lunedì, 28 Settembre, 2020

Jobs Act, troppa ideologia
e poca sostanza

10

Nella discussione sul Jobs Act (anche su queste pagine) si invocano spesso i modelli europei. Giusto, in un’Italia che ha il poco invidiabile primato europeo di non possedere praticamente un sistema di assicurazione decente contro la disoccupazione, ma spesso quest’invocazione avviene a sproposito. C’è troppa  ideologia: e mi riferisco in primo luogo a chi, con qualche lustro di ritardo, identifica il Jobs Act con un atto modernizzante di Terza Via alla Blair o alla Schroeder. Ma quella di Blair e Schroeder non è la modernità, ma il passato: hanno fatto cose buone, e hanno commesso errori; sono oggi consegnati alla Storia.

Oggi, né Gabriel né Miliband, i loro successori, pensano a difenderne in toto l’eredità, e nemmeno li hanno rinnegati. Parlare oggi della Terza Via, che in Italia venne interpretata, almeno a parole, da Massimo D’Alema allora presidente del consiglio, è un anacronismo. Tra l’altro, paradossalmente, la cosa migliore fatta da Schroeder è stata di non partecipare alla guerra all’Iraq: cioè la cosa peggiore fatta da Blair.

Circa il welfare e il lavoro, l’azione del Premier britannico e del Cancelliere tedesco si inquadrano in un contesto economico globale diverso da quello di oggi, e hanno precise peculiarità nazionali.

Blair ha fatto il salario minimo per legge: che nella Britannia post-thatcheriana è stato sentito come un atto di risarcimento storico verso i lavoratori; non ha tagliato il welfare (di più, dopo la ‘Strega Cattiva’, non si sarebbe potuto), ma l’ha piuttosto rifinanziato e ampliato. Difficile tradurre il blairismo sul continente, si corre il rischio di distorsioni. Per esempio, da noi a qualcuno è piaciuto il discorso degli stakeholder, cioè della partecipazione di soggetti privati di vario tipo (di solito non profit, ma talvolta anche aziende) alla gestione della sanità: erano soprattutto quelli di Formigoni però, per motivi lombardi non traducibili in inglese e magari non confessabili.

Schroeder invece i tagli li ha fatti, a un welfare tedesco considerato insostenibile: ma intanto sarebbe bene ricordare che dopo il piano “Hartz IV” il sistema sociale tedesco rimane comunque di gran lunga più ampio e universale di quello italiano, e quindi “fare come Schroeder” in Italia non vorrebbe certo dire tagliare, ma spendere di più. Comunque, tra le ragioni di critica al sistema tedesco, fondamentale è quella sui mini-job, cioè i lavori precari a 450 euro al mese massimo, che dovevano assorbire il lavoro nero di studenti e casalinghe e dare un primo ingresso nel mercato del lavoro ai giovani, senza praticamente contributi pensione e anche permettendo di integrare sussidio di disoccupazione e mini-job secondo certi parametri aritmetici: siccome però la condizione di mini-jobber si è cronicizzata, cioè tanti ormai lavorano esclusivamente così e c’è aria che continueranno così, non avendo contributi cosa succederà loro arrivati alla vecchiaia? Inoltre, il mini-job ha portato ad una distorsione della logica dell’Arbeitlosengeld, a sua volta ridotto di entità: siccome i due sono parzialmente cumulabili, si finisce per campare sommando due redditi miseri, e non per usare il sussidio di disoccupazione per proteggere il lavoratore da offerte salariali indecenti; alla fine, un Arbeitlosengeld così diventa un’integrazione di salario che serve ai datori di lavoro, che offrono mini-job con mini salari, ma intrappola il lavoratore.

Diversa sarebbe la questione con la flexsecurity danese: molta facilità di licenziare, ma garanzia di reddito adeguato, sicurezza di serenità per il disoccupato insomma, in cambio delle nuove offerte degli efficienti servizi pubblici all’impiego. A noi la flexsecurity piace, l’abbiamo sempre detto, anche se ci ha spesso preoccupato che quando se ne parla in Italia succeda una cosa strana: un altro errore di traduzione, si direbbe. Da sinistra si strappano i capelli, e da destra se ne fanno banditori gli ideologi liberali della flessibilità a 180 gradi dei lavoratori: oh, dico, guardate che flex è l’aggettivo, la sicurezza è il sostantivo, il fine e il cardine del sistema… se no non ci capiamo. La flexsecurity è dannatamente statalista sappiatelo: esige che la burocrazia si impicci di te, dei tuoi redditi, di quello che vuoi fare da grande. E costa: oh se costa: altro che austerità. Ci vuole un carico fiscale tostissimo per sostenerla, servizi capillari, alto livello di formazione della manodopera…

Il modello italiano è italiano. È basato sulla centralità della contrattazione sindacale, sul contratto di lavoro a tempo indeterminato rigido e sui lavori parasubordinati o paraprofessionali (co.co.pro e partite Iva monocommittente, questi ultimi i più sfigati) che costituiscono invece l’elemento di flessibilità del sistema. Su una cosa Renzi ha senza dubbio ragione: c’è la Cassa integrazione guadagni per una parte di lavoratori a tempo indeterminato e niente (davvero, eh, niente, quando lo dici all’estero fanno tanto d’occhi, anche i tory, anche i conservatori finlandesi, tutti insomma) per gli altri lavoratori. Del sistema fa parte anche una bella quota di lavoro nero, che non conta ma conta.

