mercoledì, 21 Ottobre, 2020

Parla Vannino Chiti: “Dopo la crisi un piano Marshall europeo”

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La gestione dell’emergenza Coronavirus potrebbe rappresentare il banco decisivo per l’Unione Europea, alle prese con una pandemia che sta colpendo tutti i paesi aderenti. Tra chi, come Ernesto Galli della Loggia, fa presente l’inevitabile ritorno all’idea di nazione e chi cerca di dare ancora qualche chance all’Europa e allo spirito di collaborazione tra europei, abbiamo deciso di intervistare Vannino Chiti, già ministro e sottosegretario, presidente della Regione Toscana, parlamentare di lungo corso, un uomo che ha sempre creduto nelle prospettive dell’Unione Europea e che oggi può fornirci una riflessione oggettiva e seria sulla situazione.

Questa spaventosa epidemia da Coronavirus sta colpendo tutta Europa. Concorda su chi dice che ci troviamo di fronte a un banco di prova determinante per le istituzioni europee?

Il coronavirus rappresenta una sfida globale e dunque richiede una risposta che si collochi in questa dimensione. L’Unione Europea ha iniziato a dare alcune risposte sul piano dei finanziamenti, della gestione del patto di stabilità etc. Sono sufficienti? No. Però il tema è un altro. Quali poteri reali abbiano dato all’Unione? Di fronte a un’emergenza sanitaria globale ha solo la possibilità di coordinare gli Stati nazionali. Coordinare! I sovranisti reazionari, una parte consistente delle destre europee e purtroppo egemone nella destra italiana, cercano di indebolire il tessuto connettivo europeo e poi attaccano l’agire debole dell’Unione. La sinistra ha la forza per mettere al centro del confronto, dopo l’emergenza sanitaria, il fallimento della narrazione ideologica delle destre sovraniste, il rilancio senza ambiguità di una democrazia federale europea, il primato del bene comune, senza il quale viene meno anche la risposta alle giuste esigenze dei singoli? Questo per me oggi è il nodo culturale e politico centrale.

Non trova che il mancato coordinamento iniziale tra i diversi paesi europei abbia avuto un peso nella difficile gestione della diffusione del virus?

Penso che la mancanza di una valutazione e di una risposta univoche a livello europeo abbia contribuito a far diventare il nostro continente un centro dell’epidemia, dopo la Cina. Ma non siamo negli Stati Uniti. In quella nazione, una democrazia federale, il governo può prendere decisioni che riguardano tutti e in situazioni d’emergenza si impongono. Per questo possiamo dare un giudizio severamente critico delle sottovalutazioni, pressappochismo, inefficienza del presidente Trump, che si sommano all’inesistenza di un welfare universale. Se invece all’Unione Europea do compiti di coordinamento, poi devo aspettarmi che di fronte a scelte opposte – privilegio l’economia e rischio la vita di tanti, i più deboli e anziani oppure assegno priorità a salvare la vita alle persone con misure drastiche di contenimento del contagio, anche limitando le libertà individuali – le istituzioni europee possano fare ben poco. Raccomandare, trovare punti di convergenza possibili: solo questo. Non è l’Unione Europea di cui abbiamo bisogno. In questi anni si sono ampliate le competenze dell’Unione ma al tempo stesso si sono rinazionalizzati i metodi di decisione. Il metodo comunitario è impallidito, si è imposto quello intergovernativo. Non si tratta di tornare indietro, come vorrebbero Salvini e Meloni: in questo caso dovremo rassegnarci alla decadenza dell’Europa e alla sua irrilevanza nel XXI secolo. Dobbiamo dare slancio, convinzione, determinazione all’obiettivo della democrazia federale europea.

In definitiva, l’Unione Europea, già in difficoltà, si salverà rilanciando la propria azione, o andrà in crisi definitiva di fronte a questa emergenza?

