martedì, 7 Luglio, 2020

L’Iran ci ripensa sul nucleare. Rohani: “Colpa degli Usa”

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Il ministero degli Affari Esteri di Teheran ha comunicato agli ambasciatori di Cina, Germania, Francia, Gran Bretagna e Russia, che ancora sono contraenti dell’accordo sul nucleare, la decisione dell’Iran a rinunciare a parte degli impegni assunti nel quadro dell’accordo internazionale del 2015, dopo un anno dal ritiro degli Stati Uniti dall’intesa. L’annuncio è stato fatto dal presidente iraniano Hassan Rohani che ha detto: “L’Iran potrebbe dunque tornare ad arricchire l’uranio ad alti livelli, se le potenze mondiali non manterranno gli impegni presi nel luglio del 2015. Comunque, non si tratta della fine dell’accordo sul programma nucleare e l’Iran non ha intenzione di vendere ad altri Paesi l’uranio arricchito o l’acqua pesante”.

Il presidente iraniano ha quindi concesso 60 giorni di tempo ai firmatari dell’accordo per mettere in atto gli impegni presi per proteggere il settore petrolifero e bancario della Repubblica islamica dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Rohani, citato dalla televisione Irib, ha aggiunto: “I firmatari europei del Jcpoa stanno facendo bene il loro lavoro, ma praticamente non sono in grado di mettere in atto quello che vorrebbero”.
Secondo l’agenzia stampa Irna, dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno promesso di adottare misure per limitare le conseguenze. A loro, ora Rohani rivolge una moratoria che ha il significato di una pazienza strategica per dimostrare che l’Iran oggi non sta abbandonando l’accordo sul nucleare. Non è la fine del Jcpoa, ma piuttosto è una nuova fase dell’accordo nel contesto e in linea con la formulazione del Jcpoa. Rohani ha ribadito di essere pronto a negoziare.

In un discorso al Parlamento trasmesso in diretta dalla televisione di Stato in occasione del primo anniversario dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo, Rohani ha affermato: “L’accordo sul programma nucleare iraniano era stato raggiunto nell’interesse del mondo e della regione, ma i nemici dell’Iran hanno fatto pressioni affinché Teheran si ritirasse dal Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa). Il Jcpoa ha un interesse nazionale strategico, non è una questione individuale, partigiana o di governo, ma di decisione nazionale presa dall’intero sistema di governo. I nemici, tra cui gli integralisti americani, i sionisti e i reazionari nella regione, si sono opposti all’accordo internazionale da quando è stato raggiunto. Era nell’interesse della regione e del mondo, ma non dei nemici dell’Iran, per cui non hanno risparmiato sforzi, dal 2015, per danneggiare l’elegante struttura dell’accordo internazionale. La popolazione della regione, gli europei e anche gli alleati americani e le compagnie internazionali stanno soffrendo delle politiche messe in atto dagli Stati Uniti, che hanno creato restrizioni per le compagnie europee che fanno affari con l’Iran. Ma il sionismo e i reazionari, l’Aipac (Commissione per gli Affari Pubblici America-Israele) hanno fatto pressioni su di noi affinché ci ritirassimo dall’accordo”.

Il punto principale dello storico accordo sul programma nucleare iraniano, dal quale oggi Teheran ha annunciato un ritiro parziale dopo quello unilaterale degli Stati Uniti deciso a maggio di un anno fa, è la revoca delle sanzioni internazionali imposte a Teheran. A reintrodurle, però, è stata in due tranche l’Amministrazione di Donald Trump. Il testo di 159 pagine, denominato ‘Joint Comprehensive Plan of Action’, prevede l’eliminazione delle sanzioni internazionali in cambio di una serie di restrizioni al programma nucleare e in seguito alla verifica da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) del rispetto da parte dell’Iran degli impegni presi a Vienna.

Uno dei punti ‘chiave’ dell’intesa riguarda l’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Natanz. L’Iran si è impegnato a mantenere presso questo sito non più di 5.060 centrifughe e ad arricchire l’uranio a un livello non superiore al 3,67% nel corso dei prossimi 15 anni, per uno stock massimo di 300 chilogrammi. L’accordo prevede inoltre la trasformazione dell’impianto di arricchimento di Fordow, vicino Qom, in un centro di ricerca specializzato in fisica nucleare, dove non vi si potrà introdurre materiale fissile per 15 anni, mentre delle 2.800 centrifughe operative solo 1.044 sono rimaste in funzione. Le altre sono state trasferite presso un deposito sottoposto a ispezioni dell’Aiea. L’intesa di Vienna stabilisce anche che il reattore ad acqua pesante di Arak sia modificato in modo tale da non poter produrre plutonio a sufficienza per la bomba nucleare. In particolare, l’impianto non potrà produrre più di un chilogrammo di plutonio all’anno. In base all’accordo, infine, l’Aiea può condurre ispezioni anche nei siti militari, come quello di Parchin, ma senza un automatismo. E’ necessario cioè il via libera di Teheran.

Se l’Iran violerà uno di questi obblighi e degli altri previsti dall’accordo, la comunità internazionale può reintrodurre le sanzioni con una procedura che dura in tutto 65 giorni e che si apre quando uno Stato denuncia la presunta violazione a un collegio arbitrale composto da rappresentanti del gruppo 5+1, dell’Unione Europea e dello stesso Iran. Il collegio avrà 30 giorni per decidere se portare la questione al vaglio del Consiglio di Sicurezza Onu, che avrà altri 30 giorni per esprimersi tramite una votazione a maggioranza in cui nessuno Stato avrà diritto di veto. Anche l’Iran può avvalersi all’arbitrato per questioni come le ispezioni.

Oggi Teheran ha annunciato che smetterà di rispettare alcuni dei termini dell’accordo e potrebbe tornare ad arricchire l’uranio ad alti livelli se entro 60 giorni i firmatari dell’accordo non metteranno in atto gli impegni presi per proteggere il settore petrolifero e bancario della Repubblica islamica dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
L’8 maggio dello scorso anno il presidente americano Donald Trump annunciava il ritiro unilaterale dall’accordo sul programma nucleare iraniano. Due mesi dopo metteva a punto una prima tranche di sanzioni contro l’Iran che sono andate a colpire l’acquisto di dollari da parte del governo di Teheran, il commercio in oro o metalli preziosi, le transazioni significative riguardanti l’acquisto o la vendita di Rial. A novembre scorso Trump ha a questo punto ripristinato tutte le sanzioni Usa sull’Iran che erano state revocate con l’accordo sul nucleare del 2015. Nel mirino soprattutto il petrolio e la Banca centrale iraniana.
Il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, commentando l’annuncio giunto dall’Iran che fra due mesi Teheran potrebbe riprendere l’arricchimento dell’uranio, ha affermato: “Israele non consentirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari”.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto: “La decisione dell’Iran di sospendere alcuni dei suoi obblighi nel quadro del Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) sull’accordo nucleare è causata dai passi avventati presi da Washington. Il presidente Putin ha ripetutamente parlato delle conseguenze di passi avventati nei confronti dell’Iran. Ora stanno iniziando a verificarsi le conseguenze. Mosca continuerà a discutere con l’Europa misure per sostenere l’accordo”.
La posizione assunta dall’Iran complica il quadro geopolitico, in un momento in cui l’Unione europea è impegnata nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento e delle istituzioni.

Salvatore Rondello

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