe ricevuto Craxi.

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