sabato, 15 Agosto, 2020

“Italia che ride!”, storie e leggende del fumetto del Dopoguerra

0

Che tutto sia nato (dalla scintilla primordiale in poi) per caso e si sia sviluppato per necessità (e quindi la divinità non esiste e non c’entra niente con la Creazione) lo ha spiegato molto meglio di noi Jacques Monod (1910-1976), biologo filosofo e uomo di cultura francese, Nobel per la medicina nel 1965. Quindi non staremo ad annoiare nessuno ripetendone i perché e i percome. Però il caso e la necessità hanno molto a che fare anche con l’argomento che andremo a trattare, per cui la citazione di uno dei titani del Novecento, che a pagina 142 del suo saggio scrive che: «L’etica della conoscenza sia l’unico atteggiamento, razionale e a un tempo deliberatamente idealistico, su cui si potrebbe costruire un vero socialismo», non ci è sembrata fuori luogo, anche ad alcuni può suonare come un atto di irriverenza o, peggio, di arroganza. In caso, se ne faranno una ragione.

Tutto inizia nel 1948 quando Mondadori inizia a stampare Selezione dal Reader’s Digest, versione mensile della Reader’s Digest made in Usa. Per farlo acquista un gioiello tecnologico, una rotativa Vomag (Vogtländische Maschinenfabrik AG di Plauen, in Sassonia), azienda tedesca che per prima, nel 1912, ha introdotto la stampa offset su bobina, e incontrastato leader europeo delle macchine tipografiche sino al 1940. Incidentalmente, anche l’Avanti, prima della chiusura ordinata da Mussolini, veniva stampato con una rotativa Vomag, che permetteva una tiratura giornaliera di 300mila copie per una diffusione veramente nazionale.
Tornando a noi, magari non sarà stato un caso che qualcuno in Mondadori abbia fatto un giro di conti e che ne sia caduto dalla sedia per lo spavento, ma è stata sicuramente una necessità quella di ripianare un buco che aumentava di ora in ora perché la Vomag veniva usata solo per stampare Selezione, e per non rimetterci l’osso del collo bisognava inventarsi qualcosa di veramente geniale.

Così, vuoi per caso, vuoi per necessità, ecco che salta fuori l’idea di reimpostare Topolino – che era già in crisi di vendite di suo -, riducendolo dal grande formato tipo giornale quotidiano a tascabile (grosso modo lo stesso di oggi), in formato digest appunto, così da poter sfruttare al meglio la Vomag.
Quindi, nell’aprile 1949 esce il numero 1 del nuovo Topolino libretto, con un formato (cm. 12,5 x 18) tanto rivoluzionario per l’epoca da caratterizzare tutta la produzione del fumetto comico italiano dagli anni Cinquanta in poi; così come il formato striscia (cm. 17 x 8) ha fatto per l’avventura, a partire da Il Piccolo Sceriffo dell’editore Tristano Torelli, apparso nelle edicole il 30 giugno 1948.
Dietro la produzione dei fumetti comici italiani c’è una miniera d’oro di storia delle storie, di personaggi, di autori ed editori. Di invisibili, di uomini in fuga che dovevano cancellare il proprio passato e che non avevano a disposizione il convento di una zia suora di clausura per rifugiarsi, di ex partigiani che si ritrovavano gomito a gomito con militanti o fiancheggiatori del fascismo. Tutti insieme appassionatamente riuniti in una sorta di zona grigia, dove tutto stava sotto traccia, nessuno faceva domande, non importava chi eri, bastava saper disegnare o scrivere, l’anonimato era garantito grazie a uno pseudonimo, così pure il lavoro, magari in nero e rigorosamente senza tracce. Un modo pratico per sbarcare il lunario in attesa che la buriana passasse perché, come dice anche Woody Allen, prima o poi passa.

