martedì, 10 Dicembre, 2019

Io sono Mia di Riccardo Donna: musica e libertà

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Al di là delle critiche oppure dei consensi ricevuti da “Io sono Mia”, per la regia di Riccardo Donna, tutti hanno concordato sul talento espresso e sulla dedizione mostrati da Serena Rossi per il suo personaggio (in primis da Loredana Bertè). L’attrice interpreta Domenica Bertè, in arte Mia Martini: Mia in onore di Mia Farrow, che lei adorava. Circa 7milioni e 727mila di spettatori (pari al 31% di share) hanno guardato questo film, un biopic musicale che rivisita in maniera originale la storia dell’artista di Bagnara Calabra. Non solo si omette il finale della sua morte, ma anche altri ulteriori particolari. Si sceglie il momento emblematico della sua esibizione storica al festival di Sanremo 1989 (in cui interpretò “Almeno tu nell’universo”) intorno a cui far ruotare il film. È la stessa protagonista a raccontarci la sua storia, con molti flashback, grazie all’interessante stratagemma trovato dal regista: quello di un’intervista da parte di una giornalista, Sandra Neri (Lucia Mascino), venuta a Sanremo per intervistare Ray Charles (che vi avrebbe dovuto partecipare) e invece si ritrovò a dover incontrare Mia Martini. Il rapporto tra le due, inizialmente, fu burrascoso, poi nacque una complicità produttiva. La stampa a lungo trattò con indifferenza Mia Martini, non la vollero neppure sul palco dell’Ariston. L’artista arrivò persino quasi a ritirarsi dalle scene per cinque-sei anni, prima di tornare di nuovo all’Ariston. Fu calunniata anche per il suo passato difficile, ma – soprattutto – la sua notorietà e il suo successo vennero oscurati e malfamati dall’accusa ingiusta di “portare sfortuna”. Il film ci vuole restituire l’umanità di questa donna, prima che di questa artista e cantante; di questo talento incompreso e ‘maltrattato’ quasi. Affiggere l’etichetta di essere quasi una “iettatrice” a una persona, solamente per qualche sciagurata coincidenza oppure col pregiudizio di chi sa poco o nulla della sua esistenza e dei suoi sentimenti, è un atto di estrema superficialità. Basti pensare che Luigi Pirandello scrisse “La patente” (sul tema) nel lontano 1917; quasi 60 anni dopo tale comportamento ancora veniva applicato a una donna criticata e giudicata a prescindere e a priori, sempre. La cosa più importante che il film ci mostra è proprio questo, rimarcare quanto un atto di discriminazione è sempre ingiusto, non è mai da tollerare e approvare, bensì da condannare. Infatti lo scopo del film è quasi quello di riabilitare alla giusta dignità e al rispetto dovuto Mia Martini. Lo si fa da più fronti, con una solidarietà che viene soprattutto dalla sfera femminile. In primis, presentando il film sul palco dell’Ariston durante la 69^ edizione del Festival di Sanremo, è stata proprio Serena Rossi a commentare così: “vorrei solo chiedere scusa a nome di tutti a Mia Martini per tutto il male che le è stato fatto ingiustamente”. Poi, nel film, la frase finale della giornalista è quanto mai emblematica: “non c’è vocazione o talento che sopravviva alla mancanza di successo e non c’è torto maggiore che privare qualcuno della possibilità di esprimersi”. Perché una persona si può amare od odiare, averne simpatia o antipatia, ma va sempre rispettata e la sua libertà di espressione è un suo diritto universale inalienabile, riconosciuto dalla Costituzione. Soprattutto se è una donna (ma anche un uomo) che vuole semplicemente fare il lavoro che ama, con passione, che mette l’anima in ciò che fa. Una grande lavoratrice va sempre rispettata e apprezzata, stimata, anche se la sua musica in questo caso può non piacere. In questo caso per Mia Martini la musica era vita: “non vivo senza musica” – dice nel film -; e non solo perché fu ridotta sul lastrico. La sua indole istintiva e ribelle, trasgressiva, fu invisa a molti. Non era amata, ma ebbe sempre il coraggio di ribellarsi in nome della libertà; anche a caro prezzo e pagandone lo scotto sulla sua pelle. Anche per questo il film su di lei ne fa un esempio, un modello da seguire nei valori che cercava di difendere a costo della vita; un’immagine positiva di emancipazione, di una donna che dipendeva solo da se stessa e che si assumeva tutte le responsabilità delle sue azioni, della sua piccola grande rivoluzione umana. Ribelle e coraggiosa sì, ma anche fragile; dalla grande umanità e sensibilità. Solo una donna con la sua delicatezza avrebbe potuto interpretare in maniera tanto straordinaria brani da brivido come quelli che, simbolicamente, sono citati nel film, quasi estratti di passaggi di quella che potrebbe essere la sua ‘poetica’. Stiamo parlando, e in questo l’interpretazione di Serena Rossi rafforza il tutto, di canzoni come: “Padre davvero”, “Piccolo