lunedì, 20 Gennaio, 2020

Iorio: Prescrizione caposaldo di civiltà democratica

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“L’istituto della prescrizione è previsto in tutte le democrazie occidentali. Lo era già dall’antica Grecia, ne troviamo traccia già in alcuni scritti di Demostene. La prescrizione non è infatti una mera scorciatoia giuridica, al contrario ha una sua ratio ben precisa. È un istituto previsto anche nella Roma repubblicana. Un modello di giustizia nato per tutelare l’interesse oggettivo della società, non per soddisfare i desideri individuali di giustizialismo. La nostra bibbia civile, la Costituzione italiana prevede la ragionevole durata del processo”.

Lo afferma l’esponente socialista Lugi Iorio, avvocato e cultore della materia di diritto processuale penale e diritto penitenziario presso UniFG, intervenendo nel dibattito sulla prescrizione all’indomani della modifica a firma 5 Stelle fortemente voluta dal ministro della giustizia Bonafede e votata in aula anche dal Pd. Una riforma che dilata i tempi all’infinito eliminando di fatto la prescrizione dal nostro ordinamento e calpestando un istituto democratico essenziale, quello del giusto processo, secondo il quale i tempi della giustizia debbano essere ben definiti per evitare che un qualsiasi cittadino possa essere perennemente sotto giudizio.

Cosa ne pensi di questa riforma?
Ecco la prescrizione segue questo dettato costituzionale: serve a fissare un limite temporale nell’interesse del cittadino imputato. Il giusto processo obbliga lo Stato e dunque uno dei suoi poteri, la magistratura, a decidere entro un tempo limite se si è innocenti o al contrario colpevoli.

Nel 1948 pur senza richiamare espressamente il fattore tempo  la ‘Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo’ poneva l’accento su una serie di garanzie…
Vero, in particolare, l’art.10 stabilisce che: «Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad essere ascoltato, in corretto e pubblico giudizio, da un tribunale indipendente ed imparziale, cui spetti decidere sulle controversie intorno ai suoi diritti ed obblighi, così come sulla fondatezza di ogni accusa in materia penale mossa e a suo carico». Anche la Carta dei diritti dell’Unione Europea, approvata dal Consiglio europeo di Nizza il 7 dicembre 2000 alla quale il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2008, ha successivamente attribuito valore giuridico vincolante, di cui inizialmente era sprovvista (valore corrispondente a quello dei Trattati). In particolare, il riferimento è contenuto all’art. 47 nella parte in cui sancisce «il diritto di ogni individuo a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente e entro un termine ragionevole da un giudice indipendente ed imparziale, precostituito per legge».
Ma la disposizione indubbiamente più importante e, con la quale, per la prima volta è stato regolamentato il principio della ragionevole durata è quella contenuta nell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali siglata a Roma nel 1950 e ratificata dall’Italia con la legge del 1955. A mente della norma richiamata «Ogni persona ha diritto di farsi ascoltare, in corretto e pubblico giudizio, da un giudice imparziale ed indipendente, costituito per legge, cui spetti decidere in tempo ragionevole, sulle controversie intorno ai suoi diritti ed obblighi di carattere civile, cosi come sul fondamento di ogni accusa mossa a suo carico».

Il percorso da intraprendere dovrebbe essere esattamente l’opposto, Per ridurre il numero di processi aperti bisognerebbe accelerare i tempi della giustizia e non dilatare quelli della prescrizione perché una sentenza che arriva dopo anni è comunque ingiusta. Da dove cominciare?
Bisognerebbe studiare meglio quello che sono i dati del nostro sistema giustizia prima di avventurarsi su un ennesima riforma della prescrizione. Infatti l’Italia è al trentacinquesimo posto in Europa per l’efficienza del sistema giudiziario. Se si considera che i Paesi complessivamente monitorati sono 42. Non una buona notizia. Lo studio è il frutto di una elaborazione dell’Ufficio statistico del Ministero della giustizia a seguito del ‘Rapporto Doing Business’ della Banca mondiale e il rapporto ‘European judicial systems’, realizzato dalla commissione del Consiglio d’Europa specializzata nella valutazione dei sistemi giudiziari (Cepej). Inoltre sempre secondo la banca mondiale l’Italia comparato a tutti i paesi nel mondo è al centocinquantasettesimo posto inefficienza del sistema giudiziario e la durata dei processi.

Quindi?
L’esimio Ministro Bonafede, affrontando il tema prescrizione ha apostrofato i suoi colleghi avvocati, come “azzeccagarbugli” che mirano a far saltare i processi. Questa notizia è inesatta. Il codice parla chiaro. Le interruzioni del processo causate da istanze della difesa sospendono i tempi della prescrizione. Al contrario la questione nasce dai tempi e dalle modalità di lavoro dei magistrati.Ad oggi i processi prescritti in cassazione sono appena lo 0,4 per cento dei procedimenti penali.

Insomma occorrerebbe semplicemente ridurre drasticamente la durata dei processi…
Esatto. Va ribadito infatti come il settanta per cento dei processi penali si prescrivano nel corso delle indagini preliminari. Non certamente dunque dall’apertura del dibattimento in poi. Aumentare i tempi significherebbe decretare di fatto la sconfitta dello Stato. Occorre allora adottare misure precise, imporre l’inizio del processo in tempi rapidi dal rinvio a giudizio, accorciare i tempi tra la sentenza di primo grado e il processo d’appello entro un massimo di sei mesi dal deposito dell’impugnativa. Piccoli e banali accorgimenti che aumenterebbero l’efficienza e accorcerebbero i tempi del processo. E allora sono due le coordinate sulle quali lavorare. La prima è quella di organizzare meglio la giustizia in Italia aumentando il numero dei magistrati e organizzando meglio gli uffici. La seconda è quella di depotenziare la corruzione alla radice.

Redazione Avanti!

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