domenica, 25 Ottobre, 2020

Isee precompilato, presto il debutto. Il RdC riduce l’assegno di mantenimento

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Dal 1° gennaio 2020
PRESTO IL DEBUTTO DEL NUOVO ISEE PRECOMPILATO
Conti correnti, immobili e redditi della famiglia. Sono queste le tre principali voci che dovrebbero comparire automaticamente nel sistema dell’Isee precompilato, al debutto tra pochissimo, il 1° gennaio 2020. In pratica, chi avrà bisogno di avere l’indicatore della situazione economica per ottenere ad esempio uno sconto sulle tasse universitarie o sulla retta dell’asilo nido, potrà collegarsi al sito dell’Inps e arrivare al calcolo in modalità autonoma, senza rivolgersi a un Caf, come succede già dal 2015 per la dichiarazione fiscale. Solo il 13% dei modelli 730 – 2,7 milioni su 20 – pervengono in realtà all’agenzia delle Entrate in questa maniera, ma è una percentuale in crescita negli ultimi anni.
“Si passerà dal sistema attuale – ha recentemente spiegato Raffaele Tangorra, direttore generale per la Lotta alla povertà e la programmazione sociale del ministero del Lavoro – quello cioè di un Isee post-compilato, nel quale il cittadino dichiara una serie di elementi e poi l’Inps li controlla e li completa, attingendo ai dati dell’agenzia delle Entrate, a un sistema nel quale l’Istituto di previdenza precompilerà direttamente la dichiarazione sostitutiva unica (la Dsu in pratica che serve a chiedere l’Isee), collaborando con la stessa Agenzia».
Le informazioni attinte
Per la Dsu precompilata saranno usate le informazioni disponibili nell’Anagrafe tributaria e nel Catasto, oltre a quelle su saldi e giacenze medie di conti e depositi del nucleo familiare comunicate da istituti di credito, Poste e intermediari finanziari all’anagrafe tributaria. I dati sui redditi saranno attinti dalle dichiarazioni fiscali e quindi – considerato anche lo slittamento in avanti del termine per le dichiarazioni, negli ultimi anni – si farà riferimento ai redditi di due anni prima.
Chi avrà bisogno di una situazione più aggiornata della propria condizione economica, ad esempio perché ha perso il lavoro, potrà fare ricorso all’Isee corrente, che è riferito a un lasso di tempo più ravvicinato alla richiesta della prestazione agevolata (in questa ipotesi, la validità dell’Isee sarà di sei mesi anziché di un anno).
All’Isee precompilato si potrà accedere direttamente dal proprio computer, tramite i siti dell’Inps o dell’agenzia delle Entrate, o rivolgendosi a un centro di assistenza fiscale. Resterà comunque ferma la possibilità di presentare la Dsu in modalità non precompilata, come è accaduto finora.
Modalità dell’operazione
Per accedere alla Dsu precompilata sono stati previsti alcuni passaggi imposti dalla tutela della privacy. Innanzitutto, il richiedente dovrà identificarsi con Pin dispositivo Inps, Pin dell’agenzia delle Entrate o identità digitale Spid di livello 2 o superiore (cioè con nome utente, password e codice temporaneo di accesso).
Poiché l’Isee monitora i redditi e i patrimoni di tutti i componenti della famiglia, chi vuole accedere alla versione precompilata dell’indicatore dovrà dimostrare di conoscere già alcune informazioni “sensibili” sui familiari e inserirle nel sistema: si tratta di indicazioni precise sul reddito Irpef dichiarato e sui conti correnti, se possibile non cointestati con lo stesso dichiarante. Se il cittadino non sarà in grado di segnalare i dati richiesti, per ciascuno dei componenti del nucleo, dovrà inoltrare la Dsu non in modalità precompilata ma tradizionale.
L’effetto positivo
La riforma dell’Isee ha introdotto dal 2015 la possibilità di usare nei controlli i dati comunicati dagli intermediari finanziari all’agenzia delle Entrate sui conti dei contribuenti. Questo ha fatto abbassare notevolmente dal 67% al 14% la quota di Dsu con patrimonio mobiliare nullo, cioè la quota di cittadini che dichiaravano, richiedendo l’Isee, di non avere né un conto corrente né altri risparmi (libretti di deposito, titoli, ecc.). Questa percentuale aveva già cominciato a calare con l’annuncio della riforma, prima che le nuove regole entrassero a regime. Ma attualmente la quota delle Dsu con patrimonio mobiliare nullo è appena del 4,3 per cento.
Anche la media del valore del patrimonio mobiliare di chi chiede l’Isee, raddoppiata nel passaggio dalle vecchie alle nuove regole (da 6.800 euro del 2014 a 14.800 euro del 2015), ha raggiunto nel 2017 (ultimo anno per il quale sono disponibili i dati) i 18.600 euro. Questa ascesa, secondo il rapporto Isee del ministero del Lavoro, è “sostanzialmente dovuta a patrimoni precedentemente non denunciati”.

