mercoledì, 27 Gennaio, 2021

Istat. Pil al ribasso e giovani disoccupati in aumento

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L’Istat rivede al ribasso le stime di crescita del III trimestre, mentre perde vigore a novembre la ripresa del manifatturiero con l’indice Pmi elaborato da Ihs Markit che cala a 51,5 punti dai 53,8 di ottobre.
Secondo l’Istat, tra luglio e settembre il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato del 15,9% rispetto al trimestre precedente contro il +16,1% indicato il 30 ottobre scorso. Nei confronti del terzo trimestre del 2019, l’economia italiana si è invece contratta del 5% contro il calo tendenziale del 4,7% rilevato a fine ottobre. A essere rivista al ribasso è anche la stima del cosiddetto Pil acquisito, quello che si otterrebbe con una variazione nulla nel quarto trimestre: dal -8,2% si è passati a -8,3%. 
L’Istat ha osservato: “La stima completa dei conti economici trimestrali conferma comunque che l’economia italiana, dopo la forte contrazione registrata nella prima metà dell’anno per gli effetti dell’emergenza sanitaria, registra un consistente recupero nel terzo trimestre”. 
Nel dettaglio, nel terzo trimestre tutti i principali aggregati della domanda interna risultano in crescita rispetto al trimestre precedente, con un aumento del 9,2% dei consumi finali nazionali e del 31,3% degli investimenti fissi lordi. In particolare, la spesa delle famiglie sul territorio economico ha registrato un aumento in termini congiunturali del 15%. Le importazioni e le esportazioni sono aumentate, rispettivamente, del 15,9% e del 30,7%. Aumentano poi le ore lavorate, con un incremento del 21% rispetto al trimestre precedente. 
Gli ultimi dati del Pmi hanno segnalato un nuovo miglioramento dello stato di salute del settore manifatturiero italiano. La ripresa però ha perso vigore e la crescita della produzione è diminuita a causa dell’ennesimo crollo del volume dei nuovi ordini collegato alle più rigide misure di contenimento collegate al Covid-19.
L’Indice Pmi (Purchasing Managers Index) elaborato da Ihs Markit del settore manifatturiero italiano, che con una sola cifra dà un’immagine degli sviluppi delle condizioni generali del settore manifatturiero, ha registrato a novembre 51,5 e ha segnalato il quinto mese consecutivo di miglioramento dello stato di salute del settore manifatturiero. Diminuendo da 53,8 di ottobre, l’indice Pmi ha segnalato un tasso di crescita più lento.
Guardando all’economia dell’Eurozona, si riconferma a novembre una forte crescita nel manifatturiero. Malgrado l’indice principale si sia contratto a 53,8, da 54,8 di ottobre, è risultato leggermente migliore della precedente stima flash (53,6) e ha segnalato il quinto miglioramento mensile consecutivo delle condizioni operative del settore manifatturiero dell’eurozona. 
La Germania è stata la nazione che ha riportato i risultati migliori, seguita dai Paesi Bassi e dall’Irlanda. Forti crescite sono state osservate in Austria e Italia, a differenza delle marginali contrazioni riportate in Spagna e Francia. La Grecia è rimasta la nazione che di gran lunga ha registrato i risultati peggiori.
L’Ocse, nell’Economic Outlook di dicembre ha affermato: “Il Pil italiano si contrarrà quest’anno del 9,1% per poi rimbalzare del 4,3% nel 2021 e del 3,2% nel 2022”. L’organizzazione con sede a Parigi avrebbe migliorato le stime rispetto al rapporto di giugno quando aveva previsto un calo del Pil, nel migliore dei casi dell’11,3% e nel peggiore del 14%.
L’Ocse nel suo rapporto ha spiegato: “L’aumento dei contagi, le limitazioni all’attività e l’incertezza hanno arrestato la forte ripresa dell’attività nel terzo trimestre”.
Proprio per questo le previsioni sul Pil per il 2021 sono peggiori rispetto all’outlook di giugno, quando il rimbalzo era previsto tra il 5,5% e il 7,7%.
Per l’anno in corso il governo ha previsto nella Nadef  un -9%, la Banca d’Italia -9,5% e il Fondo Monetario Internazionale -10,6%. 
Secondo le stime di S&P diffuse oggi, il Pil italiano, dopo un calo dell’8,7% quest’anno, nel 2021 rimbalzerà del 5,3%.
