sabato, 19 Ottobre, 2019

Intervista a Salvatore Sechi: “La trasformazione della democrazia”

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Nel volume Gialloverdi e camicie nere, Salvatore Sechi segnala la trasformazione della democrazia in un rito. Gli elettori non hanno il controllo degli eletti. Sono nate nuove oligarchie.

E’ la prima volta che un docente universitario (anzi un decano) di storia contemporanea si occupa del governo Conte. E’ il caso del prof. Salvatore Sechi, che è anche nostro collaboratore.
Al centro della sua analisi sono le principali forze politiche sovraniste (Lega e Cinque Stelle) e la loro possibile deriva verso il fascismo. Ci riferiamo al suo recentissimo saggio che si intitola Gialloverdi e camicie nere. Di Maio, Salvini e il fascismo, Firenze, Goware, pp. 174, Euro 12,90.

Allora siamo al fascismo prossimo venturo?
Direi che siamo certamente in presenza di una crisi del nostro regime liberal-democratico. Non si tratta,però, di una diagnosi nuova.

Come mai?
Il Parlamento è da decenni (direi dalla prima guerra mondiale) un organo svuotato di ogni potere. La penetrazione della partitocrazia (e di chi ora la sostituisce, cioè Lega e Cinque Stelle) in ogni segmento dello Stato è invasiva, anzi molecolare. Il ceto (con aspetti castali fortissimi) dei magistrati tiene in scacco la politica, la quale ha fatto corpo con le mille burocrazie. Di qui ritardi e paralisi di ogni innovazione. Non girano corpi armati, con manganelli e olio di ricino, ma si profilano pericoli inediti e gravi per la nostra democrazia. Ciò detto, il fascismo è stata un’altra cosa. Nel bene come nel male.

Un gruppo di pressione come Il Foglio ha suonato l’allarme sulla deriva democratica rappresentata dai grillini. Si può dire la stessa cosa della Lega?
Non penso che lo stesso Matteo Salvini si muova in questo contesto storico determinato. Si atteggia spudoratamente, come succede ai parvenu, a movenze stentoree. Ha stile e comportamenti aggressivi e irrispettosi. Fino allo scempio di ogni etichetta parlamentare e diplomatica.

Non si era mai visto uno sfoggio di tanta prepotenza e arroganza sul piano interno come su quello internazionale. Che senso hanno queste esibizioni di Salvini?
Replicano aspetti e parvenze del fascismo, ma non è questo tipo di dispotismo che il Capitano della Lega persegue. Bisogna saper distinguere, se si vuole capire. Sia al governo sia nelle due Camere esiste una maggioranza che fa di Cinque Stelle il partito di coalizione, cioè il possibile asse di ogni alleanza. Se Di Maio fosse stato all’altezza del compito che gli è stato assegnato da Beppe Grillo, dal presidente del Consiglio Conte, d’accordo col capo dello Stato, Sergio Matterella, gran parte del programma concordato sarebbe già stato approvato.

Perché ciò non è avvenuto?
Perché Cinque Stelle ha una leadership remissiva, arrendevole, cioè subalterna. Dispone di una forza sia elettorale sia popolare che non ha saputo utilizzare, lasciando aperta la porta alle rodomontate di Salvini. Il leader della Lega occupa un enorme spazio vuoto, quello spianatogli dall’irresolutezza e dalle paure del suo partner di maggioranza, cioè Luigi Di Maio.

Di Maio ha sempre temuto che facendo il muso duro Salvini reagisse provocando la crisi di governo e nuove elezioni che lo vedrebbero vincente.
All’inizio l’accordo avrebbe dovuto essere fatto con il Pd di Pierluigi Bersani. Esistevano alcune importanti convergenze programmatiche. Ma la reciproca indisponibilità a collaborare ha aperto la strada ad un’intesa innaturale con la destra, cioè la Lega di Matteo Salvini.

Pur avendo i grillini circa il 34% dei consensi, sono finiti ostaggi consapevoli della Lega che aveva appena i 17%.
Di Maio ha finito per soccombere, giorno dopo giorno, sotto la sindrome del ricatto. Non si tratta di una questione banale. Ha caratterizzato per mezzo secolo il rapporto dell’Italia con gli Stati Uniti.Il politologo norvegese Geir Lundestad l’ha chiamato Empire by invitation (si veda la nuova edizione The American “Empire”, Norwegian University Press e Oxford Universisty Press, Oslo e Oxford,1989).

Ne è derivata un’inguaribile e rovinosa sindrome della sconfitta prossima ventura, cioè imminente.
I grillini (in particolare il loro capo) hanno finito per dimenticare di detenere il pacchetto di maggioranza dei voti elettorali e dei posti di governo per concentrarsi sulla paura di essere abbandonati dalla Lega. E’ emersa con uno splendore solare l’incapacità di Di Maio di avere una capacità egemonica e di essere in qualche modo uno statista e non il rappresentante di un istrione di professione come Beppe Grillo.

