domenica, 23 Febbraio, 2020

Jeremy Rifkin, salvare la terra dall’uso dei combustibili fossili

0

Le catastrofi ambientali verificatesi negli ultimi anni stanno lentamente spingendo le classi politiche di molti Paesi a prendere in seria considerazione la denuncia con la quale, da tempo, gli scienziati dei fenomeni atmosferici stanno avvertendo che i cambiamenti climatici. indotti dall’uomo con l’impiego di combustibili fossili, stanno esponendo ogni forma di vita sulla terra al pericolo di un’estinzione di massa. Di tale pericolo si fa portavoce il recente saggio di Jeremy Rifkin: “Un green New Deal globale”.
A sostegno della gravità della situazione climatica che il mondo sta vivendo, Rifkin riporta l’ammonimento lanciato nel 2018 dall’”Intergovernemntal Panel on Climate Change” (organismo scientifico delle Nazioni Unite) per denunciare che “le emissioni di gas serra stanno accelerando e siamo sull’orlo di una serie di eventi climatici sempre più intensi, che metteranno in pericolo la vita sul pianeta”. Al riguardo, l’Istituto di ricerca ha stimato che, a causa dell’attività umana, la temperatura del globo è aumentata, rispetto ai livelli preindustriali, di un grado centigrado, predicendo “che il superamento della soglia di 1,5 gradi centigradi scatenerà un feedback loop [circolo vizioso]incontrollabile e una catena di mutamenti climatici che decimerà gli ecosistemi della Terra”. La conseguenza sarebbe l’impossibilità di conservare il tipo di vita che oggi l’umanità può ancora permettersi.
Lo stesso Istituto è giunto alla conclusione che, per evitare la catastrofe ambientale attesa, occorre ridurre drasticamente “le emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010”, affrontando una drastica trasformazione dell’economia globale, della società e dello stile di vita; ciò significa che, per evitare il pericolo della catastrofe ambientale denunciata dall’Istituto di ricerca delle Nazioni Unite, la specie umana dovrà realizzare un “radicale riorientamento della sua civiltà da realizzare in un periodo di tempo brevissimo”. Ma per quale ragione le emissioni di gas serra sono diventate così pericolose?
Notoriamente, l’effetto serra è un fenomeno che incide sul processo di regolazione della temperatura del nostro pianeta (o di qualsiasi altro con le stesse caratteristiche fisiche); la terra subisce l’effetto serra quando accumula all’interno della sua atmosfera una parte dell’energia termica proveniente dal sole, la stella attorno alla quale essa orbita, per effetto della presenza di gas, denominati “gas serra”. Tali gas (vapore acqueo, anidride carbonica, ozono e altri) sono naturalmente presenti nell’atmosfera, garantendo una temperatura terrestre che, per quanto diversamente distribuita alle diverse latitudini, consente accettabili condizioni di vita. Senza l’effetto serra dei gas presenti nell’atmosfera, la temperatura della terra sarebbe notevolmente inferiore rispetto a quella che ha reso possibile alla vita animale e vegetale di evolvere e di colonizzare gran parte della sua superficie.
Il bilancio energetico sole-terra rappresenta l’equilibrio tra l’energia che la terra riceve dal sole, per irradiarla poi nello spazio esterno. Le radiazioni assorbite sono distribuite sul pianeta, come si è detto, in modo non uniforme, perché il sole riscalda le regioni equatoriali più delle regioni polari; l’atmosfera e gli oceani svolgono la funzione di compensare gli squilibri del riscaldamento solare, attraverso l’evaporazione dell’acqua di superficie, la convezione (una forma di trasferimento del calore), le precipitazioni, i venti e la circolazione oceanica. In queste condizioni, sino alla Rivoluzione industriale (1750), la terra è sempre stata molto vicina ad essere in “equilibrio radiativo” (la situazione in cui l’energia solare in ingresso è bilanciata da un uguale flusso di calore verso lo spazio).
