venerdì, 22 Novembre, 2019

Disillusione rabbia degrado. Joker, lo sfregio del ghigno

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Si avverte gentilmente il lettore che il testo è colmo di spoiler. Quando sentii per la prima volta che sarebbe uscito un film su un personaggio dei fumetti non ebbi un grande interesse. Pensai immediatamente ad una cosa estremamente commerciale, sullo stile Marvel. Inoltre il regista non aveva grandi precedenti artistici degni di nota. Il mio interesse mutò appena iniziai a sentire le prime critiche positive. Dopo l’acclamazione alla settantaseiesima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con il leone d’Oro al miglior film, decisi che era un film che andava assolutamente visto. Venezia non tradì le aspettative, anzi fece assai di più, mi portò ad una riflessione.

Innanzi tutto devo analizzare la città, la megalopoli moderna trasposta in Gotham City. Non mi ha sorpreso che la città delle riprese fosse New York, ci andai quindici giorni per il Model United Nations, e allora come oggi la mia opinione d’insieme rimane assai negativa. La nostra megalopoli cinematografica non è troppo lontana da quelle della realtà. Degeneri del modello basso medioevale, ove l’élite socio-economica vive in imponenti edifici, siano essi loft su dei grattacieli o villini di stile neo-vittoriano, la massa del “quarto stato” rimane invece nelle grigie periferie intorno alla Gotham da bene, composta dall’alta borghesia, yuppies e politici garanti del sistema.

Joker è lì in mezzo alla massa, un perfetto signor nessuno di nome Arthur Fleck, un disabile, un peso sociale che subirà violenza, discriminazione, tagli al welfare.
L’immagine resa da Joaquin Phoenix è tecnicamente perfetta, la sua biografia aiuta infatti a trasmette dolore e disperazione in una superba immagine di contrasti emotivi che scuotono poderosamente lo spettatore.
Deforme e di scheletrico aspetto, capelli lunghi e mal tenuti, vestiti popolari ormai logori alternati al costume da clown e accanito fumatore la cui sanità mentale dipende dalle medicine e dalle sedute psichiatriche pagate dallo Stato.
Ogni sguardo, ogni espressione, la fotografia li racchiude, tanti minimi gesti, tutti dentro la stessa cornice umana. Arthur è fortemente depresso e soffre di una malattia assai peculiare: sottoposto a forti emozioni non può fare a meno di esplodere in una fragorosa risata.
La quotidianità del suo lavoro, fare il pagliaccio con un cartellone pubblicitario per le strade della metropoli, è interrotta dal ritorno nel suo fatiscente appartamento in un palazzaccio lugubre ove si occupa della madre anziana.
D’innanzi alla miseria della realtà esiste però un momento familiare davanti alla televisione che, in mezzo al degrado e alle più tremende disuguaglianze sociali, si limita a riferire dei numerosi ratti della metropoli (déjà vu!). Il programma elusivo di un’esistenza misera è quello di un Talk Show televisivo diretto da Murray Franklin (interpretato in ottima maniera da Robert De Niro), figura quasi paterna per il nostro protagonista, simbolo di un riscatto artistico che anela da molto tempo.

Infatti Arthur nel tempo libero studia i cabarettisti e si prepara battute su un quadernaccio pieno di immagini oscene e frasi malinconiche che riflettono la sua deriva psicologica. Per lui l’arte è una necessaria catarsi.
L’opera prosegue mostrando i primi segni della disgregazione mentale di Arthur: un pestaggio sul lavoro, la delazione di un collega che gli costerà il licenziamento e infine il massacro di tre appartenenti a quell’alta borghesia che, non comprendendo la sua disabilità, avevano iniziato a fargli violenza sbeffeggiandolo. Sarà proprio il motivo del suo licenziamento, il possesso di una pistola regalatagli da un collega, lo strumento con cui esploderà la sua furia.

