sabato, 22 Febbraio, 2020

JOBS ACT, SÌ DELLA CAMERA

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Alla fine il Jobs act è stato approvato in una Camera semivuota con i deputati dell’opposizione usciti dall’Aula poco prima del voto. 316 i sì (tra cui quelli del PSI), 6 no e 5 gli astenuti.   Secondo i dati dei tabulati del voto in Aula, sono in tutto 260 i deputati che non hanno partecipato al voto finale. Tutti i partiti di opposizione, dal Movimento 5 Stelle a Sel, da Forza Italia alla Lega, hanno deciso di uscire dall’Aula al momento del voto. Ad essi vanno sommati poi i parlamentari Pd che hanno espresso con il non voto il loro dissenso rispetto al provvedimento. Hanno votato ‘no’, in dissenso dai rispettivi gruppi, sei deputati: 1 di FI, 2 del Misto, 2 del Pd e 1 di PI.

Ora il provvedimento per avere il via libera definitivo, deve tornare in Senato, poiché il testo è stato modificato dalla commissione Lavoro dove sono stati approvati gli emendamenti frutto dell’accordo tra il governo e la minoranza Pd che puntava a ridimensionare la possibilità di modificare lo Statuto dei lavoratori.

Una giornata complicata. Soprattutto per il Pd la cui minoranza guidata da Pippo Civati, non ha votato per il provvedimento che modifica il mercato del lavoro nonostante l’appello in extremis del presidente del partito, Matteo Orfini. “Non mi associo al voto del gruppo del Pd” sul Jobs act ha annunciato nell’Aula Civati parlando a titolo personale poco prima del voto finale. “Manifesto un profondo dissenso su questo provvedimento e soprattutto per la campagna politica e culturale ad esso legata che non ho condiviso”.

In tutto sono quaranta i deputati del Partito democratico (su un gruppo di 307 componenti) che non hanno votato, due hanno detto no al testo, altri due si sono astenuti.  Sono i dati che emergono dai tabulati del voto in Aula. I no sono quelli di Giuseppe Civati e Luca Pastorino. Astenuti i civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini. Insomma se si vuol dare un senso politico al voto di oggi è che il dissenso all’interno del Pd si fa sentire ancora di più forte, soprattutto all’indomani delle elezioni regionali la cui larga astensione viene letta come un distacco dell’elettorato che ancora non vede la traduzione in fatti concreti di quanto lungamente annunciato da un presidente del consiglio giudicato da molti troppo parolaio e poco concreto.

Favorevole il voto del Psi la cui dichiarazione di voto è stata espressa in Aula dal deputato Lello Di Gioia: “Quello che stiamo attraversando – ha detto Di Gioia – è un momento particolarmente delicato e difficile. I dati sulla disoccupazione credo che debbano far riflettere. In alcune realtà del Mezzogiorno d’Italia abbiamo raggiunto limiti insostenibili, in alcuni casi addirittura il 60 per cento della disoccupazione giovanile. E, quindi, urge di fatto una riforma del mercato del lavoro, una riforma seria, una riforma capace di fare e di intercettare quelli che possono essere i flussi di investimento e di crescita che questo Paese dovrà avere, perché, al di là di quello che può essere la riforma in quanto tale, noi crediamo che, per far crescere l’occupazione, c’è bisogno di investimento, di crescita e quindi di fare in modo che il mercato del lavoro si colleghi al momento di crescita del Paese. Pur tuttavia – ha continuato – riteniamo che questa delega, che noi oggi conferiamo al Governo, abbia degli aspetti positivi, come anche degli aspetti sostanzialmente negativi”.

Precedentemente trenta deputati del Pd avevano firmato un documento per spiegare le ragioni della loro non partecipazione al voto. Nonostante le modifiche apportate alla Camera, l’impianto della delega sul lavoro, hanno spiegato, non è soddisfacente. Tra i firmatari Cuperlo, Bindi, Boccia, Zoggia, D’Attorre. Precedentemente l’area che fa capo a Pippo Civati si era divisa tra i sostenitori del voto contrario e quelli del non voto favorevoli all’uscita dall’Aula. Atteggiamento tradotto poi puntualmente in Aula, come  emerso da una riunione della minoranza “radicale” dem, con una quarantina di deputati tra cui Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi e Alfredo D’Attorre. “Non parteciperò al voto – aveva detto D’Attorre – perché nonostante il lavoro meritevole della commissione l’impianto della delega non è ancora soddisfacente ed è irrisolto il nodo delle risorse per gli ammortizzatori sociali”.

Critico anche l’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani per il quale l’impostazione del Jobs Act resta difettosa. “Per la parte che condivido voto con convinzione, per la parte che non condivido voto per disciplina, perché sono stato segretario di questo partito e se c’è qualche legno storto da raddrizzare penso che lo si possa fare solo nel Pd. Detto questo capisco anche le diverse sensibilità perché siamo di fronte al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto”.

Tra le novità più significative introdotte durante l’esame in Commissione sull’art.18, c’è la norma che da una parte esclude per le nuove assunzioni la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici (prevedendo solo un indennizzo “certo e crescente con l’anzianità di servizio”) e dall’altra parte conserva il diritto al reintegro nel posto di lavoro solo per i licenziamenti “nulli e discriminatori” e per “specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato” che poi verranno definite nei decreti delegati dall’esecutivo.

Ginevra Matiz

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