In un anno Di Maio ha fatto perdere a Cinque Stelle circa sei milioni di voti. Non si era mai visto nella storia d’Italia uno scialacquatore come lui.Ha dissipato un bottino politico che era di circa il 34%. Di fronte a questi esiti i partiti tradizionali avrebbero messo alla porta Di Maio, facendone un cane randagio.
Le cose sono andate diversamente perché dietro gli eletti di Cinque Stelle non c’era la potenza culturale che alla prima Lega seppero dare il federalismo del grande politologo milanese Gianfranco Miglio, Ettore Albertoni ecc. Ora tiene banco una miseria culturale impressionante, classicamente sovranista. Si agita la bandiera dell’alternativa alla democrazia rappresentativa, fondata sulla delega, ma in realtà si è finito per imitare il peggio dei partiti tradizionali. Diciamo pure delle vecchie oligarchie politiche. Di Maio, come Salvini, sono degli strilloni del cambiamento. L’unica cosa che li tiene insieme è il dividendo elettorale, comecchesia e purchessia, e la volontà di impedire un disegno complicato e ardimentoso come quello dell’integrazione europea.

La ostacolano anche gli Stati Uniti e la Russia.
Per conto loro si muove (non importa se prendendo dollari o rubli), seppure in maniera macchiettistica, un personaggio cinico e spregiudicato come Salvini. Di fronte alle continue manifestazioni di impotenza e inettitudine stellare (a meno che tra Di Maio e Salvini non ci sia un accordo segreto), era inevitabile che anche un politico mediocre come il leader dell’estrema destra della Lega si portasse via la posta e il banco.

Ma questo governo, secondo lei, è di sinistra? Come giudica gli atti di governo finora compiuti?
La maggior parte delle riforme approvate sono state proposte da Cinque Stelle, e non dalla Lega. Ad essa certamente si debbono le misure repressive in materia di sbarchi, di quote di migranti da accogliere, di maltrattamento delle Ong, di mezzi di cui munire le forze dell’ordine ecc. E in generale la psicosi di insicurezza, se non di vera persecuzione, che sta vivendo l’opinione pubblica. Salvini è riuscito a creare l’impressione che l’Italia viva circondata da milioni di migranti mussulmani organizzati in bande di stupratori e accoltellatori.

D’accordo, caro Sechi, bisogna smetterla di denigrare il proprio avversario come fa spesso e volentieri la sinistra. Ma non si può neanche nascondere la testa sotto la sabbia e non veder i rischi che corre il nostro Paese con questi governanti.
Ciò detto, come si fa a negare che il governo Conte ha in meno di un anno approvato atti e adottato misure legislative che tanto il centro-destra quanto il centro-sinistra hanno semplicemente mancato o non hanno neanche preso in considerazione? Per cacciare questo ministero, o isolarlo dal contatto con la Lega di Salvini, non mi pare necessario negargli alcuni meriti.

Credo che i nostri lettoti desiderino conoscerli, sapendo che Lei è un intellettuale di sinistra, anche se non ragiona mai per partito preso.
Il mio libro si muove tra l’analisi sociologica di Lega e Cinque Stelle, avviata da Irene Tenagli nel suo saggio edito da Rizzoli, e una rilettura del fascismo storico Ho fatto oggetto di esso in un’ampia rassegna di studi italiani e stranieri in pubblicazione presso la Rivista Storica Italiana diretta da Massimo Firpo. Il mio libro non è un’opera di propaganda contro o a favore del governo.

A suo merito quali provvedimenti approvati dal ministero Conte hanno inciso il marmoreo assetto esistente?
Mi riferisco ad aspetti diversi della vita sociale e istituzionale. Come,per esempio, aspetti e forme della rappresentanza:taglio delle pensioni d’oro, abolizione dei vitalizi, reddito di cittadinanza, dimezzamento dei compensi ai parlamentari, la riduzione (di un terzo) del numero dei deputati e senatori, referendum propositivi con abbassamento del quorum ecc.). Ricorderei anche la cosiddetta sicurezza (messa in pericolo,recita il relativo decreto, da “scafisti, camorristi, spaccia tori,e teppisti da stadio”), l’Anticorruzione (che blocca le prescrizioni), l’uso delle intercettazioni, lo stop alle norme svuota-carceri, i traffici per scambi elettorali, il blocco dei provvedimenti leghisti su trivelle petrolifere e inceneritori, la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio e del peculato, i grandi condoni fiscali e le concessioni fatte a padroni del vapore di Roma, Milano, Torino ecc.. Non sono aspetti da poco conto.

È, però, sotto gli occhi di tutti gli italiani lo sfacelo della politica economica, il blocco degli investimenti e di ogni attività produttiva e quindi il prolungamento strutturale di disoccupazione e lavori precari. Il che significa, per i ceti più deboli, un grande rilancio dello sfruttamento.
Sono d’accordo, e l’ho scritto. Ma lasciami dire che uno studioso non può essere faziosamente implacabile anche nei confronti dell’esecutivo populista. Il pericolo che vedo non è il ritorno al fascismo, ma la trasformazione della democrazia in un rito, una comparsa. I cittadini esercitano il diritto di voto, ma non hanno il minimo controllo dell’uso che gli eletti fanno del consenso. Per questa ragione, in preda al disincanto si finisce per votare Di Maio e, peggio ancora, Salvini.

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