In condizione di equilibrio radiativo, le temperature globali si sono mantenute in passato relativamente stabili; ciò perché tale equilibrio portava, da una parte, ad un aumento della temperatura della terra e, dall’altra parte, a escursioni termiche meno intense di quelle che si sarebbero avute in assenza dell’effetto serra, in quanto il calore assorbito veniva ceduto più lentamente verso l’esterno. L’aumento dell’effetto serra, causato dall’intervento dell’uomo sulla natura, ha alterato il normale equilibrio termico del pianeta, portando nel corso degli anni a mutamenti dal punto di vista climatico e ambientale, e generando un aumento del riscaldamento globale.
L’incremento delle concentrazioni di alcuni dei gas presenti nell’atmosfera terrestre, avvenuto come si è ricordato a partire dalla Rivoluzione industriale, ha causato un crescente riscaldamento del pianeta, per via della prevalente crescita dell’anidride carbonica; quest’ultima, sebbene indispensabile per la vita e per la fotosintesi delle piante, è divenuta nello stesso tempo la maggior responsabile dell’eccessivo aumento effetto serra e dei fenomeni atmosferici che stanno mettendo in serio pericolo la sopravvivenza della vita sulla Terra.
Per evitare gli effetti catastrofici del surriscaldamento climatico, da più parti – sottolinea Rifkin – viene invocato il lancio di un “Green New Deal Globale”, col quale provvedere alla copertura del fabbisogno energetico, traendolo da fonti pulite e rinnovabili; ciò richiede che si proceda, entro i prossimi dieci anni, alla modernizzazione delle rete energetica, degli edifici e delle infrastrutture di trasporto e all’aumento degli investimenti nella ricerca delle “tecnologie verdi” e della formazione di posti di lavoro nella nuova economia verde.
Malgrado i grandi vantaggi che potrebbero essere assicurati dal Green New Deal Globale, è diffuso il convincimento che nella fase attuale il mondo non disponga ancora di un “meccanismo efficace” per realizzarlo. Tuttavia, sebbene l’opinione prevalente in gran parte delle forze politiche affermi l’impossibilità di realizzare un accordo per una transizione globale a “zero emissioni di carbonio”, secondo Rifkin esiste “un percorso che potrebbe evitare l’ulteriore aumento di mezzo grado della temperatura, che condannerebbe la vita sulla terra, dandoci la possibilità di rimettere ordine nel nostro rapporto con il pianeta”.
Al riguardo, Rifkin ricorda che, per ridurre e incoraggiare le attività produttive e il settore pubblico ad adottare “tecnologie verdi” e a realizzare infrastrutture a zero emissioni di carbonio, ventisette premi Nobel hanno proposto l’adozione a livello globale di una “carbon tax”, ritenuta “l’unico strumento con cui inviare “un potente segnale economico capace di imbrigliare la mano invisibile del mercato, in modo da indirizzare gli attori economici verso un futuro a basse emissioni di carbonio”, senza compromettere la crescita economica.
Ciò diverrebbe possibile, secondo Rifkin, se la carbon tax fosse aumentata “ogni anno fino a quando gli obiettivi di riduzione non saranno raggiunti”; onde evitare possibili ingerenze politiche, la tassa dovrebbe essere resa neutrale sul piano distributivo dal punto di vista dei cittadini. In questo modo, il costante aumento del prezzo dell’energia da combustibili inquinanti indurrebbe un crescente processo di innovazione tecnologica e infrastrutturale su larga scala, accelerando il passaggio alla produzione e al consumo di beni e servizi a zero emissioni di carbonio, rendendo così possibile “massimizzare l’equità e la praticabilità politica di una carbon tax crescente”. La realizzazione di un simile meccanismo sarebbe facilitata, se tutte le entrate generate dalla tassa fossero direttamente restituite ai cittadini con la riduzione del prezzo dell’energia e la concessione di altre facilitazioni; essi potrebbero così ricevere sotto forma di “dividendi del carbonio”, più di quanto sono chiamati a pagare con l’aumento del prezzo dell’energia, causato originariamente dall’introduzione della carbon tax.