Un periodo interessante, non solo per gli appassionati di fumetti, ma mai trattato in maniera organica con una ricerca a largo raggio su autori, disegnatori ed editori, ormai quasi tutti estinti per ragioni anagrafiche, che ne raccontasse le gesta inquadrandole anche nel periodo storico. Un buco che ha riempito Luca Boschi con il suo “Italia ride! – L’avventurosa epopea del fumetto comico italiano del dopoguerra” (Edizioni Anafi, copertina di Sandro Dossi, pagine 320), frutto di una altrettanto avventurosa ricerca durata anni, che ha prodotto non un dizionario ma un saggio storico ampiamente illustrato, quasi un affresco con annessi e connessi, scritto con uno stile affabulante che si legge con curiosità e piacere.

Luca Boschi è nato e risiede a Pistoia, dove lo abbiamo raggiunto via Internet per intervistarlo.
E’ stato un caso che hai iniziato a occuparti del fumetto comico italiano del dopoguerra, o è stata una necessità?
«No, tutt’altro che una coincidenza. Come hai giustamente affermato, mi sembrava incredibile che in quasi sessant’anni di pubblicistica sui fumetti non si fosse ancora affrontato questo periodo così importante in modo sistematico. Si sa pressoché tutto di grandi Maestri, da Pratt a Toppi, da Battaglia a Crepax, mentre abbondano anche gli studi sui grandi eroi dell’Avventura, da Tex a Diabolik, ma è stato trascurato un ampio settore del Fumetto italiano, ricco di peripezie che determinano dei sentieri editoriali battuti per svariati decenni. Forse tale sottovalutazione si deve al fatto che l’umorismo e la comicità (e qui verrebbe da incollare un emoticon con la faccina ghignante) non sono da prendere sul serio.
L’umorismo di cui si è scritto, di solito, a parte il caso clamoroso del “genio del Novecento” Benito Jacovitti, è stato essenzialmente quello delle strisce, importato e diffusamente divulgato in Italia dalle riviste, a cominciare da Linus (aprile 1965). Non a caso l’arco temporale in cui si estende il mio “romanzo” si chiude idealmente con la nascita di Linus. Ma, voglio precisare: quella raccontata in “Italia ride!” è solo la prima metà della narrazione. Abbiamo dovuto dividere in due tomi il flusso del racconto, già articolatissimo, come hai visto. Se la definizione ci piace, diciamo che si tratta di una “bilogia”. La Treccani, però, non la riporta».

Parlando dei tanti protagonisti di un’epopea durata decenni, chi sono stati i pionieri, quelli che più hanno influenzato il genere?

«Sicuramente Federico Pedrocchi ha avuto una fondamentale importanza. Massimo sceneggiatore dell’anteguerra, collaboratore di Cesare Zavattini, deus ex machina presso la Mondadori, oltre ad aver scritto la prima avventura a continuazione di Donald Duck (Paperino e il mistero di Marte), Pedrocchi ha anche creato i più importanti personaggi comici italiani, Cucciolo e Beppe, che sotto varie forme (nati come cagnolini antropomorfi, poi trasformati in esseri umani da un momento all’altro) sono stati sulla breccia costantemente per quasi quattro decenni. Per compiere questa operazione creativa, per conto di un concorrente di Mondadori, Giuseppe Caregaro delle Edizioni Alpe, Pedrocchi ha adottato uno pseudonimo: Antonio Carozzi. E ha sviluppato solo l’inizio di quella che sarebbe stata una lunghissima saga, perché ucciso da una sventagliata di mitra inglese alla fine della Seconda guerra mondiale, in un modo assurdo e agghiacciante».