Il Jobs Act (nome del cavolo, si può dire? non lo potevano chiamare in italiano?) promette bene: promette, da quanto si capisce dagli annunci, la fine della riserva chiusa della Cassa integrazione, e l’istituzione di un Arbeitlosengeld (sussidio di disoccupazione). Ganzo, per dirla alla Renzi.

Però. Ecco la prima perplessità: vuoi fare una riforma del lavoro epocale, e non ne discuti coi sindacati, anzi ci tieni a dire che il governo decide e la concertazione è un ferrovecchio. Per l’Hartz, in Germania, prima hanno fatto una commissione che l’ha discusso: non convinse tutti, e c’erano troppi industriali e pochi sindacalisti, ma insomma la concertazione si è fatta eccome. Poi siamo di fronte a un vaghissimo e generico decreto delega: cosa ci sarà scritto nei decreti attuativi, che non passeranno dal Parlamento, non sappiamo bene. L’Hartz IV l’han portato in Bundestag con tutti i numerini, eh. Allora, niente concertazione, ma neppure niente discussione nel merito nelle Camere. La cosa più dettagliata che conosciamo è l’intervista di Renzi a Fazio. Pochino.

Seguono, giocoforza, altre preoccupazioni: che non ci siano i soldi per un sussidio di disoccupazione universale decente; che non ci siano i soldi e i tempi per mettere su una rete di agenzie per l’impiego efficienti, visto che i centri per l’impiego italiani oggi non funzionano bene e impiegano meno di diecimila persone (in Germania novantamila). Si possono davvero assumere le decine di migliaia di operatori pubblici indispensabili a far davvero funzionare il sistema, formarli, dislocarli e fare così le famose politiche attive del lavoro? E farle a Crotone, Enna e Oristano, non Copenhagen? E siamo in grado di fissare un sostegno di disoccupazione universale, almeno un po’ parametrato all’ultimo reddito da lavoro e non risibile per i giovani inoccupati, con integrazioni in caso di figli a carico, problemi abitativi ecc. ecc.? Quanto, e a quali condizioni? Di quanto aumenterà il fabbisogno dello Stato? E dopo, il carico fiscale diciamo ancora che lo vogliamo ridurre, e come? E ancora: se riscriviamo le tipologie contrattuali, che fine fanno quelli nella “terra di mezzo”, cioè i co.co.pro., di cui da Fazio si è annunciata gloriosamente l’abolizione, che hanno meno garanzie dei lavoratori ordinari ma, attenzione, hanno almeno contributi Inps e Inail e una busta paga, e non è poco?!

Diventano tutti contratti da dipendente ordinario automaticamente, o finiscono nella gehenna del superprecariato dei mini-job, detti voucher qui da noi, o in quello delle finte partite Iva, che sono l’estremo girone infernale, e di cui nessuno parla? Temiamo che qualche co.co.pro sarà spinto verso un contratto migliore, ma altri cadranno verso il basso.

Ecco, l’amore riformista ai problemi concreti dovrebbe lasciar perdere la retorica. E quindi lasciar perdere slogan di quasi vent’anni fa (Blair o Schroeder o chissà chi). Forse, purtroppo, anche smettere di sognare la Danimarca. Ci vorrà una riforma italiana, che tenga in conto le nostre caratteristiche e la nostra storia, e che contribuisca così al modello sociale europeo in maniera originale, come possiamo e sappiamo. Nel polverone sollevatosi ci sono troppi elementi simbolici, ideologici, di personalità, di ruolo, che offuscano la visuale. Troppa retorica, appunto. Renzi dice fidatevi, Camusso non si fida: non ha tutti i torti, diamine, in cambio di cosa il sindacato dovrebbe cedere su articolo 18 e altro, e a termini e in forme persino umilianti? Sarebbe meglio, per vedere chiaro, leggere i numeri, il quanto e il come. Magari offrendo qualche garanzia in cambio contro i comportamenti antisindacali (per questo, anche se non si ricorda, venne pensato davvero l’articolo 18, per non far licenziare i sindacalisti).

Allora, da socialisti europei, vorremmo osservare: benissimo fare un welfare per davvero. Ma quanto e quanto? E tirare sassi ai sindacati potrà distrarre tanti per un po’ di tempo e pochi per molto tempo, ma non tutti per sempre. Alla fine, il problema di tutti i sistemi di welfare è sempre e solo uno: quanti soldi per quanto tempo e a quante persone. Chi rimane fuori, e perché. Renzi ce lo dica: con i numeri però. Se no, è ‘annuncite’.

Luca Cefisi

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply