venerdì, 6 Dicembre, 2019

IRI, il passato
non può proprio tornare

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In un precedente intervento su questo giornale, commentando un articolo di Pierfranco Pellizzetti, è stato ricordato come il Paese, in un momento tragico della sua storia, quale è stato il periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale, sia riuscito ad organizzare la sua ricostruzione e ad avviare un processo di crescita e sviluppo attraverso un’azione imprenditoriale nata dalla sinergia tra le idee di Oscar Sinigaglia e la volontà politica del governo in carica. L’azione ha avuto come esito finale la nascita di una siderurgia pubblica a ciclo integrale che ha costituito la molla di sostegno del cosiddetto “miracolo economico”, seguito alla ricostruzione postbellica del Paese.

In realtà, la nascita dello Stato imprenditore, com’è documentata in modo approfondito dalla pubblicazione dei volumi sulla “Storia dell’IRI” editi da Laterza, è da ricondursi ad un’epoca anteriore al 1945, cioè agli anni Trenta, allorché nel 1933 è stato costituito l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, divenuto ente finanziario di diritto pubblico nel 1937, trasformato in società per azioni nel 1992 e posto in liquidazione nel 2000. Creato per il risanamento e la riorganizzazione del sistema finanziario e bancario italiano dopo la crisi economica mondiale del 1929, l’istituto è intervenuto nell’economia del Paese come “braccio tecnico” della politica economica nazionale, rilevando le tre grandi banche di credito ordinario, Banca commerciale italiana, Credito italiano, Banco di Roma (le cosiddette BIN: banche d’interesse nazionale) e le partecipazioni azionarie da esse detenute nei settori delle attività manifatturiere e di servizio.

Il disegno che ha dato vita allo Stato-imprenditore in Italia lo si deve alle iniziative di Alberto Beneduce; questi, unitamente ad un gruppo di tecnici che avrebbe lasciato il segno nel governo dell’economia italiana nei decenni successivi, è riuscito a “convincere” la classe politica dell’epoca della necessità, per lo sviluppo economico e sociale del Paese, di un intervento pubblico di sostegno che avesse presentato caratteristiche di imprenditorialità ed efficienza, garantite da condizioni di autonomia gestionale.

In quegli anni, Beneduce, tecnico di grandi capacità e prestigio, ha scelto come suo principale collaboratore Donato Menichella, che, nel 1934, è stato nominato Direttore Generale dell’IRI, diventando successivamente Governatore della Banca d’Italia e inflessibile “guardiano” di una politica monetaria che, oltre ad avere assicurato alla valuta nazionale l’Oscar della stabilità, ha garantito le necessarie pre-condizioni funzionali alla ricostruzione e all’avvio del cosiddetto “miracolo economico”; solo successivamente, la sua politica monetaria è stata “stravolta” da scelte politiche che, per quanto giustificate dalle condizioni sociali dell’Italia di allora, hanno dato origine all’inizio del declino economico del Paese, che lo ha condotto alle condizioni attuali.

L’attività imprenditoriale dello Stato attraverso l’IRI è stata caratterizzata da un’azione articolata in due grandi operazioni: nella riorganizzazione del sistema bancario, con la separazione delle banche commerciali dalle banche d’investimento e nel rafforzamento del ruolo di regolazione e vigilanza sulla circolazione della Banca d’Italia, da un lato; nella razionalizzazione delle partecipazioni di controllo rilevate dalle tre banche di interesse nazionale, con una parte di esse trasferite a privati ed un’altra conservata sotto il controllo statale, a causa dell’elevato fabbisogno di risorse per gli investimenti necessari e della bassa propensione degli operatori privati ad assumere rischi a lungo termine, dall’altro.

Le imprese controllate dall’IRI, in quanto dotate di autonomia di gestione, operavano secondo le stesse regole delle imprese private; esse erano presenti in settori di grande rilievo del sistema produttivo dell’epoca: siderurgia, cantieri navali, industria meccanica ed elettromeccanica, gestione di grandi reti di servizi ed altro ancora.

L’estensione e la varietà delle attività delle imprese controllate dall’IRI hanno giustificato l’istituzione, a partire dagli anni Trenta, delle “Finanziarie di settore”, alle quali sono state trasferite funzioni di controllo e coordinamento tecnico e finanziario delle imprese svolgenti attività omogenee. La gestione autonoma delle imprese ha consentito che il loro funzionamento fosse costantemente ispirato al principio della redditività; ciò ha comportato che si configurasse un sistema di governo di una parte considerevole dell’economia italiana, diverso rispetto a quello espresso dalle tradizionali imprese nazionalizzate. Il ruolo e la funzione del sistema-IRI, affermatosi e consolidatosi negli anni, è stato definito “formula IRI”, diventando un “caso di studio” a livello internazionale, per il suo contributo alla realizzazione di uno stabile funzionamento del sistema economico, senza per questo risultare incompatibile con le regole proprie dell’economia di mercato.

