domenica, 28 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Italia, piacere e dolore

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Sono secoli che girando per la penisola italica si prova un grandissimo piacere nell’arricchirsi gli occhi con capolavori ineguagliabili: opere d’arte, teatri, dimore principesche adagiate al centro di giardini che danno un senso di quiete e chiese che danno rifugio all’anima. Pensate, il muro di cinta della nostro Bel Paese sono settemila cinquecento (7.456) chilometri di coste e le maestose Alpi ci proteggono dai venti gelidi del Nord: che magnificenza!
Senza timore di smentite l’Italia è un Paese che non ha eguali, è posta al centro di quel mediterraneo temperato che accarezza le stagioni e concede al terreno di regalarci prodotti unici. La dieta mediterranea è considerata tra le più salutari del mondo: la buona salute degli italici, la loro longevità…e il loro buon umore, ne sono la prova. Cosa inconcepibile, è che a fianco di tutta questa incomparabile bellezza e della genialità di un popolo capace di attraversare indenne il tempo, vi è quel senso di abbandono e sciatteria che lo penalizza: da qui il titolo della mio articolo “Italia, piacere e dolore”. “Italia piacere e dolore” è ben rappresentata nelle parole di Oliviero Toscani, il quale una volta disse che l’Italia è una villa palladiana ricchissima di inestimabili opere d’arte, ma custodita da un rozzo individuo in braghe corte, canottiera, infradito e stuzzicadente in bocca, che risponde con scortesia a chi suona il campanello. Un fermo immagine di quello che già sappiamo, certo, ma lo sappiamo così bene da non farci più caso, come fossimo rassegnati alla nostra innata indolenza.
Oggi, però, c’è un fatto nuovo: la pandemia. La pandemia ha scoperchiato con forza il vaso di Pandora e messo in prima pagina tutte le contraddizioni di un Paese che, tutto considerato, se ha trascurato qualche palazzo antico poteva contare su molte altre riserve come le nobili dimore, ma di salute ne abbiamo una sola, e una sola è la nostra vita.
Il recente caso dei commissari alla sanità calabrese sono solo la punta dell’iceberg; un malcostume che ci ha aperto gli occhi rispetto ai condizionamenti a cui tutti noi siamo sottoposti. È come se in quella regione si fosse scesi a compromesso: un compromesso antico che forse permane dall’Unità d’Italia. Non so quando sia successo, ma la nostra creatività è entrata in crisi e si sono accesi i riflettori sulla nostra endemica carenza organizzativa: ne è prova il fatto che abbiamo costantemente bisogno di affidarci ad un esercito di commissari straordinari che di ‘straordinario’ spesso hanno solo la loro inefficienza. Un’altra caratteristica che accomuna questi commissari è la presunzione, pensano di essere bravi come il ‘mitico’ Cotticelli e il Vice Presidente della Calabria Antonino Spirlì; lo avete ascoltato?! È l’uomo che, riferendosi al Dott. Gino Strada, aveva detto che la sua Regione non ha bisogno di ‘medici volontari africani’! Ecco, questa è decisamente l’Italia del dolore. Ma non siamo tutti come Spirlì e la Calabria, dove gli ospedali per decenni si sono impantanati a metà dei lavori fino a rimanere statue di fango, costringendo i calabresi a emigrare per curarsi; però, secondo Spirlì, non ci sarebbe stato nessun bisogno nemmeno di medici come Gino Strada che, peraltro, da tempo operano nella regione con Emergency.
Poco prima dell’Unità d’Italia, con la legge elettorale piemontese, perché i cittadini potessero votare dovevano avere un reddito di almeno 40 lire all’anno, oppure 20 se sapevi leggere e scrivere. Dati riportati durante una recente conferenza da un caro amico e autorevole studioso. Un percorso culturale e amministrativo che ha permesso al Paese di arrivare, quasi d’un fiato, al miracolo della rivoluzione industriale degli inizi del Novecento, prima che il mondo si fermasse a causa delle due Guerre mondiali e di altrettante feroci dittature.
Ci siamo ripresi con il miracolo economico degli anni Sessanta, e abbiamo fatto tanta di quella strada da posizionarci tra i primi Paesi del pianeta. Poi, il diluvio culturale e l’abbandono più totale di ogni cosa: responsabilità di quella politica che ha lasciato spazi a tanti ‘galli’; mi viene in mente il vecchio detto: “troppi galli a cantare non si fa mai giorno”. Povera Italia, sempre alle prese con il piacere e il dolore: un dolore che oggi con la pandemia è diventato più acuto e ha messo ancora più in risalto le nostre endemiche carenze organizzative.

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Riguardo l'Autore

Angelo Santoro

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