uomo”, “Minuetto”, “Almeno tu nell’universo” e l’ultima – forse quella più centrale di tutte – “E non finisce mica il cielo”. Queste non ci danno modo solo di notare le sue collaborazioni con Bruno Lauzi, Franco Califano ed Ivano Fossati, ma anche di comprendere più a fondo l’animo tormentato di questa donna in cerca di stabilità in fondo. Voleva solo avere una vita normale del resto, non chiedeva poi molto. Invece subì angherie, che venivano dalle invidie del suo successo, oltre che delusioni ed abbandoni che le furono cruciali. Separazioni dolorose che coltivò recondite, ma che la oppressero ancor di più. Perciò potremmo dire: ‘quello che non sappiamo’ di Mia Martini, più che ‘quello che sappiamo’ di lei. Infatti, nonostante il film si focalizzi e concentri restringendo l’arco temporale e il contesto d’azione, quello che non limita né omette è di darci particolari inediti che ci fanno capire chi fosse, anche con poche battute di monologhi e dialoghi molti studiati dal punto di vista lessicale – molto autentici e meno stereotipati o retorici -. Una donna molto profonda e romantica, seppure ricevette molti rifiuti. Non è stata un’icona solo perché è stata nominata “la regina della Versilia” nel 1971, o perché ha vinto il Festivalbar nel 1973 o perché è stata decretata miglior cantante dell’anno nel 1974 e nel 1978, ma per la sua ricerca di libertà. Anche da qui nacque lo scontro forte con il padre, sin dall’infanzia, che la picchiò anche (un po’ persino per proteggerla a suo modo), prima di separarsi dalla madre, perché era molto preoccupato per lei: “Mia tu hai le spalle piccole, la libertà è una bestia difficile” e pesante da portare, un peso enorme da sostenere.
Così come provò a dissuaderla nel suo moto di ribellione, rifiutando un contratto a vita con un imprenditore che non le ispirava fiducia, un’altra figura molto centrale nella sua vita: quella dell’avvocato Alberigo Crocetta (personaggio molto riuscito nel film ed interpretato da Antonio Gerardi); fu un vero amico, credette sempre in lei e cercò sinceramente di aiutarla consigliandola per il meglio. “Mia, possibile che tu non lo abbia ancora capito? Eppure sei una donna intelligente: nessuno è libero davvero”, le disse un giorno. Lei replicò: “Decido io come vivere la mia vita, della mia vita, e se sbaglierò, almeno saprò di averlo fatto da sola, di essermi rovinata con le mie stesse mani”. Rivendicava se stessa, la sua libertà di decisione, la sua autonomia e indipendenza, ma soprattutto gridava rispetto e dignità; anche se molti lessero solo arroganza, volgarità, tracotanza, ignoranza dietro quella sua forma di alterigia, mentre era solo autodifesa, legittima; una forma di reazione per cercare di non soccombere; un grido silenzioso e una richiesta implicita di aiuto muta, sempre fraintesa. Almeno finché non decise di rinunciare, di mollare tutto. “Me ne sono andata lontano da tutti perché ho smesso di lottare. Meglio reclusa (e isolata) che umiliata. Ho sopportato troppo, ora basta”, dice ai parenti. Ricorda un po’ quel ‘basta’, quello ‘stop’ alla violenza sulle donne, a ogni forma di discriminazione (al razzismo ad esempio), nelle campagne di solidarietà odierne; ma pochi capirono e seppero ascoltare quella sua richiesta d’aiuto, quel suo crollo psicologico, arrivato dopo tante e continue, perenni vessazioni. Per questo la sua è una vicenda drammatica, umana e ancora attuale, purtroppo, nel triste epilogo finale; come anche oggi, infatti, ancora molte pagine di cronaca sono invase da casi simili di suicidi (anche indotti), a causa di un malessere psicologico in cui le vittime vengono dilaniate dal di dentro, dal profondo. Perché poi, se sono le persone care a cui vuoi bene ad essere le prime a dubitare di te e a non sostenerti più, è facile crollare. In questo, la fine della sua lunga storia d’amore con Ivano Fossati contribuì terribilmente alla sofferenza della storia. Grande fumatrice, un aneddoto la vedeva legata all’auto in tutte le esperienze e vissuti della sua vita – come spiega alla giornalista nel film –; tanto che, non solo ebbe un incidente in cui morì il suo impresario Giancarlo, ma ella stesa rischiò di morire in un incidente dopo aver appreso la fine della storia d’amore con quello che nel film è Andrea. Infatti né Ivano Fossati né Renato Zero hanno dato il beneplacito a che il loro nome comparisse nel film (ma forse anche quello è in modo per tenere nascosto in sé il dolore, che ognuno manifesta a suo modo: chi palesandolo, chi chiudendosi in sé nel silenzio). Così il primo diventa il compagno d’uscite di gioventù con Loredana, Toni (alias Daniele Mariani) e il secondo il compagno di Mimì: appunto il fotografo e fidanzato storico Andrea (interpretato da Maurizio Lastrico). Invece, a vestire i panni di Franco Califano è Edoardo Pesce.