Dopo aver contribuito alla ricostruzione industriale del secondo dopoguerra, l’IRI ha allargato progressivamente i settori di intervento, contribuendo alla modernizzazione dell’economia italiana; ha anche intrapreso interventi volti allo sviluppo economico delle regioni meridionali, al potenziamento della rete autostradale, del trasporto e delle telecomunicazioni e al sostegno dell’occupazione. Dopo la crisi energetica degli anni 1970, si è orientato verso il risanamento e la ristrutturazione delle attività industriali, con la cessione di partecipazioni azionarie e la stipula di accordi con gruppi nazionali e internazionali, ottenendo importanti miglioramenti di gestione nel corso degli anni Ottanta.

Con la trasformazione nel 1991 in S.p.A., l’IRI ha avviato un consistente programma di privatizzazioni per fare fronte alle crescenti perdite di gestione, dimettendo, negli anni Novanta, numerose aziende e, nel 2000, dopo aver trasferito al Ministero del Tesoro la partecipazione in Alitalia e quella in RAI è stato infine liquidato.

L’IRI, parte fondamentale del sistema delle partecipazioni statali nato nel 1956 con la creazione di un apposito Ministero, ha segnato la storia dell’Italia contemporanea; tra il 1933 e il 2000, ha gestito gran parte dall’azionariato pubblico, ma, con l’istituzione del nuovo Ministero, l’originaria “formula IRI” è stata sostituita da una nuova formula di imprenditorialità pubblica, che poco aveva a che fare con quella originaria. Il nuovo sistema delle partecipazioni statali, infatti, ha cambiato le finalità originarie dell’IRI; le nuove finalità, individuate nella promozione dello sviluppo economico e sociale del Paese, hanno trovato nel nuovo Ministero delle partecipazioni statali (sino al 1993, anno del suo scioglimento), il centro della determinazione degli obiettivi pubblici che di volta in volta la politica economica nazionale decideva di perseguire. E’ accaduto così che, sin dagli anni Settanta, il sistema sia stato piegato a logiche contingenti e costretto a gestire per ragioni sociali imprese che non avevano un’autonoma capacità di conservarsi sul mercato.

L’applicazione da parte della Commissione europea della normativa sugli aiuti di Stato alle imprese ha segnato definitivamente la fine del ruolo delle partecipazioni statali e con esse di quello dell’IRI, dando la stura alle cosiddette privatizzazioni, viste non solo come modalità di risanamento dei disastrati bilanci delle società pubbliche, ma anche quale strumento principale di contenimento del declino continuo del sistema industriale del Paese.

In realtà, l’economia del Paese, a far data dalla soppressione dell’economia mista e dal venir meno del ruolo imprenditoriale dello Stato, non solo non ha visto il declino rallentare, ma ha subito gli esiti dell’accelerazione di un processo regressivo che l’ha condotta alla condizione attuale. La cosiddetta Seconda Repubblica, lungi dall’aver eliminato ciò che da alcuni era considerata, non disinteressatamente, come anomalia da sanare, è venuta così a caratterizzarsi come la fase in cui la classe politica, smarrendo il buon senso del passato, ha governato in modo fallimentare il Paese, conducendolo verso un disastro economico e sociale dalle cui conseguenze non è dato prevedere come e quando sarà possibile sottrarsi.

Ironia della sorte, ora si invoca il ritorno, spacciandolo come idea innovativa, ad un’esperienza che, non più tardi di due decenni or sono, tutte le forze politiche si sono impegnate a facilitare, attraverso le privatizzazioni, l’“assalto alla diligenza” dei beni che costituivano il patrimonio pubblico, il quale, attraverso l’IRI, almeno per un lungo periodo, era stato utilizzato per fare progredire il Paese, sino a diventare una delle economie più avanzate nel mondo.
È del tutto illusorio che la classe politica attuale, “discendente diretta” di quella che ha “liquidato” l’IRI, possa essere disponibile e dotata delle volontà e delle capacità necessarie per rimediare agli errori del recente passato.

Gianfranco Sabattini

 

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