domenica, 13 Ottobre, 2019

Invalidità civile. Crescono leggermente gli importi delle indennità assistenziali

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Invalidità civile

INPS: NUOVI IMPORTI PER IL 2019

Crescono leggermente gli importi delle indennità assistenziali, riconosciute alle persone diversamente abili, nonché le soglie di reddito per poterne usufruire. Più in dettaglio, l’importo dei trattamenti economici di invalidità è aumentato dell’1,1%, mentre i limiti reddituali dello 0,9%. E’ l’effetto della perequazione che ha interessato anche le pensioni. Anche se l’incremento è di pochi euro al mese, è utile ed opportuno vedere quali sono gli importi aggiornati delle misure assistenziali rivolte ai soggetti invalidi: partiamo con la pensione di invalidità, riconosciuta in favore degli invalidi totali al 100% con età compresa tra i 18 e i 67 anni.

L’importo nel 2019 è salito a 285,66 euro (da 282,55 euro), mentre per beneficiarne è necessario non superare i 16.814,34 euro. L’assegno di assistenza per invalidi civili parziali (con percentuale di invalidità compresa tra il 74% e il 99%) ha sempre un importo di 285,66 euro al mese. Il tetto reddituale da non superare per poterne beneficiare è, invece, più basso: 4.906,72 euro.

Stesso importo e limite di reddito per l’indennità di frequenza, ossia la prestazione economica concessa a sostegno dell’inserimento scolastico e sociale dei minorenni con disabilità. Nella tabella aggiornata degli importi degli assegni di invalidità civile per il 2019 allegata alla circolare dell’Inps relativa alle operazioni di rinnovo delle pensioni, troviamo anche le misure assistenziali riconosciute in favore dei ciechi civili. Nel dettaglio, per quelli parziali c’è la pensione mensile di 285,66 euro, concessa a chi ha una situazione reddituale non superiore ai 16.814,34 euro, oltre all’indennità aggiuntiva di 210,61 euro, attribuita a tutti i ciechi civili parziali di 210,61 euro. Per i ciechi civili totali, invece, l’indennità è di 308,93 euro.

Infine, per i decimisti (ossia coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 1/10) vi è l’assegno ipovedenti di 212,01 euro riconosciuto in caso di reddito annuo inferiore agli 8.083,89 euro. Ci sono poi misure assistenziali anche per i sordi: l’indennità di comunicazione (assegnata a prescindere dal reddito) di 259,02 euro al mese e la pensione mensile di 285,66 euro che spetta a chi non supera il reddito annuo di 16.814,34 euro. Infine è stato aggiornato anche l’importo dell’indennità di accompagnamento che passa a 522,03 euro per gli invalidi al 100% e a 925,25 euro per i ciechi al 100%.

 

Chiarimenti in caso di trasferimento all’estero

INDENNITÀ DI MALATTIA: PRECISAZIONI INPS

La libera circolazione delle persone all’interno dei Paesi dell’unione Europea si è nel tempo rafforzata con l’introduzione del concetto di cittadinanza europea, la creazione dello “spazio Schengen” e la direttiva generale del Parlamento Europeo e del Consiglio elaborata per incoraggiare i cittadini dell’Unione a circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Alla luce di questi principi l’Inps ha previsto che, in caso di trasferimento del lavoratore nei Paesi dell’Unione e in paesi extraeuropei, durante l’assenza dal lavoro per malattia, il riconoscimento della prevista indennità è subordinato al possesso di un’autorizzazione al trasferimento rilasciata dalla Asl o dall’Istituto stesso.

A tale proposito, il recente messaggio Inps n.4271 fornisce chiarimenti in ordine ai numerosi quesiti, pervenuti anche dalle Strutture territoriali dell’Istituto, sulla perdurante validità, pur nel mutato quadro normativo europeo, delle indicazioni formulate con la circolare 192 del 1996, in merito alla necessità dell’autorizzazione al trasferimento in paesi Ue.

Il provvedimento di autorizzazione va inteso come una valutazione medico-legale volta a escludere eventuali rischi di aggravamento del paziente, derivanti dal trasferimento, in ragione dei maggiori costi per indennità di malattia che una tale circostanza comporterebbe a carico dell’Istituto. Qualora il paziente proceda comunque al trasferimento nonostante il parere negativo dell’Inps, il diritto all’indennità economica di malattia verrà sospeso nell’ipotesi in cui il lavoratore compia atti che possano pregiudicare il decorso della malattia.

 

Welfare

IN ITALIA CALANO LE PENSIONI DI INVALIDITÀ

In Italia le pensioni di invalidità calano, ma al Sud sono quasi il triplo rispetto al Nord. E’ il dato che emerge dall’annuale rendiconto sociale Inps, secondo cui nel 2017 le pensioni di invalidità erano 932.289, con un calo del 3,3% rispetto al 2016, ovvero 32.021 unità in meno.

