martedì, 22 Ottobre, 2019

Kobane. La sfida di Ankara

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Kobane-resisteSventola la bandiera nera dell’Isis sulle colline di Kobane, città crocevia tra Siria e Turchia, nonché terza città curda della Siria, in questo modo l’Isis si prepara a impadronirsi della zona al confine con la Turchia. Per i curdi e le milizie peshmerga che da giorni combattevano senza sosta, l’entrata degli jihadisti a Kobane è un disastro, ma non solo per loro, perché la città potrebbe rappresentare un Rubicone nell’equilibrio dello scacchiere internazionale.
Innanzitutto Damasco considererebbe un intervento militare turco in Siria come una «aggressione», ha affermato il ministro degli Esteri siriano Walid al Muallem, dando notizia di una lettera di proteste inviata dal suo governo al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e al Consiglio di Sicurezza. Sulla stessa linea, anche se con toni più misurati, l’Iran, grande sostenitore del regime di Bashar al Assad, e non per ultimo l’Iraq che considera un intervento turco oltre confine una «violazione della sovranità irachena».

Ma nella realtà dei fatti Kobane è soprattutto il pretesto turco per rimettere in gioco la questione curda, Ankara ha inviato più di una dozzina di carri armati sulle colline della città del confine siriano di Kobane, ma i carri armati non hanno risposto al bombardamento delle milizie islamiche, e anzi, secondo alcune voci avrebbero sparato sui curdi, venuti da ogni parte della Turchia per aiutare i fratelli siriani e costretti scontrarsi con la gendarmeria e l’esercito che impediscono ai volontari di attraversare la frontiera.

La Turchia finora si è solo limitata a gesti di auto-difesa contro lo Stato islamico e nonostante le promesse di un ruolo più attivo nella guerra. Nella posta in gioco c’è, non solo il riconoscimento dei Curdi, contro cui i turchi combattono da più di trent’anni, ma anche una politica estera turca più chiara. “Dopo avere investito sui fondamentalisti in Egitto e sui radicali islamici in Siria, Erdogan deve vendere una nuova posizione della Turchia più credibile nei confonti degli alleati atlantici e americani”, dice Nuray Mert, editorialista di Hurriyet.

La questione dell’opposizione al regime siriano di Assad si è ripresentata sul banco di prova di Erdogan, tanto che il rappresentante del Democratic Union Party (PYD), ha avuto un lungo incontro con i funzionari dei servizi segreti turchi il 4 ottobre in mezzo all’assedio jihadista in corso della città curda di Kobane.

Durante l’incontro, il leader curdo è stato invitato a “prendere una posizione aperta contro il regime siriano” e a unirsi all’esercito siriano libero contro il presidente Bashar al-Assad. Ankara ha poi chiesto in cambio del sostegno e del rifornimento di armi ai combattenti curdi al PYD di prendere le distanze dal partito fuorilegge dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

Il rifiuto da parte del leader curdo, quindi, ha rappresentato la capitolazione della città di Kobane, nella totale indifferenza di Ankara.
La questione è ormai curda e non può essere ignorata ancora: dopo le numerose battaglie da parte dei combattenti peshmerga l’identità di una popolazione non potrà essere nascosta sotto il tappeto. La sconfitta di Kobane rappresenta l’occasione d’oro per Erdogan di poter negoziare con i curdi e i siriani la sua eventuale discesa in campo contro l’Isis. Ma nella guerra che si preannuncia Ankara può ancora rimettere sul banco la sua potenza: per quanto valorosi i curdi non dispongono di un esercito forte e regolare.

Secondo Mehmet Gurses, professore di scienze politiche alla Florida Atlantic University la tattica di Ankara è di lasciare che i due nemici si indeboliscano a vicenda e in questo modo Erdogan può guadagnare potere negoziale e tentare di spingere il PYD ad entrare nella coalizione anti-Assad, “un obiettivo strategico che la Turchia fortemente condivide con gli Stati Uniti”.
Da parte occidentale ci si limita a raid totalmente inutili, come sottolineato dagli stessi curdi che combattono da soli una guerra contro il terrorismo islamico, tra slogan atlantici e  i turchi che stanno a guardare.

Maria Teresa Olivieri

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