Invece, chi sono quelli che ti hanno colpito di più?
«Alcuni sono o sono stati amici, se non addirittura compagni di viaggio, spesso eccezionali. Ho avuto la fortuna di nascere in un periodo nel quale molti Maestri assoluti del fumetto internazionale erano ancora vivi e in attività (intendiamoci: alcuni lo sono ancora; lunga vita personale e professionale a loro!). Non credo capiti a molti l’opportunità di conoscere e frequentare gli autori che avevo amato da lettore, più o meno piccolo, e che mi avevano influenzato al punto di determinare la mia scelta professionale (e di vita). Tra gli autori di cui parlo nel libro voglio ricordare chi non c’è più, ringraziandolo ancora una volta per quel che ha fatto e per avermi permesso di frequentarlo. Citando solo chi ha lavorato in ambito comico: Sandro Angiolini, Luciano Bottaro, Giovan Battista Carpi, Giulio Chierchini, Leo Cimpellin, Tiberio Colantuoni, Gino Gavioli, Benito Jacovitti, Alberico Motta, Carlo Peroni, Giorgio Rebuffi, Guido Scala, Romano Scarpa, Antonio Terenghi. Altri li ho conosciuti appena e ho il rimpianto di non averne potuto approfondire la conoscenza. Autori come Lina Buffolente, Egidio Gherlizza, Nicola Del Principe, Grazia Nidasio, Umberto Manfrin … E Guido Martina e Ambrogio Vergani, con i quali ho solo parlato per telefono una volta per ciascuno».

Le tue storie preferite?
«Se dovessi accennare a storie specifiche non basterebbe un altro tomo come “Italia ride!”. Ma posso dirti che ricordo perfettamente le prime storie (in ambito comico) che ho visto e mi sono fatto ripetutamente leggere fino a impararne a mente i dialoghi. Avevo tre anni. Erano albi di “Chicchirichì” (già in resa nelle edicole, con prezzo ribassato) con disegni di Terenghi e Angiolini in bella vista; ma il primo in assoluto, pochissimo tempo prima, era stato un “Cucciolo” con la copertina e la storia di apertura di Rebuffi. I parametri dei fumetti comico-avventurosi li ho appresi da lui. Topolino libretto, per me, è arrivato un mese dopo».

Vuoi aggiungere qualche aneddoto, citare altri personaggi particolarmente interessanti?
«Figure che non ho mai conosciuto, per ragioni anagrafiche, che però hanno avuto una grande importanza, sono state, per esempio Eros Belloni, che durante il periodo fascista era stato direttore del giornalino Il Balilla, ovviamente foraggiato dal regime. Come per svariati altri redattori o autori, dopo la caduta del fascismo era difficile per lui ottenere un lavoro sui giornali “seri”, perché si era troppo esposto, e forse non era nemmeno all’altezza. Così lo troviamo come sceneggiatore del settimanale cattolico Il Vittorioso, oppure come factotum dei tascabili Bambola o di Lupettino, insieme a un altro nostalgico, monarchico, Nino Capriati, che scrive soggetti destinati ai bambini per dei fumetti che esaltano la monarchia. O che si accorda con il monarchico Totò (il Principe De Curtis) per fare una versione a fumetti del suo personaggio: un esperimento che però il Principe non gradirà affatto e farà sospendere tutto, minacciando azioni legali. Nell’immediato dopoguerra si stringono molti legami fra i fumetti e il mondo del cinema, dell’illustrazione, della cartellonistica … Viene dai fumetti, per esempio, il fuoriclasse dell’illustrazione, Maestro della spatola, Renato Fratini: il pittore di cartelloni cinematografici (celebri i suoi 007) più pagato del mondo. O Giorgio Tonti, coinvolto con più ruoli, per esempio, sempre in vari film di Totò, ma non solo. O anche Franco Migliacci, il paroliere di “Nel blu dipinto di blu” e dei primi successi di Gianni Morandi, che avvia la sua vita creativa disegnando fumetti fiabeschi per bambini. Si ha l’impressione che, specie sulla scena romana, ci sia un legame stretto di continuità fra forme di espressione artistica che poi si sarebbero specializzate allontanandosi sempre più fra di loro».

