mercoledì, 30 Settembre, 2020

Iran-Usa. Un gioco pericoloso tra fronti sempre più complicati

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La situazione in Medioriente è stata spesso descritta con metafore scacchistiche e pokeristiche. Un azzardo o un bluff ? I pezzi sono disposti sulla scacchiera per dare lo scacco al re. Da quando Qassem Soleimani è stato ucciso in un attacco di droni statunitensi, si sono sprecate le metafore ludiche per analizzare le mosse di Washington e Teheran. Tra tutti i giochi, non a caso, sono stati scelti il poker e gli scacchi. Gli analisti e i politici di professione hanno definito l’attacco ordinato da Donald Trump ora come una mossa avventata, ora come una dimostrazione di grande capacità strategica. Ma lo scacco matto al Re chi lo darà e quando verrà dato? Secondo una spiegazione del principio degli scacchi, la vittoria su chi è potente va ottenuta con la mente. Una metodologia di ‘gioco’ che gli iraniani conoscono bene e applicano da sempre.  L’invenzione degli scacchi coincide con la fine di un lungo periodo di guerra e risalirebbe all’epoca di re Khusraw II Parviz, tra il 590 e il 628 d.C., uno degli ultimi sovrani (shah, in italiano ‘scià’) di Persia, di stirpe sasanide, divenne noto per aver conquistato e annesso al suo regno Damasco e Gerusalemme tra il 613 e il 614.

Se il conflitto tra Usa e Iran si sta trasformando ora in una partita a scacchi, senza dubbio è iniziata come una partita a poker. Con quello che qualcuno ha definito bluff e qualcun altro azzardo. Secondo alcuni esperti di poker si tratterebbe più di un azzardo che di un bluff poiché è nel carattere di Donald Trump imporsi nell’agone internazionale come uno scompaginatore. Potrebbe apparire più come un giocatore di dadi che come uno stratega che segue la teoria dei giochi. In uno schema che storicamente è basato sulla reciprocità, sulla collaborazione e sulla prevedibilità, sta immettendo un elemento della assoluta imprevedibilità: la randomizzazione. È come se dicesse ai suoi avversari: io non agisco per razionalità, ma tirando un dado”.
Ma questa sovversione delle regole nel gioco, quanto paga? Dal punto di vista della pratica di gioco, uno come Trump è il nemico che meno vorresti avere perché è impossibile prevedere in anticipo di uno o due turni quale sarà la sua mossa. E’ il tipo che può distruggere una partita, ma tendenzialmente il valore atteso è molto basso. Ciò significa che un giocatore vince e l’altro perde. Non c’è altra soluzione possibile in questo gioco definito dagli esperti a somma zero. Tuttavia, negli equilibri internazionali un gioco a somma zero non è previsto. Nel caso del confronto tra Iran e Stati Uniti, se la reazione di Teheran fosse stata molto violenta e avesse davvero fatto decine di morti, la mossa di Trump si sarebbe rivelata di poco valore o addirittura di valore negativo. Invece sembra che gli iraniani abbiano fatto di tutto per reagire sì, ma facendo il minor danno possibile.
Così può apparire che la mossa di Trump abbia avuto un valore atteso molto cospicuo, poichè ha tolto di mezzo uno stratega delle forze iraniane senza subire una vera rappresaglia. Ma la teoria dei giochi non valuta mai gli esiti delle mosse, quanto piuttosto il processo che ha portato a quella mossa. Una decisione basata su un calcolo probabilistico-statistico potrebbe funzionare o avere esiti negativi, ma lo stesso può succedere con le mosse azzardate. La differenza è che giocare prevedendo la reazione del nemico permette di sottrarsi alla logica del gioco in cui possono esserci solo un vincitore e uno sconfitto.

