mercoledì, 30 Settembre, 2020

Io Anticraxiano, ecco perché difendo Craxi

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Politicamente parlando, sono stato sempre anticraxiano. O, per essere onesto, lo sono stato agli inizi e alla fine: diciamo dal Midas al Congresso di Palermo e, poi, nel 92/93. E, aggiungo, lo stesso Craxi, mi aveva messo, magari agli ultimissimi posti, nella sua lista nera: avevo fortemente criticato, in un articolo, i legami, suoi e di Martelli, con Michael Ledeen (uno dei più odiosi missi dominici dell’impero Usa). E, nel suo mondo popolato di pochi amici e moltissimi nemici, tanto gli bastò.

Io avrei tanto voluto, invece, essere un suo amico. Starlo a sentire nei momenti di distensione quando suonava la chitarra o si abbandonava alle sue riflessioni. E ho scritto, su di lui, sul suo progetto politico-culturale e sui suoi tanti e accaniti nemici (eravamo nel 1991, un anno in cui tutto sembrava ancora possibile mentre tutto era già stato scritto) un libro, di cui, trent’anni dopo, non cambierei una riga (a parte le previsioni dell’inizio).

Del primo mi affascinavano le ambizioni ma anche la fragilità. Dei secondi l’odio viscerale e il suo perché.

Da allora è trascorsa una generazione. Più che sufficiente per capire che il primo tema appartiene alla storia, leggi al passato. Il suo revisionismo, che allora suscitò scandalo, è stato superato di mille miglia da quello dei suoi censori di allora. Al posto della “centralità socialista”, un vuoto popolato da figure in cerca di una sistemazione. La stessa figura del leader destinata a reincarnarsi, senza che nessuno trovasse a che ridire, in quelle di Berlusconi, di Renzi e, perché no, di Calenda. E non c’è altro da aggiungere.

Rimane però la persona. L’uomo. E l’odio viscerale che lo circondò, fino a distruggerlo e a finirlo. E che riemerge, ciclicamente, ogni qualvolta si torna a parlare di lui.

E allora la domanda cui dobbiamo assolutamente rispondere, come socialisti, per farlo finalmente riposare in pace e riprendere, con lui (anche se non solo con lui) il nostro cammino è: perché Bettino Craxi è stato tanto odiato?

Allora, non eravamo in grado di rispondere a questa domanda. Oggi, sì. Grazie, anche al film di Amelio.

Sull’opera di Craxi (grazie anche a Covatta e Acquaviva) migliaia di pagine. Per tacere dei dibattiti, convegni e quant’altro. Ma scrivere e parlare di lui è un conto; tutt’altro conto vederlo e sentirlo parlare sino a esserne posseduti.

Io del film ho visto solo alcune immagini. E mi è bastato. Davanti a me un omone stanco e provato. Un gigante ferito; destinato a soccombere alle sue ferite. Il suo esilio non è quello dorato di quelli che si godono il maltolto. E nemmeno la tappa momentanea di un percorso di rivincita. È, invece, una condizione di permanente sofferenza che nulla e nessuno può alleviare; e a cui si può reagire solo gridando a chi è disposto ad ascoltarla, la propria verità.

Questo omone continuava a sentirsi addosso l’odio che non cessava di circondarlo. E ne intuiva, più di chiunque altro, le radici profonde. Era, soprattutto, l’odio del fariseo contro il pubblicano non dico fiero ma consapevole di esserlo; al punto di dichiararsi pubblicamente tale. Era l’odio del conformista e del cultore del politicamente corretto, contro chi, divorato dalla passione revisionista, denunciava di continuo quanto di falso, di inautentico, di caduco ci fosse in questa cultura. Era l’odio del nuovo che avanzava contro il difensore del primato dei partiti e della politica. Era l’odio del partito di Repubblica e dei cultori del governo dei tecnici e degli onesti; un mondo che il nostro conosceva a menadito e di cui non mancava mai di sottolineare i trucchi e le pretese. E, infine, era l’odio e il desiderio di “fargliela pagare” nei confronti di chi aveva difeso, a viso aperto, la sovranità e l’autonomia internazionale del nostro paese.

L’errore di Craxi fu quello di non vedere l’onda che stava crescendo e che stava per travolgere, con lui, il mondo in cui era vissuto; al dunque, sarebbe rimasto solo nel difenderlo, e nel richiedere agli altri di riconoscere la loro comune responsabilità nel malaffare e la necessità di porvi rimedio. Gli altri avrebbero fatto finta di niente o peggio avrebbero venduto l’anima in cambio dell’entrata gratuita nel salotto buono.

Dopo, l’orizzonte si sarebbe chiuso inesorabilmente. Nessuna rassegnazione ma anche sempre minori speranze. A testimoniare visivamente la tragedia, l’operazione a lume di candela e la morte atroce.

Per il dopo una profezia: che la Seconda Repubblica, nata da una falsa rivoluzione, non avrebbe raggiunto nessuno dei suoi conclamati obbiettivi. fino a sprofondare in una crisi senza rimedio.

Ce ne era stata anche un’altra. E precisamente che la crisi della Seconda Repubblica avrebbe aperto la via al ritorno in campo dei socialisti e del socialismo.

Facciamone tesoro.

Allosanfan

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