Che ruolo avevano le edicole nel Dopoguerra?
«In un periodo nel quale la televisione era di là da venire e al cinema si poteva andare solo sporadicamente (troppo costoso e non presente in modo capillare sul territorio italiano), le principali forme intrattenimento, per saziare l’immaginario degli italiani, erano la radio e la stampa. L’edicola straripava di pubblicazioni, spesso di formato grande e di poche pagine, per tenerne contenuto il prezzo. I romanzi scritti, con poche illustrazioni, i fotoromanzi o i loro parenti stretti, e quindi anche i fumetti, erano considerati più o meno consapevolmente come dei surrogati del cinema, i loro parenti poveri. Grandi tirature, grandi vendite e grande diffusione: i giornali letti passavano di mano in mano, attraverso più generazioni, da una famiglia all’altra. Non si gettavano che quando la loro carta si spappolava per essere stata troppo sfogliata. Nonostante la piaga dell’analfabetismo, ancora molto presente in Italia, si leggeva comunque molto, moltissimo, a differenza di quanto avviene oggi. Chi non sapeva leggere ascoltava le parole di chi lo faceva per lui e intanto guardava quel che era raffigurato nelle vignette».

E che ruolo aveva il fumetto?
«Il fumetto era una componente di spicco di questa proposta di intrattenimento popolare. Ma bisogna anche dire che era ancora malvisto da alcune categorie sociali (educatori, élite culturale, parte della Chiesa cattolica, classe insegnante, molti politici …). Troppe figure! Come se la loro presenza distraesse dalla lettura vera e propria, disabituando i giovanissimi o le persone meno acculturate. Anche per questo i fumetti destinati a consumatori più adulti, per emendarsi, negli anni del dopoguerra straripano di testi e di spiegazioni del tutto inutili. Ma bisognava dare l’impressione che la prosa scritta avesse un’importanza paragonabile alle immagini».

Il formato Topolino libretto ha veramente segnato quell’epoca?
«Sì, dava la sensazione, in mezzo a tanti giornali, di non essere più un prodotto usa e getta come gli altri, difficili da conservare se non addirittura indegni, buoni per accendere il fuoco nel camino, una volta giunti al capolinea fisico, con le pagine semidistrutte. Topolino, invece, era un vero e proprio libretto (così lo chiamano anche oggi i collezionisti) e in quanto tale meritava attenzione, invogliava ad essere tenuto al fianco dei libri veri e propri. O a fianco di Selezione dal Readr’s Digest, che appunto aveva dimensioni e caratteristiche editoriali identiche ed era ben considerato perché conteneva delle nozioni di cultura, pratica e astratta, in dosi sostenibili. La caratteristica, immancabile sezione di Selezione dei “romanzi condensati” (opere classiche sintetizzate in un numero limitato di pagine) ora fa inorridire. Ma per decenni questi dei bizzarri “Bignami” letterari sono stati il principale alibi culturale di “Selezione”. Su tale esempio, negli anni Cinquanta ha adottato la stessa idea anche lo stesso Topolino, presentando, in appendice, sintesi di romanzi per ragazzi come Ivanoe, I ragazzi della via Paal, Il Barone di Münchhausen, Il re del fiume d’oro e tanti altri. Li illustravano Sergio Toppi, Dino Battaglia, Enrico Bagnoli, Pier Lorenzo De Vita … Mica i primi passanti!».

E’ possibile fare un raffronto tra le edicole del Dopoguerra e del post Coronavirus?
«Be’, non direi. Sono state due guerre, secondo alcuni, ma allo stato dei fatti il Covid-19 è ancora bastardamente attivo. So che durante la chiusura di tutto (librerie, cinema, fumetterie, biblioteche, fiere letterarie e dei comics) la maggioranza delle testate da edicola ha avuto un incremento. Finito questo periodo (ma quando?) cosa potrà accadere? Aspetto la fine dell’estate per capire il trend. La sensazione è che, se vi sarà la paventata seconda ondata, le vendite saliranno di nuovo. Ma non penso sia il caso di augurarselo».