Ho in parte già risposto. Così com’è l’Unione Europea non può corrispondere alle sfide del nostro tempo. Abbiamo bisogno di una vera democrazia federale, che decide sulla politica estera, di sicurezza, difesa, sulle scelte di macro economia, con il potere di un riequilibrio dello sviluppo al suo interno secondo principi di solidarietà. Il suo presidente deve essere scelto dai cittadini, secondo il metodo della elezione diretta (che in questo caso per me è preferibile) oppure della indicazione del candidato delle coalizioni prima del voto, come in Germania o Spagna. Il Parlamento deve controllare il governo. In questo quadro deve esistere quel principio di supremazia che consente ad un governo federale di intervenire in modo efficace quando si verifichino situazioni d’emergenza. La sinistra dovrebbe avere consapevolezza maggiore che questo oggi è l’obiettivo centrale se non vogliamo che la democrazia si impoverisca nei vari paesi, se decidiamo di dare concretamente avvio a uno sviluppo sostenibile, regole nuove al mercato riformando il capitalismo, il welfare che deve restare universale, se ci proponiamo di avere voce negli equilibri del mondo, nella costruzione di assetti di pace. Su questa strada ci sono avversari interni, le destre reazionarie, e avversari esterni. Gli Stati Uniti di Trump e la Russia di Putin non vogliono un’Europa forte e unita. La preferiscono debole, divisa, subalterna.

Cosa pensa delle parole della Lagarde? Davvero la BCE non si rende conto di essere strumento fondamentale anche per contenere le conseguenze economiche di questa crisi?

La Lagarde ha fatto un’uscita irresponsabile. Ci è costata cara. A tutta l’Europa ha fatto rimpiangere Draghi. Mi sono ritrovato pienamente nella presa di posizione del presidente Mattarella. Essere europeisti non vuol dire non essere critici nei confronti di errori e insufficienze. Anzi, dovrebbe essere il contrario ma con un orizzonte diverso e opposto rispetto alle esternazioni della destra reazionaria. Detto questo, in assenza di un governo federale e di un Parlamento forti, nella Bce e nell’eurogruppo prevarranno inevitabilmente solo i calcoli finanziari

Venendo in Italia, questo è il momento dell’unità nazionale, della collaborazione e della fiducia reciproca, anche se continuano a vedersi dei distinguo. Pensa che questa crisi dovrà farci ripensare il sistema delle autonomie regionali? Serve più centralità?

Una riconsiderazione del sistema delle autonomie locali e delle Regioni lo ritengo necessario. Non però con un’ottica vetero centralista. Vi sono competenze da riportare al centro, come ad esempio le infrastrutture materiali o i materiali di interesse nazionale o europeo, le scelte energetiche. E dobbiamo costruire meccanismi efficaci di relazioni tra centro e Regioni. Così non va. Nelle Regioni spesso si affermano visioni particolaristiche, di localismo egoistico, che producono contrapposizioni, dissensi non solo con il Parlamento e il governo ma anche tra Regione e Regione. L’Italia dal punto di vista istituzionale sembra a me il vestito di Arlecchino. Non dobbiamo avere in mente gli starerelli del 1800 ma un progetto moderno di Stati nazionali e di sistemi regionali e delle autonomie inseriti nel quadro di una democrazia federale europea. Per questo un confronto serio non può limitarsi a una redistribuzione di competenze tra Stato centrale e Regioni, ma a come rinnovo e riformo lo Stato, le Regioni, le Autonomie locali

Sanità e operatori sotto stress stanno facendo miracoli in queste settimane. A suo avviso sarebbe opportuno o meno tornare a una sanità gestita dal centro?

Dobbiamo essere grati alla competenza e all’impegno dei medici, dei ricercatori, degli infermieri, di tutto il personale sanitario, dei volontari che a rischio della loro salute, si stanno prodigando in modo straordinario. Il tema urgente mi sembra questo: se scoppia un’emergenza, sanitaria o meno, l’indirizzo, le decisioni, il controllo devono essere nazionali. Nella riconsiderazione del ruolo di Stato centrale, Regioni, Comuni occorre a mio avviso inserire quel principio di supremazia che esiste già in grandi democrazie federali. Lo ritengo assai più importante che la pur necessaria risistemazione di alcune competenze. L’idea di Regioni che vanno per conto loro, accarezzata in questi anni da certa destra italiana, è un’imbecillità ideologica. Nel mondo dei giganti politici ed economici, pensi a Stati Uniti, Russia, Cina, India etc non hanno più forza da soli i singoli Stati europei, nessuno escluso, figuriamoci Regioni in ordine sparso.