Attualmente, i risultati positivi che Trump sta avendo nel breve periodo possono essere illusori. Invece, l’unico che ha fatto la mossa giusta dal punto di vista strategico è l’Iran che si è compattato, ha risposto in maniera misurata appellandosi all’articolo 51 e ha di fatto messo la palla nel campo degli Usa lasciando a Trump la scelta su cosa fare: rilanciare o impegnarsi in una de-escalation. Secondo la teoria dei giochi, ora Washington dovrebbe fare una valutazione dei risultati raggiunti e decidere il da farsi. Per come si è comportato finora, Trump potrebbe non fermarsi qua, ma è chiaro che questo non è un gioco a due poiché ci sono anche in gioco gli equilibri tra falchi e colombe nella Casa Bianca e al Pentagono. Per non parlare di tutti gli altri attori regionali che seguono, e in qualche modo sponsorizzano, le sue mosse.
Nel frattempo la Camera dei Rappresentanti Usa, controllata dai democratici, ha dato il via libera alla limitazione dei poteri di guerra di Donald Trump contro l’Iran. La misura, denominata Iran War Powers, è passata con 224 voti a favore e 194 contrari. La risoluzione, che vieta al presidente ulteriori azioni militari senza l’autorizzazione del Congresso, dovrà ora passare il vaglio del Senato a maggioranza repubblicano.
Tre sono state le defezioni tra i deputati del Grand Old Party (Gop) in aperta sfida a Trump che ha sollecitato il pieno appoggio dei repubblicani.
La decisione della Camera è una ‘concurrent resolution’ che non richiede la firma del presidente e che generalmente viene considerata non vincolante. I democratici tuttavia, invocando il War Power Act del 1973 che fissa i poteri di guerra di Congresso e Casa Bianca, ritengono che questo rappresenti un caso particolare.
Invece, Trump dalla Casa Bianca, ha insistito: “Una risoluzione ridicola.
Il presidente ha il diritto e il dovere di proteggere il Paese e i cittadini dal terrorismo. La sinistra radicale ha espresso sdegno per l’eliminazione di questo orribile terrorista quando dovrebbe essere oltraggiata per i crimini selvaggi del generale iraniano. Soleimani è uno che ha assassinato e macellato civili, militari e chiunque si trovasse sulla sua strada, ma noi abbiamo Bernie (Sanders) e Nancy Pelosi che mi accusano di aver osato farlo fuori senza chiedere il permesso al Congresso quando si è trattato di una decisione che andava presa in una frazione di secondo”. Trump, ha anche ammesso che gli Usa erano pronti a rispondere all’Iran dopo il raid missilistico contro le due basi irachene che ospitano truppe statunitensi ma non lo hanno fatto perché non vi sono stati morti. Così Trump gioca anche la sua partita interna negli Usa in vista delle nuove elezioni presidenziali.

A complicare le cose in Iran c’è anche l’aereo ucraino caduto a Teheran. Secondo le autorità iraniane non è stato colpito da un missile. Invece, il giorno dopo, Canada e Gb hanno reso noto di avere prove di intelligence sul fatto che l’aereo sia stato abbattuto da un missile iraniano.
Nello schianto sono morti 63 cittadini canadesi. Gli inquirenti ucraini hanno chiesto alle autorità iraniane la possibilità di recarsi sulla scena del disastro per cercare, tra i frammenti, i resti di un missile del sistema antiaereo russo ‘Tor’. Sulla stessa linea il premier britannico, Boris Johnson, che ha anch’egli precisato che l’abbattimento potrebbe essere stato non intenzionale.
La Francia, sempre pronta a cogliere le occasioni per stare in scena, si è detta pronta a mettere a disposizione le sue competenze tecniche nell’inchiesta sul disastro aereo del Boeing ucraino, a Teheran, se le autorità iraniane faranno una richiesta in tal senso. Ma finora Teheran non ha risposto.
Se ci spostiamo sulla scacchiera libica, il generale libico Khalifa Haftar ha respinto la proposta di tregua dei combattimenti in Libia, avanzata da Turchia e Russia, e sulla quale il governo di Tripoli si era detto invece disponibile. Dunque sulla Libia si torna ai blocchi di partenza. Per il quinto giorno consecutivo ci sono stati violenti scontri a Tripoli dove il governo di Fayez Serraj si difende dall’assedio delle forze fedeli all’uomo forte della Cirenaica. Scontri si sono verificati anche a Sirte, ultimo baluardo della resistenza a difesa della capitale. In Libia, invece, sembrerebbe in corso un macabro ‘gioco dell’oca’.
Si susseguono freneticamente gli sforzi della diplomazia per fermare un’offensiva che ha causato in sei mesi oltre 1.500 morti (di cui 300 civili) e ha messo in fuga dalle proprie abitazioni oltre 100 mila persone. Poche ore dopo che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva chiesto ad Haftar, incontrato a Roma, di abbandonare la via delle armi, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è volato ad Algeri. Il titolare della Farnesina, che negli ultimi giorni è stato anche a Bruxelles e Istanbul, e ieri ha partecipato al vertice al Cairo con i colleghi di Grecia, Egitto, Cipro e Francia, ha incontrato il suo omologo, Sabri Boukadoum, il primo ministro, Abdelaziz Djerad, e il neo presidente Abdelmadjid Tebboune.
In realtà, la partita a scacchi del Medio Oriente e quella della Libia si stanno giocando sulla stessa scacchiera. Il re sotto scacco è l’Unione Europea e l’Italia è costretta ad assumere il ruolo che ha la regina nel gioco a scacchi. Infatti, l’Italia è il paese europeo che sarebbe maggiormente danneggiato in questo pericoloso gioco.

Salvatore Rondello

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