Infine, per quanto riguarda i protagonisti, un altro personaggio di spicco è quello della sorella Loredana Bertè; nel film si vede poco, ma le poche battute già bastano a mostrare il forte legame che univa le due sorelle: la stessa Loredana ha detto ancora di soffrire la mancanza e l’assenza di Mimì; la sa scomparsa è stata un dolore atroce (ancora vivo in lei) che non augura a nessuno di provare mai. Emblematica la sua frase di tributo, mentre da casa la guarda in tv esibirsi sul palco dell’Ariston in “Almeno tu nell’universo”: “è stata la migliore”. Sì, lo è stata e sempre lo sarà per il coraggio di non rinunciare ad essere autentica, sempre se stessa, anche con i suoi difetti e limiti. Rivendicazione di libertà che ne fece una donna per questo forte – da imitare – e che la rende degna di ricordare il successo avuto e guadagnatosi giustamente e dignitosamente. Poche all’epoca ed oggi sarebbero in grado di farlo, perchè scendere a compromessi, ‘vendersi’, potrebbe persino essere più facile. Forse anche per questo riconquistò il rapporto con il padre, che comprese l’errore commesso di un giudizio troppo affrettato su di lei. Dunque, a questo punto, ci piace concludere rendendo onore al merito, il giusto tributo a un successo ‘sudato’. Il fatto di ritornare a cantare dopo sei anni sul palco dell’Ariston fu un atto emblematico, un gesto di estremo coraggio e di una personalità ben decisa da parte di Mimì: fu il coraggio di riappropriarsi di un successo strappatole ingiustamente, anche in maniera brutale e violenta a tratti. Si era andata a riprendere ciò che le spettava e che le era stato tolto. Una dimostrazione e uno smacco a quell’ipocrisia che l’aveva emarginata e umiliata. Perché alla musica non sapeva rinunciare né resistere; anche quando le fu impedito, poiché a Sanremo non la volevano o le radio non la passavano in rotazione. Un po’ come all’amore; disse che aveva rotto e finito con i legami sentimentali; che aveva dato tutto, tanto da aver pagato lo scotto per due anni interi quasi. Aveva definito “invadente” l’amore ricevuto, ma forse non pensava davvero di voler chiudere con questo sentimento cui tanto si era dedicata, dandosi completamente. Nel film lei avrebbe tanto voluto dare un figlio al suo compagno, ma lui la lasciò e tornò solo per annunciarle che si sarebbe sposato a breve. Forse nel definirlo “invadente”, intendeva straziante, lancinante, anche angosciante per quanto sofferente e sofferto, che lascia i segni anche se si prova comunque ad andare avanti: quello di “E non finisce mica il cielo” oppure dello stesso “Almeno tu nell’universo”, in cui cerca davvero qualcuno che non la abbandoni, che sia sincero con lei (lei così schietta), che la ami davvero per quello che è.
Tutti ciò ne fa un’icona della musica italiana, un mito il cui nome può essere messo a pieno titolo e regime a fianco di quello di altre star nostrane, come quelle di De Andrè – per citarne una -. Infatti non è un caso forse che il film richiami nella ‘copertina’ del poster visivamente quella di un altro ‘film musicale’ del 2018: “Fabrizio De André – Principe libero”. Questi i principali messaggi che “Io sono Mia” vuole mettere in evidenza. E, dopo tutto questo excursus, noi non possiamo che concludere con un: “Grazie Mia!”; e grazie al regista a Serena Rossi e a tutto il cast che ha lavorato al film, ovviamente. Per una storia ricca di sentimenti veri, che si è tentato di restituire nel modo più corretto possibile. Questo potrà sembrare persino patetico, ma – in fondo – non c’è nulla di fuori luogo o inopportuno nel raccontare la storia umana di una persona in tutta la sua fragilità e vulnerabilità; con tutte le sue debolezze e con i suoi punti di forza, con il suo coraggio e con la sua rassegnazione.

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