La scena a mio parere più toccante avviene ora: Arthur si rifugia sconvolto in un bagno pubblico, Il violoncello di Hildur Gudnadóttir taglia improvvisamente l’aria con un suono quasi metallico. Lì la sua figura deforme si accentua in una danza accompagnata da altri archi e un vocalizzo che ci lascia impietriti.
Catarsi purificatrice o intuizione identificatrice? Joker inizia a nascere.
Il giorno dopo i media all’unisono recitano un copione: s’aggira un assassino vestito da pagliaccio, un codardo che massacra “la parte produttiva della società”, invidioso della miglior situazione altrui. Da qui si ha un bagliore di speranza per Arthur con la relazione che sta portando avanti con Sophie, la vicina di casa. Eppure la possibilità che sia figlio del candidato sindaco, il magnate Thomas Wayne, scoperta dalle lettere che la madre gli inviava, lo tormenta e allo stesso tempo lo attira a causa della sua mancanza affettiva. Wayne però gli svela che sua madre lo aveva adottato e a seguito di una malattia chiamata delirium si sarebbe inventata la relazione. Tutto ciò sarà confermato da un referto medico acquisito da Arthur al manicomio locale. Segue un’accesa discussione quando, in risposta dell’ennesimo attacco di risa, Wayne gli sferra un pugno, lasciandolo sanguinante. La classe elitaria della metropoli sta avendo un preciso identikit: la figura abbrutita del sogno americano, l’arroganza degna della peggior etica calvinista di sentirsi “eletti” e, conseguentemente, dominanti, non si rende conto della sua cecità profonda.

Ottima l’immagine della borghesia cittadina intenta a ridere del film Tempi Moderni, senza cogliere le attualissime condanne sociali, oramai l’opera di Chaplin è ridotta a mero intrattenimento. Intanto le tensioni sociali sono al massimo. Gruppi di persone vestite da pagliacci hanno eletto lo sconosciuto killer a simbolo di una rivalsa contro le classi più ricche.
A questo punto mi venne in mente una simbologia marxista assai consona. “Subentrò la libera concorrenza con la costituzione politica e sociale ad essa confacente, con il dominio economico e politico della classe borghese…la società borghese moderna…rassomiglia allo stregone che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate”
(Marx e Engels, Manifesto del partito comunista)

Ma le potenze non erano le crisi di sovrapproduzione, bensì il sistema sociale liberista.
Joker intanto stava definitivamente sostituendo Arthur sotto ogni colpo che la società e la sua patologia gli stavano infliggendo: l’ictus della madre a seguito di un interrogatorio della polizia, che aveva già iniziato a sospettare di lui, il peggioramento della malattia, dovuta alla mancanza di soldi sufficienti per l’acquisto delle medicine e la scoperta che la relazione tra di lui e la vicina di casa era proprio il prodotto di una serie di allucinazioni. Infine la derisione del video di un suo provino da parte del presentatore Franklin in diretta televisiva, che lo sottrae definitivamente alla sua “morfina quotidiana”. La disillusione e la rabbia, unite al totale degrado psicologico portano Joker alla scelta definitiva: il suicidio in diretta a causa dell’invito al programma di Franklin. Intanto la sua furia si orienta verso la madre e il collega che gli aveva donato l’arma. Dopo gli omicidi approda finalmente al Talk Show, ma la recitazione si evolve in improvvisazione, e dopo un discorso di denuncia sociale ove confessa i suoi primi tre omicidi stronca la vita del conduttore, ormai identificato come parte di un sistema crudele e marcescente.

L’atto darà il via alla jaquerie, che coinvolgerà anche la famiglia Wayne. Sopravvive solo Bruce, il futuro Batman. Joker è oramai idolo della massa infuriata, che arriva addirittura a liberarlo dall’arresto. La scena in cui danza in mezzo alla città in fiamme, posseduto da una gioiosa follia, fa presagire la fine del film. Joker ha un’identità, è un simbolo di liberazione sociale, è colui che ha scoperchiato un sistema e le sue azioni creeranno il presupposto psicologico della sua futura nemesi.
È stato definito fin da subito capolavoro, ma vorrei frenare subito questa definizione. Certamente è un’opera destinata a resistere nel tempo, che ha sancito un’autonomia della DC Comix dalla “marvelizzazione” della narrativa dei supereroi. Sono importanti anche i numerosi riferimenti alla fumettistica che i nerd degli anni 80/90 apprezzeranno (la “brutta giornata” tratta dal racconto The Killing Joke ne è un chiarissimo esempio, oppure il fatto che joker sia privo del classico sfregio sulle guance).