Inps
PENSIONI: IL RICORSO AMMINISTRATIVO
Contro i provvedimenti negativi o concessivi in materia di pensioni, riscatti, ricongiunzioni e totalizzazioni, i pensionati/assicurati iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria (Ago), alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi, alla Gestione separata e alle forme esclusive dell’Ago hanno diritto a forme di tutela di natura amministrativa.
Gli stessi rimedi amministrativi sono utilizzabili da dipendenti e pensionati della pubblica amministrazione in materia di Trattamenti di fine servizio ( Tfs), Trattamenti di fine rapporto ( Tfr) e Assicurazione sociale vita.
Il ricorso è previsto per le prestazioni erogate da: Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti dell’Ago; Gestioni speciali dei lavoratori autonomi ovvero commercianti, artigiani, coltivatori diretti, coloni e mezzadri; Gestione separata; Fondo speciale di previdenza per le persone che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari; Fondo Ferrovie dello Stato; Fondo quiescenza poste; Ctps – Cassa trattamenti pensionistici ai dipendenti dello Stato; Cpdel – Cassa pensioni dipendenti enti locali; Cpug – Cassa pensioni ufficiali giudiziari; Cpi – Cassa pensioni insegnanti di asilo e scuole parificate; Cps – Cassa pensioni sanitari; Fondo di previdenza ex Inadel; Fondo di previdenza ex Enpas; Assicurazione sociale vita.
Ecco Come funziona, Il pensionato deve: indicare il provvedimento che ritiene lesivo del proprio diritto;
esporre brevemente la vicenda amministrativa che lo riguarda;
individuare i motivi a sostegno della propria domanda di modifica, revoca, sospensione o annullamento del provvedimento stesso;
allegare i documenti utili alla risoluzione della controversia (decreto del Presidente della Repubblica 24 novembre 1971, n. 1199).
Attenzione, è nullo il ricorso privo dell’indicazione dell’atto contro cui è proposto e dei motivi di censura. Il ricorso può essere sottoscritto direttamente dal pensionato o da un suo rappresentante cui sia stato conferito mandato.
I termini di presentazione del ricorso si differenziano in relazione al Comitato chiamato a dirimere la controversia. In linea generale il ricorso deve essere presentato entro il termine di 90 giorni decorrente dalla data di notificazione del provvedimento che si intende impugnare. Se il termine coincide con un giorno festivo o non lavorativo, questo inizierà a decorrere dal primo giorno lavorativo utile.
Per i soli Comitati della Gestione dipendenti pubblici, il termine di presentazione è di 30 giorni decorrenti dalla data di notificazione del provvedimento, tranne per i provvedimenti di pensione per i quali il termine di 30 giorni decorre dalla data di primo pagamento della pensione. Il ricorso può essere presentato in modalità online all’Inps attraverso il servizio dedicato.
In alternativa si può fare domanda tramite i servizi telematici offerti dagli enti di patronato e dagli altri soggetti abilitati all’intermediazione con l’Istituto.
Il ricorso viene dunque registrato sui sistemi informatici dell’Istituto ed esaminato al fine della predisposizione delle necessarie osservazioni sulla questione in contestazione. Ultimata la trattazione, il ricorso viene inviato al Comitato.
Esaminate le eventuali questioni di ammissibilità e ricevibilità, il ricorso viene discusso e deciso dal Comitato con una deliberazione di reiezione o di accoglimento integrale o parziale.
Il ricorrente riceve comunicazione dell’avvenuta deliberazione, favorevole o sfavorevole che sia. La legge riserva, tuttavia, all’Istituto il potere/dovere di sospendere l’esecuzione della decisione del Comitato favorevole al pensionato/assicurato, qualora adottata in violazione della normativa vigente, con successivo annullamento della relativa deliberazione del Comitato.

Welfare
IL RDC RIDUCE L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO
L’ introduzione del reddito di cittadinanza può avere ripercussioni sulle famiglie separate e in particolare sui contributi al mantenimento del coniuge separato o sull’assegno divorzile, modificando i dati reddituali già presi in considerazione nel provvedimento in vigore.
La questione non è però stata affrontata in via preventiva e teorica dal legislatore, a parte l’inserimento della previsione di esclusione dal beneficio per coloro che, pur risultando separati o divorziati, abbiano mantenuto la residenza comune.
Sarà dunque, in questa fattispecie, onere del giudice chiarire i principi applicabili ai casi concreti sottoposti alla sua decisione. La giurisprudenza in passato si è espressa affermando che quando si discute di assegni di mantenimento si deve avere riguardo non solo alla situazione patrimoniale in senso lato (i costi per l’abitazione sono senz’altro rilevanti), ma anche considerare ogni utilità economicamente valutabile (ad esempio una rendita previdenziale Inail, anche se formalmente non può essere considerata un reddito).
In via teorica, pertanto, il reddito di cittadinanza può portare alla revisione delle condizioni di divorzio quanto meno durante la sua erogazione. Alla luce della recente giurisprudenza, in sede di revisione il giudice dovrebbe esprimersi tenendo presente la modifica di questo dato ma non degli altri che hanno portato alla liquidazione dell’assegno divorzile.
La revocabilità del reddito di cittadinanza, e più in generale la sua incerta durata e l’eventuale reperimento di attività lavorativa del percettore, potrebbero modificare la situazione a breve; spetterà poi ai giudici stabilire se perdita, scadenza e revoca del beneficio potranno far rivivere il diritto all’assegno precedente.

Carlo Pareto

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