Pensi che la crisi del fumetto di questi ultimi anni sia irreversibile o ci sono possibilità di ripresa?
«Non penso che ci sia una possibilità di ripresa. Però, ormai il Fumetto si conferma un onorato protagonista della cultura, cosa che in passato non era nemmeno possibile immaginare. Temo che in certi Paesi, Italia in testa, sia in crisi, però, proprio perché è ko il “sistema cultura”, a cominciare dalla scuola, come è sotto gli occhi di tutti. Quindi è la lettura in generale ad essere in profonda crisi. Tuttavia in questo panorama tragico il Fumetto, parlando all’ingrosso, non se la cava malaccio. Ma si confermerà un medium elitario, in quanto la voglia e la capacità di leggerne non sarà ampia e diffusa come lo era nel Dopoguerra. Oggi i ragazzi, in linea di massima, sono i più refrattari (e ignoranti) di trenta, quarant’anni fa, pur avendo a disposizione strumenti tecnologici offerti a piene mani. Constatarlo è tristissimo, ma questo dato è noto già da tanti anni. Capisci bene che se il pubblico di quelli che saranno i lettori del domani non si forma e non viene coltivato dai tempi della scuola elementare, le speranze (di ogni tipo) crollano miseramente. Sono tramontati i tempi in cui leggere un albo a fumetti significava trasgressione, anche se necessariamente non si trattava di Kriminal o di Sukia, per dire».

Sempre a proposito di mercato, l’ultimo personaggio comico di successo è Rat-Man di Leo Ortolani, che se non sbaglio è stata una tua scoperta.
«Leo stava già portando avanti questa serie, straordinaria, su varie fanzine, a cominciare da quelle gestite dall’eccezionale team pisano di Made in Usa e Fumettando. Io ho solo coinvolto Leo in Starcomìx, un mensile, e poi in Totem Comic (e poi forse basta, perché con la Comic Art non è andato in porto nulla, a parte l’effettivo debutto in edicola di Rat-Man su un supplemento de L’Eternauta). Anche dopo l’archiviazione di Rat-Man, Leo sta scrivendo e disegnando cose eccezionali».

Perché in Italia non c’è più spazio per una pubblicazione, non di nicchia ma a grande diffusione, dedicata ai fumetti comici, albo o rivista che sia?
«Per anni ho lavorato in modo massiccio a Totem Comic, quindicinale che era anche, sino alla fine degli anni Novanta, la rivista più venduta in Italia. Ma il declino è stato abbastanza rapido, verso il 1998, senza mai più ritorno. Perché? Forse perché lo spazio della comicità è stato tutto coperto dai programmi tv, alcuni dei quali molto beceri, ma sintonici con il degrado culturale generalizzato della popolazione. Poi, c’è anche stato il calo d’interesse per tutte le riviste, che hanno chiuso i battenti una dopo l’altra, e anche quelle di taglio comico ha fatto una brutta fine. I fumetti comici per ragazzi, invece, sono scomparsi perché il loro spazio è stato eroso da quelli Disney, che hanno occupato in modo massiccio tutti gli spazi dell’edicola. Ne è la riprova il tentativo del 1990 di rilanciare Tiramolla, personaggio storico, titolare di un tascabile di grande successo negli anni Cinquanta, ma miseramente fallito in un bagno di sangue economico a fine secolo. Certo, la nuova versione, edita da Vallardi e poi del magnate delle acque minerali Ciarrapico (tramite la Comic Art), aveva contenuti ottimi al fianco di altri discutibili, ma la verità è che non avrebbe potuto sopravvivere in alcun modo, anche se fosse stato ultraperfetto.
Questi due fenomeni, la scomparsa dei pocket non Disney per ragazzi e quella delle riviste, sono avvenuti quasi in contemporanea, l’uno indipendentemente dall’altro. Ma insieme hanno determinato la conseguenza dell’espulsione della creatività comica dalle edicole. Lo stesso non è accaduto in Paesi a noi molto vicini. L’esempio della Francia è il primo a venire in mente, ma anche in Spagna si stampa una ricca rivista umoristico-satirica che il pubblico italiano odierno schiferebbe».