Negli ultimi anni, studi e rapporti provenienti da molti governi nazionali e da molti altri enti pubblici e privati denunciano il possibile crollo della “civiltà industriale”, se le emissioni di carbonio nell’atmosfera non saranno bloccate entro il 2030. Per evitare questo possibile crollo, molti Paesi e settori produttivi importanti si stanno lentamente affrancando dall’uso delle energie da combustibili fossili, per affidarsi a quelle d’origine solare, eolica o di altre fonti rinnovabili e alle tecnologie a zero emissioni di carbonio. Tutto ciò, secondo Rifkin, potrà avvenire a condizione che i governi seguano le indicazioni del mercato emergenti dall’introduzione della carbon tax; i governi che riusciranno a gestire con successo la rivoluzione industriale a zero emissioni di carbonio potranno sicuramente evitare il pericolo del possibile crollo della civiltà industriale, mentre quelli che “non riusciranno a tenere il passo delle forze di mercato e rimarranno in una cultura dei combustibili fossili del XX secolo che va ormai collassando vacilleranno”.
Nella prospettiva di preparare un futuro più sostenibile, alcuni Paesi (quelli dell’Europa comunitaria e la Cina, ad esempio) hanno deciso di perseguire un futuro più sostenibile dal punto di vista ambientale. L’Europa in particolare, ha varato il “Piano 20-20-20”, un insieme di misure da adottare una volta concluso il Protocollo di Kyoto, il trattato stipulato per contrastare il cambiamento climatico che scadrà al termine del 2020. Le proposte comunitarie sono contenute nella Direttiva 2009/29/CE, entrata in vigore nel giugno 2009; essa prevede la riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, l’aumento del 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e il conseguimento di un risparmio energetico pari al 20%: il tutto entro il 2020. Il significato reale della direttiva è quello di trovare il modo di impegnare i Paesi ad attuare una politica energetica adeguata a fronteggiare l’attuale stato di pericolo cui si trova esposto il mondo senza, attendere improbabili accordi globali. Nel 2018, l’Unione Europea ha anche annunciato quale sarà la prossima tappa del processo per la decarbonizzazione del Vecchio Continente; la Commissione europea “ha chiesto che l’Europa raggiunga entro il 2050 la neutralità climatica, dando vita a una società ecologica a zero emissioni estesa a tutta la superficie del Continente”. Anche la Cina ha negli ultimi anni adottato un piano di transizione verso un’era post carbonio; ma non è escluso, anzi è probabile, che all’Europa comunitaria e al grande Paese asiatico si aggiungano pure gli Stati Uniti.
La conclusione di Rifkin è che, senza il congiunto impegno di queste tre grandi entità politiche “a marciare in sincronia, condividendo le pratiche migliori, stabilendo codici, regolamento standard e incentivi comuni, e tendendo insieme le braccia per conquistare alla causa il resto dell’umanità, la corsa per giungere a una civiltà a zero emissioni di carbonio” sarà sicuramente perduta.
L’auspicio di Rifkin potrebbe essere vanificato dalle irragionevoli posizioni dell’attuale presidente degli USA (in quanto sensibile alle pressioni del “Competitive Enterprise Institute”, interessato all’utilizzo di combustibili inquinanti, quali carbone, petrolio e gas naturale); ma anche di altri protagonisti, come l’attuale presedente del Brasile, Jair Bolsonaro, propenso a distruggere l’Amazzonia (il grande polmone verde del mondo) e a non osservare i vincoli a tutela dell’ambiente perché giudicati un ostacolo alla crescita economica del suo Paese; o come Vladimir Putin, che intende continuare a fare affidamento sullo sfruttamento dei combustibili inquinanti per sostenere il bilancio pubblico, il cui mancato equilibrio potrebbe produrre un problema di instabilità politica.
I veri nemici delle tutela ambientale per la realizzazione di una civiltà a zero emissioni di carbonio sono quindi gli egoismi nazionali, che rendono i governi insensibili alla percezione dei rischi comuni.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply