venerdì, 27 Novembre, 2020

Kamala Harris e le “E-lezioni americane”. Il Nuovo numero di Mondoperaio

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Chi nei giorni scorsi ha seguito il lungo e complesso scrutinio dei voti espressi nelle elezioni presidenziali americane (e sta seguendo con apprensione l’escalation ostruzionistica di Trump) probabilmente avrà dimenticato l’enfasi con cui trent’anni fa qui da noi si magnificavano i sistemi elettorali in grado di stabilire un vincitore “la sera stessa delle elezioni”. Ed avrà anche dimenticato – nell’apprezzare l’elogio della moderazione indirizzato a Joe Biden – il perentorio “o di qua o di là” con cui nel 1994 venne liquidato perfino Segni, e prese piede quel bipolarismo muscolare che ha caratterizzato il nostro sistema politico almeno fino a due anni fa (e che in qualche modo riaffiora ancora nello stato d’emergenza in cui ci troviamo).
Nelle pagine che seguono Marco Plutino ci rinfresca la memoria, rievocando il clima in cui, nei primi anni ’90, “il futuro del paese è stato presentato come diretta conseguenza di una clausola di sbarramento, di un doppio turno a ballottaggio flessibile, di un monoturno con scheda doppia […] di un modellino formale capace di consegnare un paese al suo futuro con tanto di corredo bibliografico e citazioni d’importazione”, come scrisse allora Mauro Calise (Dopo la partitocrazia, Einaudi, 1994). E ci ricorda anche che l’alternanza (unica promessa mantenuta dalla seconda Repubblica, almeno fino al 2018) ha avuto a che fare più con la dinamica del pendolo che con la dialettica dei programmi.
Del resto nei primi vent’anni del nuovo secolo non sono mancate le occasioni per demistificare le mitologie che hanno avuto corso nell’ultimo decennio del secolo scorso. Il “modello Westminster” non ha sconsigliato Cameron dal correre l’avventura del referendum sulla Brexit, né sembra oggi in grado di governarne le conseguenze. Il mitico “doppio turno alla francese” non ha impedito a Macron di vincere le presidenziali del 2017, né sembra in grado di rianimare i duopolisti della V Repubblica dopo lo scivolone di tre anni fa. Ed in Germania governa una Grosse Koalition, anche se nei Lander l’alternanza funziona ancora, e resta fermo l’antemurale contro l’estrema destra.
La verità è che il mondo è attraversato da una tempesta magnetica che ha messo fuori uso tutte le bussole di cui disponevamo: non solo per effetto della pandemia, ma già a causa della globalizzazione senza regole che produsse la crisi finanziaria del 2008, e della miopia con cui l’Occidente decise di farvi fronte. Ed ora che la pandemia ci ha costretto ad un imprevisto quanto salutare pit stop è il caso di ridefinire i cleavages attorno ai quali si formano i sistemi politici: a partire, magari, da una riflessione sulle origini e sulle conseguenze della stessa pandemia, come ci invita a fare più avanti Pietro Rossi.
L’Unione europea, fortunatamente, ha già cominciato a farlo, invertendo la rotta dell’austerità ed
inaugurando l’epoca del debito comune, con tutte le conseguenze che ne deriveranno anche sul piano politico e istituzionale: con buona pace di quanti, dalla Polonia all’Ungheria, mettono i bastoni fra le ruote pur di non rinunciare alle violazioni dei diritti civili di cui sono responsabili (e che meriterebbero sanzioni non solo economiche).
In Italia, invece, si naviga ancora a vista: innanzitutto a livello di governo. Nel numero scorso della rivista avevo già avuto modo di auspicare che il presidente Conte fosse meno furbo e più saggio: ma ora comincio a dubitare anche della sua furbizia, stretto come si è messo fra le valutazioni del Comitato tecnico- scientifico e quelle delle regioni nel graduare le misure restrittive.
Ovviamente la colpa non è solo sua. E’ di quanti – dal Quirinale a Montecitorio ed a Palazzo Madama – non hanno finora saputo usare altro che una sempre più esile moral suasion per ottenere il coinvolgimento del Parlamento nelle decisioni da prendere. Eppure non sarebbe stato difficile. Sarebbe bastato costituire una ristretta commissione – come tante ce ne sono state – per esaminare i decreti del presidente del Consiglio senza le lungaggini dei dibattiti in aula, e senza offrire all’opposizione alibi vittimistici come quelli dietro i quali ha potuto finora nascondere le proprie carenze strategiche.
Ma tant’è, dal momento che questa legislatura è nata dal collasso di un sistema ancora fondato sulle mitologie degli anni ’90, e si è sviluppata con quella singolare versione della “democrazia dell’alternanza” per cui lo stesso presidente del Consiglio si è trovato a guidare due maggioranze antitetiche: mentre il partito di maggioranza relativa si sta interrogando sulla sua stessa identità, come documentiamo nelle pagine che seguono.
Ma torniamo agli Usa ed alla transizione dal populismo che – impuntature di Trump permettendo – si sta realizzando. Con tutto il rispetto per una vecchia volpe dell’establishment come Biden, non c’è dubbio che la vera novità della performance democratica è rappresentata da Kamala Harris: e – quel che più conta – si tratta di una novità che si manifesta senza il codazzo di “nuovisti” che generalmente accompagna l’emergere di una leadership.
In Italia invece, nell’ambito del centrosinistra, pullulano iniziative all’insegna del rinnovamento: a
testimonianza della scarsa capacità inclusiva del Pd, ma anche della scarsissima disponibilità cooperativa degli innovatori. Né si vede qualche Kamala Harris in grado di mobilitare energie nuove specialmente fra i giovani, come è avvenuto in America: perfino le “sardine” dell’anno scorso hanno dovuto prendere atto che la loro identità si fondava soprattutto sul non più praticabile assembramento.
Eppure, specialmente in Italia, spetterebbe alla nuova generazione aprire quel capitolo nuovo che è
necessario se non si vuole precipitare nell’irrilevanza. Innanzitutto perché è una generazione di innocenti: che ovviamente non ha colpa del degrado della prima Repubblica (e neanche dell’altrettanto degradante mattanza che ad essa ha posto fine): ma che non è nemmeno stata complice dell’inconcludenza della seconda. E poi perché rischia di restare sepolta in un interregno fatto solo di mascherine e di banchi a rotelle.
Niente come lo sgangherato confronto che si è aperto sull’apertura delle scuole e delle università, del resto, può essere propedeutico ad un risveglio generazionale: magari per denunciare una didattica a distanza dal lavoro ed in presenza della solita cattedra, per richiamare le considerazioni che in questo numero della rivista svolgono Luigi Campagna, Silvia Kanizsa e Luciano Pero. E per esigere un “ristoro” non monetizzabile, come sarebbe una strategia per lo sviluppo a carico di un fondo che bene o male si intitola alla next generation. E pazienza se all’orizzonte non si vede nessuna Kamala: anche in politica, talvolta, la funzione crea l’organo.