Tornando a “Italia ride!”, quando uscirà in libreria?
«Per il momento i volumi, stampati, sono diffusi tra i soci dell’Anafi, Associazione Italiana amici del Fumetto: sono alcune centinaia di appassionati che hanno prenotato la rivista Fumetto, godranno di alcuni vantaggi nel settore e ricevono anche due volumi, fra cui uno disegnato magnificamente da Daan Jippes. Per avere sin da ora “Italia ride!”, comunque, basterà iscriversi e pagare la quota dell’associazione. Qui tutte le informazioni del caso: https://www.amicidelfumetto.it/. Poi, “Italia ride!” sarà acquistabile dall’inizio di dicembre e distribuito in Italia da chi lo vorrà, in fumetterie, librerie, fiere. La presentazione e il lancio verranno fatti nei giorni 5 e 6 dicembre in occasione della Mostra Mercato del Fumetto di Reggio Emilia».

Antonio Salvatore Sassu

BIOGRAFIA DI LUCA BOSCHI

Luca Boschi (Pistoia, 18 gennaio 1956) si occupa di fumetti, film animati, illustrazione, teatro, tv, Internet e altri media. Dal 1979 a oggi è apparso come sceneggiatore, disegnatore, giornalista e direttore editoriale e/o responsabile su testate come Métal Hurlant, L’Eternauta, Mickey Parade, Lupo Alberto, Vogue, Horror, Starcomix, I Grandi Classici Disney, etc., e ha curato centinaia di collane per Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, La Repubblica. Per dieci anni ha curato rubriche di informazione e intrattenimento per le riviste Comic Art e Totem Comic.
Fino al 1999 è stato direttore culturale di Lucca Comics. Dal 2001 al 2017 è direttore culturale del Salone Napoli Comicon. Ha scritto decine di saggi sui comics. Tra gli innumerevoli premi ricevuti, nel 1997 ha vinto i Premio Franco Fossati per il miglior saggio dell’anno (Frigo, Valvole e Ballons). Nel 2002 lo ha vinto con il saggio collettivo “Romano Scarpa. Sognando la Calidornia”. Nel 1991 ha vinto il Premio Comics World come miglior critico specializzato italiano. Nel 1994 ha vinto il Premio Fumo di China per la Migliore rivista italiana (DC Comics Presenta, da lui diretta) e nel 1996 quello per il Miglior sceneggiatore umoristico. Con il libro “Irripetibili” (2007) ha vinto il Premio Anafi per il miglior saggio italiano dell’anno. Negli anni 2017 e 2018 cura editorialmente due collane di libri settimanali: “Popeye” (60 uscite dedicate al Braccio di Ferro più classico) e “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti” (71 volumi dedicati a Benito Jacovitti per l’editore Hachette); questa collana vince nel maggio 2018 il Premio Anafi (referendum fra i lettori) come Miglior iniziativa editoriale dell’anno.
Dal 2007 cura il pluripremiato blog Cartoonist Globale del quotidiano economico Il Sole 24 Ore.
Per il Teatro, con Giulio Giorello e Stefano De Luca è autore dello spettacolo “Darwin… tra le nuvole”, messo in scena nel 2009 dal Piccolo Teatro di Milano. Ancora con Giulio Giorello e con Giuseppe Zerbi partecipa nel 2013 allo spettacolo Luce e materia: una collaborazione essenziale, a cura del Piccolo Teatro e del Politecnico di Milano.
Dall’aprile 2020 collabora alla collana settimanale “Il Grande Magnus”, per Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, dedicata all’opera di Roberto Raviola, in arte Magnus.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply