domenica, 5 Aprile, 2020

La Bolivia prova a uscire dal caos. Elezioni a maggio

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La Bolivia, dopo il colpo di stato che ha deposto il legittimo presidente della Repubblica, Evo Morales, è piombato nel caos istituzionale e sociale.
Il presidente Morales è fuggito prima in Messico e in seguito in Argentina, per garantire la propria incolumità e quella dei suoi familiari. Il piccolo paese, con capitale La Paz, che si trova nella parte centrale del Sud America, con un territorio variegato che va dalla catena delle Ande al deserto di Atacama, fino alla foresta pluviale del bacino dell’Amazzonia, ha vissuto un periodo di grande confusione e violenze, proteste popolari e una feroce repressione delle forze militari.

Le violenze degli ultimi mesi hanno rappresentato il tentativo di imporre un nuovo ordine costituito, senza alcuna legittimazione popolare e democratica. Tuttavia, da pochi giorni sono state fissate le nuove elezioni presidenziali e parlamentari per il 3 maggio 2020.
Il caos politico boliviano ha avuto inizio con le contestate elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre: gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), un’organizzazione che subisce una forte influenza dal governo Usa, hanno denunciato delle irregolarità nelle procedure elettorali adottate.
Il risultato elettorale aveva fatto registrare una nuova vittoria per Evo Morales, 60 anni, al quarto mandato presidenziale, al potere dal 2006 e leader del Movimento per il Socialismo (Mas).
Occorre ricordare come negli anni passati, Evo Morales abbia goduto di un largo consenso popolare, grazie alle politiche di giustizia sociale realizzate in poco più di un decennio.
In politica interna Evo Morales, già dal 2006, ha avviato il proceso de cambio, contraddistinto da tre elementi: riforma della Costituzione, nazionalizzazione degli idrocarburi e politiche sociali.

Morales rimarrà nella storia boliviana in quanto primo capo di Stato indigeno e leader dei cocaleros, i coltivatori di coca. Il leader del Mas, nell’azione di governo, ha provato a realizzare il concetto di Suma Qamaña, la buona vita, che esprime la necessità di uno stabile equilibrio spirituale e materiale dell’individuo e la conseguente relazione armoniosa con tutte le forme di vita.
Queste politiche sociali hanno permesso di eliminare l’analfabetismo e l’elevato tasso di povertà presenti in Bolivia, uno dei più alti dell’intero continente latinoamericano.
Tuttavia nell’autunno del 2019, in seguito alle proteste popolari contro la rielezione di Morales, nello scorso novembre, il presidente ha deciso di indire nuove elezioni, come richiesto dalle opposizioni, per frugare ogni dubbio in merito alla legittimità della tornata elettorale.
Tuttavia, la richiesta proveniente dalle opposizioni di destra una volta esaudita, ne ha dimostrata la totale strumentalità.
Infatti, l’obiettivo reale non era quello di svolgere nuove elezioni ma di bandire Morales e il Mas dal governo del Paese, cancellare le conquiste sociali dei popoli indigeni e tornare a un neocolonialismo liberista a stelle e strisce.

Il 10 novembre, l’allora presidente in carica ha dovuto dare le dimissioni, a seguito dell’esplicita richiesta del comandante delle forze armate, ed è stato costretto a ritirare all’estero in Messico.
Il giorno dopo, la senatrice di opposizione e avvocata Jeanine Áñez, seconda vicepresidente del Senato, ha assunto l’incarico di capo di Stato ad interim.
Si è trattato, con tutta evidenza, di un’auto proclamazione seguita dall’entrata in vigore del coprifuoco. Ha avuto inizio la feroce repressione delle forze dell’ordine con il preciso obiettivo di soffocare i movimenti di protesta e, in particolar modo, colpire le comunità indigene, i cocaleros e i campesinos, storicamente a sostegno di Evo Morales.
Tornando alla più stretta attualità, con l’indizione delle nuove elezioni presidenziali e parlamentari per il 3 maggio, i riflettori sono tutti puntati sui candidati alla presidenza.
In particolare, sulla possibilità di vedere un altro socialista al potere, dopo l’era Morales.
I primi sondaggi vanno in questa direzione: il candidato del Mas, Luis Alberto Arce Catacora, ex ministro dell’Economia nei governi Morales, con il 31,6% delle preferenze, stacca di dieci punti il candidato di una parte dell’opposizione, Carlos Mesa fermo al 17,1%. L’attuale presidente Áñez raccoglie solo il 16,5% delle preferenze nei sondaggi. Questi dati rappresentano una tendenza favorevole alla vittoria del fronte socialista, anche nelle contestuali elezioni per il rinnovo del parlamento. I dati negativi per le opposizioni di destra trovano una spiegazione anche nelle profonde divisioni presenti in quel campo politico.
La situazione boliviana appare ancora incerta e i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro della democrazia di quel paese.

In attesa del pronunciamento del Tribunale elettorale, controllato dalle opposizioni, che potrebbe bloccare per irregolarità burocratica la candidatura di Arce e quella al seggio senatoriale di Evo Morales.
Le istituzioni locali sono deboli, dopo la repressione dei mesi scorsi e i diritti umani violati.
In questo senso, anche l’ONU ha espresso la propria preoccupazione, chiedendo a tutti i protagonisti, politici e popolazione civile, di agire, in vista delle elezioni di maggio, nel pieno rispetto delle regole democratiche, della trasparenza e dei diritti.

Paolo D’Aleo

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