venerdì, 4 Dicembre, 2020

Kepel: Sicurezza europea e NATO a rischio con Trump. Attrezzarsi su sfide Turchia e Russia

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Ripensare e ridefinire natura, livello e intensità delle relazioni tra Europa, Stati Uniti e l’organizzazione transatlantica comune della sicurezza, di fronte alle nuove sfide contemporanee. Procedere poi  con certezze non più tali, dinanzi ad una politica estera della Casa Bianca molto differente dal passato. 
E quale approccio verso i paesi MENA, Medio Oriente e Nord Africa, sempre più in bilico tra disinteresse statunitense e nuove presenze assertive, non stabilizzatrici e rassicuranti nella regione, come Ankara e Mosca?

 

L’Avanti! on line, in una intervista, approfondisce alcuni aspetti di questo scacchiere parlandone con il professor Gilles Kepel, politologo, arabista, direttore scientifico della Middle East Mediterranean Freethinking Platform dell’Università della Svizzera italiana e autore di numerosi testi, tra cui il recente ‘Dobbiamo uscire dal caos’, edito da Raffaello Cortina. Recentemente Kepel è anche intervenuto in apertura della conferenza organizzata dalla NATO Defense College Foundation ‘Arab Geopolitics 2020’.

 

Professor Kepel, lei individua quattro criticità, autentiche sfide per l’Occidente europeo, nel campo della sicurezza e dei rapporti Europa-Usa, particolarmente turbolenti e polemici,
E focalizzando il caso anomalo della Turchia e aspetti della sua politica, in particolare l’installazione dei missili S-400 comperati da Mosca e non compatibili con l’armamento alleato, rileva come altrettanto equivoco l’invio in Libia di truppe di due potenze non previste, Mosca e Ankara.
Inoltre, lei sottolinea la necessità di assumere direttamente nelle mani dell’Unione europea la questione della sicurezza del Vecchio Continente, registrando, intanto, come importante la risposta economico-finanziaria di Bruxelles per fronteggiare l’emergenza Covid-19.
Tutti questi elementi, peraltro, devono registrare e verificare le incertezze, se non la oramai poca attenzione, degli Stati Uniti nello scacchiere Mediorientale e del Mediterraneo allargato.
La politica trumpiana della fine conclamata del multilateralismo, con l’inaugurazione di rapporti bilaterali talora anche molto tesi, ha messo in seria discussione l’Alleanza, ma quali i reali rischi per la NATO e l’Europa?

Per la NATO l’unica strada per sapere se continuerà ad esistere è una: la data del 3 e 4 novembre negli Stati Uniti.
Se Trump rimarrà al potere, la NATO sarà probabilmente finita. Per noi europei l’esistenza stessa della NATO voleva e vuol dire che noi non abbiamo bisogno di lavorare per la nostra sicurezza e la nostra difesa che è, infatti, affidata a un’altra entità plurinazionale ed extraeuropea, appunto all’America.
Abbiamo costruito l’Unione europea, probabilmente, perché le spese della difesa erano pagate soprattutto dagli americani e questo ha funzionato finché è arrivato al potere Trump.

 

Il presidente statunitense, sin dal suo ingresso alla Casa Bianca, ha dichiarato ripetutamente ed anche ruvidamente che gli europei devono contribuire sempre di più alle spese dell’Alleanza atlantica. Vi sono stati molti scambi polemici e innumerevoli botta-e-risposta tra gli alleati, francesi e tedeschi in primis. Ma il 4% del Pil nazionale reclamato da Trump per le spese militari e per la funzionalità della Nato è ben lontano da essere raggiunto (oggi a malapena al 2%), specie con la crisi causata dall’emergenza sanitaria mondiale. Cosa ne pensa?

Certamente. Ma se stiamo ai fatti e alle cifre, d’altra parte, il contributo dell’Europa in cifre era un contributo minimo, ed era comunque la conseguenza di una decisione presa in America, dalla Casa Bianca.
E forse era una cosa molto importante, perché vi era la Guerra fredda ed il serrato confronto tra Washington e Mosca.
Ora è molto diverso, perché gli interessi dell’Europa passano necessariamente anche per la propria difesa. E’ chiaro che non vi è più questo precipuo interesse da parte della presidenza attuale degli USA.

Quindi, non si può più affidare la nostra difesa e la nostra sicurezza ad un paese che non ha più molto interesse sulla situazione nel Mediterraneo e per il Vecchio Continente.
Adesso, in questo modo, noi paghiamo un prezzo molto elevato per questo disinteresse americano, e lo si registra nettamente con la crescita e la presenza sempre più marcata sia della Turchia che della Russia nella regione. Non si manifesta alcun interesse da parte di Washington su questo.

 

Molti sono i motivi di preoccupazione per la stabilità mediterranea e per i difficili rapporti con Ankara all’interno della Nato, e almeno di un forte attrito tra almeno quattro alleati, la Turchia con Grecia e Cipro e con gli Stati Uniti.

L’esempio della Turchia è veramente enorme, dopo la provocazione simbolica del 24 luglio scorso, quando Erdogan è venuto alla prima preghiera del venerdì alla inaugurazione di Santa Sofia come moschea, e quando l’Imam (che è anche ministro per gli Affari religiosi, Ali Erbas, NdR) ha fatto la predicazione con la spada della Conquista, cioè ricordando che loro erano per riconoscere anche simbolicamente un ritorno al 1453, all’Impero Ottomano, e tornare a un secolo prima della firma dei trattati della Prima Guerra Mondiale.