 

Il presidente del consiglio Conte ha dimostrato sobrietà e capacità decisionali in questa fase. Ma quanto è stato difficile, a suo avviso, di fronte a una maggioranza abbastanza eterogenea e, in quanto tale, complicata?
Il presidente Conte si è mosso bene, in una situazione complessa, di fronte ad un virus di cui per ora abbiamo poche conoscenze. Ha operato con equilibrio, dando un riferimento non schizofrenico, attuando con il suo governo le misure suggerite dagli organismi sanitari nazionali e internazionali. Questo deve fare la politica. Altri sono stati un po’ instabili. Il presidente del Veneto Zaia ad esempio attaccava il governo perché aveva inserito aree della sua regione nelle “zone rosse”. Due, tre giorni dopo chiedeva il coprifuoco. Ricordo il dibattito in Parlamento sui vaccini: le autorità mediche indicavano quelli indispensabili. Alcune forze politiche si opponevano, altre volevano un compromesso sul numero: 9 si, 12 no. Un esempio di miseria della politica. Mi auguro che Movimento Cinque Stelle e Lega abbiano riflettuto, compreso la lezione per il futuro. La maggioranza in questa fase ha tenuto. Qualche sbavatura da parte di qualcuno che teme di perdere la visibilità sulla scena, ma niente di che. Anzi sui decreti e sulla loro costruzione si è avuto un rapporto di collaborazione anche con l’opposizione che va salutato con soddisfazione. È il momento delle risposte unitarie. Per il resto la maggioranza, è vero, è una coalizione complicata, tenuta insieme da un accordo programmatico, senza una coerente e piena condivisione politica. È il lascito delle elezioni. Bisogna averlo presente. Penso che si debba cercare nei mesi che verranno di consolidare l’alleanza di governo, di darle un più forte spessore politico, una coerenza da far vivere anche sui territori. Del resto, guardi, anche la destra ha grandi problemi, nascosti o meno. Finché i Salvini e le Meloni prevarranno sui leader di una destra europeista, la loro proposta di governo non sarà all’altezza dei compiti da affrontare. Ho fiducia che gli italiani nella maggioranza lo comprendano. Qualcuno si sentirà domani di sostenere il ridimensionamento della sanità pubblica? Oppure di affermare la concorrenza acritica in sanità tra pubblico e privato, accreditando senza una programmazione e un controllo pubblici, il privato, distribuendo risorse al vento, non pretendendo anche dal privato posti letto in rianimazione? Questo è il modello di sanità che si è imposto in Lombardia, dove almeno ci sono ospedali pubblici e privati di primaria efficienza, e in diverse Regioni del Sud, ad esempio Calabria e Sicilia, dove il panorama è assai inquietante. E non dipende certo dall’impegno dei medici.

 

Cosa cambierà, per i cittadini italiani e per il paese, dopo questa crisi?

Niente è scontato. Dopo le fasi difficili può prevalere il peggio o il meglio di noi, come singoli e come popolo. Vale per tutti, non solo per l’Italia. Normalmente noi italiani, nelle difficoltà e dopo le crisi, sappiamo dare il meglio. Le dico allora ciò in cui spero. Il rafforzamento dei valori di solidarietà e giustizia. Il primato del bene comune. Ne faccio alcune specificazioni: dignità di ogni persona al di là di etnia, cultura, religione; diritto universale a istruzione, sanità, casa, un lavoro; ecologia e sviluppo sostenibile. La capacità di tenere insieme interesse del territorio, della nazione e visione aperta sul mondo. Naturalmente per contribuire a sostenere questi orientamenti ci vorrebbero una politica e dei partiti che non vivono dell’immediato, di soli sondaggi, di convenienze tattiche ma anche di visioni e progetti di futuro, della forza delle idee che non teme il confronto con gli altri. Senza forza delle idee gli altri sono nemici, non avversari e al confronto si sostituisce la contumelia, lo scontro, la sparata più roboante per finire per un attimo in TV, sui giornali e soprattutto sui social.

