venerdì, 21 Febbraio, 2020

Io, capobanda mai confluito in Forza Italia

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Il rancore gioca brutti scherzi, talvolta. Trasforma l’antagonista in nemico, e il nemico nel male. Assoluto. Scalfari fu parlamentare socialista nella Milano di Craxi. Negli anni a venire ingaggia una lotta totale contro il ‘nuovo corso socialista’, apre a Berlinguer e sposa De Mita – lui, liberalsocialista – e infine tace l’appartenenza di un tempo. Spesso, di recente, nel ricordare il suo passato ‘politico’, sulla attività di parlamentare italiano che lo ha visto protagonista stende un velo di silenzio.

Sostiene De Rita, e con lui storici e sociologi di vaglia oltre a un bel numero di cittadini, che gli unici a comprendere l’Italia che cambiava, il tumultuoso sopraggiungere del terziario e della società della conoscenza furono i socialisti del nuovo corso. Al governo, provammo a declinare quella storia nascente con leggi innovative e gesti coraggiosi che anche ‘Repubblica’ approvò. Ricordo ancora un titolo del quotidiano, fine anni Ottanta, che inneggiava alla locomotiva Italia, imbattibile in Europa.

Scalfari dimentica del tutto una storia che non aveva amato ma aveva a tratti condiviso – Sigonella? Scala mobile? Grande riforma? – ed è obbligato a cancellarla se vuol sostenere la tesi di ieri, quanto mai lacunosa. Chi scrive era tra i più piccoli della ‘banda’. A sinistra, nel ’94, rimanemmo in molti nonostante PDS e Rete avessero fatto di tutto per spingerci altrove. Una supponente autosufficienza e un’analisi vetusta della società italiana fecero il resto. Tramortito ma ancora in piedi. Vent’anni dopo. Anche questo, tutto questo, colpa di Craxi?

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