mercoledì, 20 Novembre, 2019

Israele, alle elezioni
due mondi a confronto

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Israele-elezioniQuando, il 15 maggio 1948, David Ben Gurion proclamò la nascita di Israele, disse, al suo popolo e al mondo, che il nuovo Stato sarebbe stato, insieme, “ebraico”e “democratico”. Si enunciava così, in appena due parole, l’atto costitutivo di una nuova e grande costruzione politica collettiva e cioè quell’insieme di principi e di valori che, a prescindere da qualsiasi costituzione formale, avrebbero dovuto guidarne il percorso nei decenni a venire.

“Ebraico”, ma anche “democratico”. Perché questa aggiunta?

In realtà, nell’annuncio di Ben Gurion, non c’è nessun aggiunta. Perché le due parole, messe insieme, hanno lo stesso valore fondante.

Significano, essenzialmente, che Israele è uno Stato “per”gli ebrei, ma non “degli”ebrei. In parole povere un, anzi il luogo dove gli ebrei possono veramente realizzare i loro progetti individuali e collettivi, ma che non gli appartiene in esclusiva o, per meglio dire, che non appartiene in esclusiva a nessuna loro componente a danno di altre. E questo perché è uno Stato laico e perciò non fondato su fondamentalismi e/o integralismi religiosi; perché è uno Stato di diritto in cui tutti sono uguali di fronte alla legge e, infine, perché è, appunto, uno Stato che garantisce pieno diritto di cittadinanza anche a quella popolazione araba che ne rappresenta una minoranza numericamente sempre più consistente.

“Ebraico e democratico”. Si dirà che le parole, fossero anche quelle pronunciate solennemente dai padri fondatori, contano fino a un certo punto (come dovrebbero sapere più di chiunque altro i cultori della “costituzione più bella del mondo”). E, nel caso specifico, non hanno potuto impedire che l’Israele del secondo millennio fosse assai diverso da quello disegnato dai suoi costruttori. Più forte, più prospero e avanzato, più sicuro certo. Ma anche più disuguale, meno compatto e solidale, meno laico e tollerante, più aggressivo. E però quella parola ha impedito che il processo superasse certi limiti e diventasse così irreversibile. È grazie a quella parola che Israele è rimasto uno Stato laico e uno Stato di diritto. È grazie a quella parola che non è mai divenuta concreta la prospettiva dell’annessione della Cisgiordania e/o della negazione dei diritti civili politici degli arabi di Israele.

Oggi, però, per Netanyahu e i suoi alleati della destra, quella parola deve essere ufficialmente cancellata. E su questo punto si è aperto uno scontro drammatico che ha portato alla caduta del governo di coalizione e alla indizione per il prossimo marzo di nuove elezioni politiche.

Un Paese spaccato in due. Non accadeva da decenni. Con una posta in gioco, insieme, drammatica e decisiva: la natura stessa di Israele. Da una parte l’alleanza tra centro laico e laburisti (la cui lista è data in testa nei sondaggi e in Israele spetta alla lista arrivata prima il diritto di proporre e di guidare la coalizione di governo), le forze sociali, la sinistra storica, alcuni gruppi religiosi, la minoranza araba. Dall’altra il blocco delle destre ultranazionaliste e fondamentaliste.

Sinistra contro destra? Moderati contro estremisti? Certamente. Ma la natura del contrasto è più profonda e, in un certo senso, esistenziale. Perché divide coloro che, nel corso di decenni, nel bene e nel male, hanno dato vita e difeso nel tempo un progetto nazionale oggettivamente grandioso e quanti, arrivati dopo, vedono lo stesso Israele come luogo in cui dar corso ai loro calcoli personali o alle proprie pulsioni individuali e di gruppo. E ci riferiamo, in particolare, a quelle bande di affaristi e di fanatici provenienti dalla estrema destra politica e religiosa americana e che sperano di concretizzare in Israele quegli “scontri di civiltà” improponibili negli Stati Uniti.

Di qui l’appello degli intellettuali israeliani. Salvare il Paese dai demoni che vogliono dividerlo e distruggerlo con la formazione di un grande schieramento a difesa del suo carattere ebraico e democratico. Assicurare, qui e ora, la coesistenza pacifica e la possibilità di dialogo con il mondo esterno a partire dal riconoscimento dello Stato palestinese e dal blocco degli insediamenti.

Un appello che, nel caso specifico, non va firmato quanto sostenuto. In Israele, certo. Ma anche nel mondo. E nel nostro Paese. Abbiamo avuto, con l’impegno non solo di tanti uomini di buona volontà, ebrei e non ebrei, ma degli stessi governi (a partire da quello di Craxi) un ruolo di punta nel sostegno al processo che negli anni ottanta e novanta, portò agli accordi di Oslo.

Dopo, abbiamo subito passivamente il riflusso. Per scoramento o perché intimiditi da quel vero e proprio fuoco di sbarramento che vede come antisemitismo, se non come tradimento, qualsiasi dissenso rispetto alle posizioni espresse dai governi della destra israeliana.

Abbiamo così taciuto in troppi e per troppo tempo, con il rischio di arrivare ultimi nel processo di riconoscimento dello Stato già in atto in tutta Europa.

Oggi, in Israele molti stanno parlando. E a piena voce. In nome degli ideali e dei valori codificati nel 1948. Dovremmo farlo anche noi. Se non ora quando?

Alberto Benzoni

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