Roma, 16 novembre – E’ in distribuzione il numero di novembre di Mondoperaio, la rivista di cultura politica
fondata da Pietro Nenni.
Luca Visentini, segretario generale della Confederazione europea dei sindacati, rilascia un’intervista a Raffaele Tedesco in cui si sofferma molto sull’importanza del vertice di Bruxelles dello scorso luglio, che giudica “rivoluzionario, perché siamo arrivati alla definizione di una mutualizzazione dei debiti […] Un debito europeo comune, ma anche una soluzione alla crisi comunitaria: tutto diverso da ciò che avvenne rispetto alla crisi finanziaria del 2008”.
Anche Maurizio Martina, membro della segreteria del Pse, ed il condirettore di Mondoperaio Tommaso
Nannicini, membro del Comitato scientifico della Feps, osservano che rispetto alla doppia crisi del 2008 e
del 2011 oggi l’Europa c’è: “Gli errori di quel periodo e di una malintesa austerità sono stati capiti e si è evitato di ripeterli di fronte alla crisi economica e sociale innescata dalla pandemia”. Tuttavia la
contraddizione di fondo è che le istituzioni europee operano senza una politica a livello europeo. Perciò “le forze europeiste e progressiste devono dare battaglia perché il programma Next Generation EU rappresenti l’embrione di una futura Unione fiscale”, e “il Partito socialista europeo deve farci una battaglia politica forte e trasparente”.
Pietro Rossi, professore emerito di Filosofia della storia all’Università di Torino, propone una riflessione sul
dopo pandemia che si svilupperà nei prossimi numeri della rivista e che fin d’ora registra l’intervento di
Luigi Capogrossi. Per il filosofo, “se la pandemia del 2020 sarà sconfitta, dobbiamo sempre aspettarci
l’insorgenza di altri microrganismi e il loro attacco mortale. I confini della ‘storia globale’ si sono allargati: se
i virus sono sempre stati presenti nella nostra esistenza, e continueranno a farne parte, oggi essi sono
entrati a far parte integrante della nostra storia”. Infatti “nel futuro del mondo globalizzato ci sarà sempre
la possibilità di un attacco da parte di questo o di altri tipi di microrganismi”, per cui “all’umanità possono
ben prospettarsi sorti ‘progressive’, ma certamente non altrettanto ‘magnifiche’”.
La rivista pubblica, a cura di Piero Pagnotta, una sintesi della ricerca condotta da Domenico De Masi sulla
cultura politica del Movimento 5 stelle in vista degli “Stati generali”, ed un commento di Tommaso
Gazzolo, docente di Filosofia del diritto all’Università di Sassari, il quale paventa fra l’altro che attraverso la
politica dei sussidi si giunga ad una “proletarizzazione universale”.
Sergio Chiamparino ricorda Giusi La Ganga, recentemente scomparso; Stefano Rolando pubblica brani del suo libro-intervista con Piero Bassetti, da poco in libreria; il costituzionalista Marco Plutino ripercorre il trentennio della “transizione italiana” che è alle spalle della crisi del nostro sistema politico; Luigi
Campagna, Silvia Kanizsa e Luciano Pero propongono una radicale riforma del nostro ordinamento
scolastico.
Completano il fascicolo, illustrato da Bruno Pellegrino, gli interventi di Ugo Intini, Gianfranco Savino,
Matteo Monaco, Giuliano Cazzola, Celestino Spada, Maurizio Ballistreri, Roberto Sajeva, Danilo Di
Matteo, Roberto Campo, Salvo Leonardi, Vittorio Emiliani e Bruno Zanardi.
Nel suo editoriale il direttore Luigi Covatta auspica che anche in Italia – come è avvenuto negli Usa attorno
a Kamala Harris – ci sia una iniziativa delle nuove generazioni “per esigere un ‘ristoro’ non monetizzabile,
come sarebbe una strategia per lo sviluppo a carico di un fondo che bene o male si intitola alla next
generation”.

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