venerdì, 10 Aprile, 2020

Kalimera addio

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Il presidente del consiglio ha suscitato scandalo per aver giudicato il ventennio scorso improntato a una ‘rissa permanente’. Non obietto. E’ la tesi che abbiamo sostenuto a lungo. Addirittura, tre anni fa, costruimmo un ‘processo‘ alla Seconda Repubblica che ebbe un certo successo.

E’ proprio lì la causa maggiore del fallimento del periodo post tangentopoli. Partiti che ritenevano l’avversario un pericoloso nemico – comunisti gli uni, usurpatori gli altri – coalizioni eterogenee, e dunque litigiose – Lega di qua, Rifondazione ed altri di là – governi instabili – nove esecutivi nove in meno di vent’anni, peggio della prima repubblica – riforme annunciate e raramente realizzate. Questi i fatti. Nel merito, il primo lustro dell’Ulivo fu promettente e il programma riformista. Ma la frontiera tra berlusconismo e antiberlusconismo si rivelò comunque impenetrabile e la Repubblica povera di significativi cambiamenti.

Da italiano, non mi dolgo della morte dei due schieramenti. Mi preoccupo invece di ciò che accade. Da Giolitti in poi, le divisioni nella sinistra hanno reso prigioniera e soccombente la sinistra. Un vizio antico. Noi ne sappiamo molto ma ne sanno qualcosa anche la SPD, i socialisti francesi nelle presidenziali vinte da Sarkozy, i laburisti prima di Blair, forse, e non lo auspico, dovranno temere il fenomeno gli spagnoli di Pedro Sanchez. La divisione non corre più lungo il confine riformisti/ massimalisti perché l’esplosione del populismo, un tempo via di fuga tradizionale della destra, ha contaminato anche frange della sinistra. Spingendola su posizioni radicali. Prima che la realtà si facesse beffa degli illusionisti.

La sinistra ha almeno tre nodi da sciogliere per essere credibile e competitiva. Deve proporre un nuovo patto fondativo dell’U.E. L’unione monetaria, pensata per unire, lacera. L’Europa, travolta dalla globalizzazione e dalla crisi, carente di una politica estera corale, se non cambia rischia di restare ai margini. E’ tempo di puntare a una federazione di stati prima che la Germania, e i Paesi ad essa più legati, facciano di testa loro.

Il sogno dei migranti non è un temporale estivo. E’ destinato ad aumentare, provocato dalle tragedie mediorientali, asiatiche e africane. E’ pericolosa la propaganda di Salvini, inefficace l’appello di monsignor Galantino. Dobbiamo accogliere i profughi e accompagnare al confine i clandestini. Rivedere gli accordi di Dublino e redigere norme europee sul diritto di asilo. Condividere con l’Europa le responsabilità. E superare certo multiculturalismo ‘peloso‘: chi vive nei nostri confini non può nè infibulare la figlia minorenne nè obbligarla a un matrimonio coatto, deve accettare la parità tra uomo e donna e rinunciare al tribunale della Sharia. Bisogna gridare forte che i diritti di libertà conquistati in Occidente sono la strada maestra e che è meglio vivere in un Paese dove Stato e Religione sono entità separate.

Ultimo. Pensare non solo alla redistribuzione ma alla creazione della ricchezza, puntando sul merito, favorendo l’inclusione, giudicando impresa e professioni non un male necessario ma pilastri della società al pari di un artigiano, di un commerciante, di un manovale al freddo sopra un’impalcatura. Al pari di un tuta blu. Il rutilante processo di riforme avviato in Italia richiede ora un progetto organico, una strategia politica di lungo periodo e una coalizione sociale. Sono indispensabili e il premier deve preoccuparsene come ciascuno di noi. Dubito possano far parte di questo percorso i ‘kalimera’ nostrani o il duo Grillo-Casaleggio. In prospettiva, sono destinati a giocare nella stessa metà del campo. A cominciare dal Senato.

Riccardo Nencini

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