Eppure qualcosa non convince.
Si assiste alla fine del concetto di “male assoluto”, ove il carnefice è il sintomo di una patologia di sistema assai complessa. Questo male che non è fine a se stesso, questa disarmonia necessariamente causale indica il recepimento di un Joker dell’attualità, in specie quella delle grandi metropoli statunitensi, asiatiche ed in parte europee. Il Joker è il risultato di un lungo processo ove si assiste ad una discesa ineluttabile verso i margini dello squilibrio e dell’ordine sociale. È un malvagio relativo, capace della pietà, quando risparmia un soggetto anch’esso affetto da una disabilità, aspirante dell’amore, sia familiare che di una relazione tristemente illusoria, desta compassione il fatto che la sua sofferenza lo porti a compiere un’involuta risata. Quando scopre la sua triste situazione infantile può solo emettere una risata soffocata, bagnata dalle sue lacrime. Phoenix ha veramente toccato la genialità, riuscire ad esprimere sentimenti contrastanti contemporaneamente sottolinea una grande professionalità.

Qui non c’è elogio ne critica, bensì la fine dell’antagonista classico e lo sviluppo di una profonda critica sulle cause che hanno portato l’uomo ad una serie di azioni.
Qui sarà lo spettatore a decidere cosa lo affascina di più.
Ora le critiche vere e proprie: In primis la maggior critica la faccio al finale, molto banale, che termina con la solita scena tragicomica della rincorsa al prigioniero Joker nel manicomio. Oscena la scritta finale con un font quasi ridicolo.

In secundis ciò fa tornare alla mente le altre “americanate” presenti nel film. Ad esempio l’ex collega affetto da nanismo che cerca di scappare dalla casa di Arthur, ma a causa della sua disabilità non riesce ad aprire la porta. Scene tutto sommato inutili e che tagliano molto l’atmosfera assai cupa, oscura, quasi meditativa a tratti del film.
Anche la prevedibilità di alcune scene alterna nello spettatore momenti di ansia e meraviglia a scene intuibili, salvate sicuramente dalla maestria di Phoenix e dalla notevole colonna sonora, anche se io avrei preferito al pezzo di Gary Glitter un tema stile Rammstein. Riflettendo sulla figura di Glitter però sono sicuro che la mossa non sia stata casuale, si voleva collegare infatti la simil fama di “artista del male” in un dualismo con Joker. In più il suo stile “primitivo” e delle origini del Rock è sicuramente sembrato adeguato per riflettere l’impulsività e l’emotività del Joker. Scelta ragionata che condivido solo in parte.

Ma le mie critiche non si fermeranno ad un mero “ah qui non va”. Ci sono dei passaggi assai interessanti su cui vorrei soffermarmi.
Da buon fiorentino l’ironia è il pepe della mia esistenza. Noto di come vi sia stata una grande assenza da parte della stessa in Arthur e una totalità della stessa nel Joker, ad iniziare dalla battuta de “ ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia, adesso mi rendo conto che è stata una commedia”. Questo accentua assai la trasformazione del Joker, soprattutto a livello personale. Le battute che Joker propone al Talk Show sono molto interessanti, anche se passano veloci accavallate dalle reazioni del pubblico e alle incalzanti domande di Franklin. Denotano un soggetto “nuovo” in un senso molto profondo, anche se, purtroppo non sviluppato.

È il tema della profonda disillusione di Arthur verso un mondo drasticamente immobile ove lui si sente abbattuto in un grigiore emotivo assai monotono. Lui è il tipico “io” che è reso minimo dalla necessità quotidiana, dalle futili notizie, dalle banali analisi sul reale. Joker è un “io” compiuto, pieno, anche se non totalmente consapevole. È anche una rivalsa in senso soggettivo e personalistico, un Tersite post-moderno, liquidatore dell’interpretazione fumettistica della kalokagathìa e di un sistema che, incapace di rinnovarsi, collassa. Questa opera si pone come risposta, attualizzante, di un simbolo pop, per annunciare un messaggio, anche se imperfetto, di una possibile rivolta, ma che, almeno nel film, non sarà rivoluzione. Un sistema che crolla per non esser sostituito, mentre l’uomo disilluso si risveglia nella sua primordiale follia.

“La barbarie è lo stato naturale dell’umanità”, disse l’uomo della frontiera guardando ancora seriamente il cimmero. “la civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie alla fine deve sempre trionfare”.
Robert E. Heward, Oltre il Fiume Nero.

Niccolò Musmeci 

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