Lo squilibrio è ben evidente se si fa una paragone con la popolazione residente: per ogni 100 abitanti la percentuale è del 2,4 al Nord, del 3,2 nel Centro e del 6,7 nel Sud e Isole. Le differenze fra le varie parti d’Italia sono ben visibili anche analizzando i dati del Reddito di Inclusione. Le domande presentate al 30 settembre 2018 sono state 787.982mila, poco meno del 50% dei nuclei stimati dall’Istat in situazione di povertà assoluta. Ne sono state accolte 375.799mila pari al 47,7% del totale. Il 67,1% delle domande accolte, ovvero 252.269 mila, sono state presentate al Sud. Al Centro sono state 53.042 mila, ovvero il 14,1%, e al Nord 70.488 pari al 18,7%.

Diseguaglianza netta anche nel rapporto fra le pensioni di vecchiaia statali e quelle dei dipendenti privati. L’importo medio mensile lordo nel 2017 è stato di 1.170 euro per gli uomini e di 858 euro per le donne tra gli ex dipendenti privati, mentre tra gli ex dipendenti pubblici è stato di 2.456 euro

per gli uomini e di 1.748 euro per le donne. Per i pensionati autonomi, invece, l’importo è stato pari a 858 euro per gli uomini e 629 per le donne.

E’ boom invece per quanto riguarda il bonus bebè. Nel corso dello scorso anno ne hanno beneficiato in oltre 714mila con un aumento del 57% rispetto all’anno precedente. Fino a giugno 2018 sono giunte all’Inps 96.784 mila domande del bonus asilo nido e ne sono state accolte 58.690 mila.

In generale tra il 2012 ed il 2017 il numero totale delle pensioni previdenziali sceso del 3,9% passando da 17.224,961 milioni a 16.560,776 (664.185 mila in meno). Un calo concentrato soprattutto sugli ex lavoratori dipendenti privati ed autonomi, che diminuiscono rispettivamente di 601.391mila e 165.420mila pensioni. Sono invece aumentate quelle degli ex lavoratori dipendenti pubblici di 54.671 e parasubordinati di 21.240.

Nel suo discorso il presidente del Civ Inps, Guglielmo Loy, ha sottolineato due punti chiave per l’Istituto, a partire dalla mancanza di personale. “Serve invertire la tendenza con nuove assunzioni che consentano un indispensabile ricambio generazionale”, le sue parole. Infine una sottolineatura sulle prerogative dell’Istituto che “non deve essere considerato come mero destinatario passivo esecutore materiale di disposizioni normative ma quale strumento intelligente pensante e meritevole di un adeguato coinvolgimento”.

Parole condivise anche dal presidente dell’Inps Tito Boeri che ha voluto mettere l’accento sul “forte richiamo all’autonomia dell’Ente di previdenza che è un valore fondamentale ed alla visione di lungo periodo che va oltre gli aspetti spesso angusti della politica”.

 

Economia

L’ITALIA VITTIMA DELLA BUROCRAZIA

L’Italia ha la peggiore burocrazia d’Europa. Nell’eurozona solo la Grecia sta peggio di noi e questo la dice lunga sullo stato di difficoltà in cui versa la nostra Pubblica amministrazione. E’ questo il risultato emerso dalla stesura dell’indice europeo sulla qualità dei servizi offerti dagli uffici pubblici dei 19 paesi che utilizzano la moneta unica. Un’elaborazione, riferita al 2017, che è stata realizzata dalla Cgia su dati della Commissione europea. E se la Finlandia, i Paesi Bassi e il Lussemburgo occupano i tre gradini del podio, Slovacchia, Italia e Grecia, invece, si collocano mestamente nelle parte più bassa della graduatoria.

“Sarebbe comunque sbagliato generalizzare, non tutta la nostra amministrazione pubblica è di bassa qualità. La sanità al Nord, molti settori delle forze dell’ordine, diversi centri di ricerca e istituti universitari – ha affermato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – assicurano delle performance che non temono confronti con il resto d’Europa. Ciò nonostante, il livello medio complessivo è preoccupante. L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato – ha proseguito Zabeo – una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici, cha ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri che, purtroppo, non vogliono più investire in Italia anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”.

E ad avvalorare la posizione di coloro che sostengono che per il sistema paese è imprescindibile avere una macchina statale che funziona bene, sono particolarmente interessanti, dice la Cgia, anche i dati elaborati dall’Ocse. Secondo questa organizzazione internazionale, infatti, la produttività media del lavoro delle imprese italiane è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica.

“Purtroppo, i tempi e i costi della burocrazia – ha detto il segretario della Cgia Renato Mason – sono diventati una patologia che caratterizza negativamente una larga parte del nostro paese. In particolar modo le imprese italiane, essendo prevalentemente di piccolissima dimensione, hanno bisogno di un servizio pubblico efficiente ed economicamente vantaggioso, in cui le decisioni vengano prese senza ritardi e il destinatario sia in grado di valutare con certezza la durata delle procedure”.

Altrettanto preoccupanti, prosegue la Cgia, sono i risultati che emergono dalla periodica indagine campionaria condotta da Eurobarometro (Commissione europea) sulla complessità delle procedure amministrative che incontrano gli imprenditori dei 28 paesi dell’Unione. L’Italia si trova al 4° posto di questa graduatoria, con l’84 per cento degli intervistati che dichiara che la cattiva burocrazia è un grosso problema. Solo la Grecia, la Romania e la Francia presentano una situazione peggiore della nostra, mentre il dato medio dell’Unione europea si attesta al 60 per cento.

Carlo Pareto

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