Per concludere, in base alla sua esperienza, che cosa occorre pensare, già da oggi, per superare le conseguenze economiche che di certo saranno connesse a questa crisi?

Le misure decise dal governo, risorse per 25 miliardi di euro per sanità, imprese, professionisti, famiglie, gli sgravi fiscali vanno nella direzione giusta. Affrontano questa fase di emergenza. Poi ci vorranno misure ulteriori per il rilancio. Qualcuno dice via rapida a tutti i cantieri già in programma. Sono d’accordo sulla rapidità. Vorrei però insieme fare una ricognizione urgente su quelli che sono prioritari, sulle risorse se siano cioè ancora sufficienti, per non avere altre opere incompiute. Via libera e finanziamenti alla messa a norma delle scuole, a strutture per insegnamento anche on line, agli ospedali e alla dotazione di padiglioni adeguati per la rianimazione, alla ricerca. Manutenzione delle infrastrutture viarie, piano per collegamenti ferroviari moderni oltre Salerno, dove ora si arresta l’alta velocità, per la linea adriatica e quella tirrenica, in Sicilia e Sardegna. Investimento per un trasporto pubblico che non inquini nelle città. Programma concordato e attuato con le Regioni per la messa in sicurezza del territorio, per la valorizzazione dei beni culturali e del patrimonio ambientale. Sostegno alla utilizzazione di energie rinnovabili e a uno sviluppo sostenibile. Non può essere un programma solo italiano. Deve esserci un programma dell’Unione Europea su queste priorità, un piano Marshall europeo. Fuori dal patto di stabilità gli investimenti che si attivano su questi obiettivi, non soltanto più flessibilità e maggiori spazi per gli aiuti di stato. Contributo a questo piano della Bce, delle banche centrali nazionali. Varo degli eurobond. Abbiamo bisogno e dobbiamo perseguire un nuovo miracolo economico, europeo e perciò al tempo stesso italiano, francese, tedesco ettc

 

E la politica, secondo lei, troverà in questa crisi le basi per rilanciarsi?

Una politica forte, consapevole, credibile è quello di cui c’è bisogno. Si tratta di ricostruire i partiti. In Italia non ci sono realmente, come la nostra Costituzione li vuole eppure sono essenziali in democrazia. Cartelli elettorali o confederazioni di correnti non possono dar vita a una politica degna di questo nome. Mi auguro che la destra sappia riorganizzarsi in una formazione conservatrice ma europeista. Io però sono di sinistra e sogno una sinistra moderna, plurale, europeista. Una sinistra capace di organizzarsi in modo unitario all’interno dell’Unione Europea e di realizzare una Internazionale democratico – progressista nel mondo. Oggi l’unica internazionale è quella della finanza e neo-liberista. Dei riferimenti culturali ne abbiamo parlato: democrazia federale europea e ora aggiungo riforma e rilancio dell’ONU; dignità e diritti della persona, nella società e nel lavoro; uguaglianza di genere; giustizia sociale ed ecologica, ormai inseparabili; sviluppo sostenibile; costruzione paziente nel mondo della pace e di una cooperazione equa tra i popoli. Sono convinto che attorno a queste impostazioni la sinistra potrebbe aggregare energie e forze che superano gli steccati del passato. Donne e uomini credenti e di diverse fedi religiose o non credenti ma che condividono l’impegno a privilegiare il bene comune e non rinunciano a costruire un mondo migliore. Il giusto e inevitabile superamento da parte della sinistra di ideologie del passato non può portarci, come a volte è apparso, a non avere sistemi valoriali. Il pragmatismo di giornata e il muoversi senza orizzonti di riferimento non è il trionfo della concretezza ma quello di una nostra subalternità. Il che è ben più grave di una sconfitta elettorale.


Leonardo Raito

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