E poi, quando vediamo qual è la politica estera regionale non solo della Turchia con questo ritorno all’Impero. E anche approfittando della debolezza degli altri arabi di orientamento sunnita.

Oggi, in Arabia Saudita, il principe Mohamed Bin Salman non è più veramente interessato ad essere lo scudo del salafismo, ma punta verso un’altra impostazione per costruire il futuro del regno, con la gioventù, l’americanizzazione, il lavoro.
Questo, per certi versi, indebolisce la funzione dell’Arabia Saudita come pilastro del sunnismo. C’è un vuoto che si è creato, e lui ha capito che può rappresentare l’incarnazione dell’islamismo politico. Anche probabilmente sia contro l’Occidente che contro Israele e contro, naturalmente, gli sciiti.

 

Professore, oltre il disinteresse nella regione MENA, lei vede come cruciali le elezioni presidenziali a Washington e, come diceva, se vi sarà la conferma di Trump, la NATO potrebbe addirittura, nei fatti, andare disgregandosi. Ma spesso, dopo le parole roboanti, gli interventi duri e polemici ed i tweet clamorosi, non c’è stato molto altro, se non, ad oggi, il futuro ritiro e ridislocazione altrove dalla Germania di una parte delle truppe Usa.
Ma come fare con il solo pilastro nucleare della ‘Force de frappe’ di Parigi e i britannici nella NATO, ma non più nell’Ue? Quale la strada per trovare una possibile posizione comune intra-alleata e tra gli alleati con Washington? E che architettura della sicurezza si può costruire tra gli europei?

Sì, perché la Gran Bretagna è oramai fuori dall’Unione europea e ha anche da affrontare il problema della questione di Hong Kong con Pechino. Un grande errore quella scelta e sarà un problema enorme per Londra.
Ora tutto dipende dagli investimenti. I paesi europei hanno la capacità finanziaria di costruire una difesa comune, ma manca loro la reale volontà politica.
E in più, oggi bisogna affrontare le conseguenze del virus a livello economico internazionale. Inoltre, dobbiamo considerare il fatto che il Coronavirus è, di fatto, l’arma di distruzione di massa cinese e che potrebbe essere impiegata per un’azione bellica e scatenare la Terza Guerra mondiale, ma senza sparare un colpo.

 

Lei la vede così grave, professor Kepel?  

Sì, bisogna registrare che fino ad ora non è accaduto nulla di così serio, ma potrebbe.

 

A questo proposito, ci sono molto più che dei semplici sospetti sulle attività di Pechino. A parte i dissidi commerciali che datano dall’avvio della sua presidenza, Trump ha imbastito una polemica quotidiana martellante proprio sulla gravità della propagazione del Covid-19, entrato oramai nel suo lessico come “virus cinese”.

Io non sono complottista, ma il presidente Trump ha ragione, in via di principio. Il virus è effettivamente uscito da un laboratorio di Wuhan. Non sappiamo se è accaduto per errore o se era qualcosa di voluto ed intenzionale, ma fatto è che vi è stata una diffusione, poi propagatasi nei mercati degli animali, luoghi diversi da dove era uscito.
Si è vista la diatriba di quei giorni, poi con il Consolato statunitense che è stato chiuso dai cinesi come reazione alla chiusura di quello cinese di Houston, ma perché poi erano loro, nel cuore di Pechino, nell’incapacità di capire quel che era veramente successo. I cinesi, senza dubbio, hanno provocato questo enorme problema.

Un’ultima sua riflessione guardando a Est, professor Kepel. E’ concreto e quanto incide l’attivismo, la intromissione russa nei paesi NATO sotto l’aspetto della cybersecurity e della informazione, quando non appare come aperta propaganda moscovita. E il sostegno del Cremlino a certuni movimenti politici nelle contese elettorali? Oppure si tratta di una esagerazione?

No, i russi sono presenti soprattutto attraverso i loro media, Sputnik e Russia Tv, che sono apertamente dei mezzi di propaganda russa. Questo è veramente importante perché, poi, in realtà non sono in grado di esercitare veramente un’influenza. In Francia hanno appoggiato l’estrema destra di Marine Le Pen. Forse, probabilmente, e molto più importante, vi sono riusciti in Italia sostenendo Salvini. O anche in Germania, dove hanno guardato con attenzione ad AfD, l’Alternative für Deutschland.

E questo è possibile e si può fare perché la NATO è indebolita. Cioè questa è la nostra sfida come Europa. Non si può più lavorare con una Alleanza atlantica che era un’idea, una organizzazione che si è evoluta, poi ricostruita e riadattata in chiave di lotta al terrorismo. Non dico che il terrorismo sia totalmente finito, ma Daesh, il gruppo armato altrimenti detto Isis, non ha più la capacità di colpire. Ma ora bisogna rispondere alle nuove sfide, affrontando la nuova realtà.

 

Un’ultima considerazione sulla Cina, sul fronte della tecnologia e della concorrenza. La discussione tra i decisori politici verte, da tempo, sull’eventuale spionaggio industriale ed il controllo dei cittadini attraverso il 5G e se Huawei sia o meno un cavallo di Troia del regime pechinese entrato in Occidente. Alcuni paesi del Vecchio Continente sono indifferenti, altri avversano profondamente questo conglomerato. Lei cosa ne pensa?

Credo che adesso anche i britannici si siano convinti e, quindi, costretti a non utilizzare Huawei.  Questo vuol dire non essere in grado di identificare la tecnologia che la Cina usa in Europa. E’ una questione aperta, comunque.

 

Roberto Pagano

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