L’Agenzia di rating, in un report sull’economia dell’Eurozona, alla luce della seconda ondata della pandemia da Covid-19, per il 2022, prevede una crescita del 3,2%, che scenderà all’1,7% nel 2023. Le stime di S&P evidenziano, invece, un aumento della disoccupazione, il cui tasso passerebbe dal 9,1% di quest’anno al 10,5% del 2021 per poi scendere al 10,1% e al 9,5% negli anni seguenti.
Ampliando lo sguardo all’economia dell’Eurozona, la crescita si contrarrebbe del 7,2% quest’anno prima di rimbalzare del 4,8% il prossimo anno. Secondo S&P: “I nuovi lockdown introdotti per contrastare la seconda ondata della pandemia, sebbene molto meno stringenti di quelli di marzo e aprile, hanno interrotto la ripresa in atto”. 
Sempre in tema di disoccupazione, l’Istat ha rilevato: “A ottobre il tasso di disoccupazione è stabile al 9,8%. Quello tra i giovani è invece salito di 0,6 punti percentuali, attestandosi al 30,3%”.
Secondo le stime dell’Istituto di Statistica: “L’aumento del numero di persone in cerca di lavoro (+0,4%, pari a +11mila unità) coinvolge gli uomini e gli under 50, mentre tra le donne e gli ultra 50enni si osserva una leggera diminuzione. A ottobre, risulta inoltre dai dati dell’istituto di statistica, il calo del numero di inattivi (-0,2%, pari a -26mila unità) è frutto di una diminuzione tra le donne e i 25-49enni, di una sostanziale stabilità tra gli uomini e di un aumento nelle altre classi d’età. Il tasso di inattività resta invariato al 35,5%”.
A ottobre il numero di occupati è diminuito lievemente rispetto al mese precedente, al contempo sono aumentati i disoccupati e calati gli inattivi. La marginale flessione dell’occupazione (-0,1%, pari a -13mila unità) è sintesi, da un lato, dell’aumento osservato tra le donne, i dipendenti a tempo indeterminato, i 25-34enni e, dall’altro, della diminuzione registrata tra gli uomini, i dipendenti a termine, gli indipendenti e tutte le altre classi d’età. Nel complesso il tasso di occupazione resta stabile al 58,0%.
Nel trimestre agosto-ottobre 2020, il livello di occupazione è superiore dello 0,5% rispetto a quello del trimestre precedente (maggio-luglio 2020), registrando un aumento di +115mila unità. Nel trimestre sono aumentate anche le persone in cerca di occupazione (+5,1%, pari a +120mila), mentre sono diminuiti gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,1%, pari a -289mila unità).
Nel rapporto dell’Istat si legge: “Le ripetute flessioni congiunturali registrate tra marzo e giugno 2020 hanno fatto sì che, anche nel mese di ottobre 2020 l’occupazione continui a essere più bassa di quella registrata nello stesso mese del 2019 (-2%, pari a -473mila unità). La diminuzione coinvolge uomini e donne di qualsiasi età, dipendenti ( 319mila) e autonomi (-154mila), con l’unica eccezione degli occupati over50, che crescono di 45mila unità per effetto della componente demografica. Il tasso di occupazione scende, in un anno, di un punto. A ottobre 2020, inoltre, le ore pro capite effettivamente lavorate, calcolate sul complesso degli occupati, sono pari a 35, livello di 0,8 ore inferiore a quello registrato a ottobre 2019; la differenza scende a 0,6 ore tra i dipendenti. Infine, nell’arco dei dodici mesi, aumentano sia le persone in cerca di lavoro (+1,7%, pari a +43mila unità), sia gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,9%, pari a +257mila)”.
Anche se si notano alcuni scostamenti nelle valutazioni previsionali fatte dalle diverse istituzioni, è evidente che i dati dell’Italia sono peggiori della media dell’Eurozona. Inoltre emerge che per recuperare la perdita di Pil di quest’anno non sono sufficienti i prossimi due anni e forse si potrà tornare ai livelli pre-covid non prima del 2023.
Indubbiamente, lo scenario è molto incerto per diversi fattori tra i quali pesano la durata del lockdown, la spinta alla ripresa economica derivante dalla spesa pubblica e gli oneri relativi all’aumento del debito pubblico.

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