domenica, 29 Novembre, 2020

La Cina in festa, a Hong Kong continua la protesta

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In questi giorni la Cina è impegnata nelle celebrazioni del settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare, mentre continua a tenere banco la questione di Hong Kong. Nella capitale Pechino si è svolta una imponente parata, una dimostrazione di forza militare. Si è trattato della più grande parata militare dalla fondazione dello stato comunista, per mano di Mao Tse-Tung.

In piazza Tienanmen, hanno sfilato 15 mila soldati dell’Esercito di liberazione popolare cinese, 160 tipologie di aerei da guerra e 580 sistemi d’armi, tra cui dei missili balistici intercontinentali. In occasione della storica ricorrenza, il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato: «La Cina si batterà per la completa riunificazione del Paese», con un chiaro riferimento a Macao, Hong Kong e Taiwan.
«Non c’è forza che possa scuotere le fondamenta di questa grande nazione- ha proseguito Xi Jinping- Nessuna forza può fermare il popolo e la nazione cinese dal continuare nei propri progressi». Di fronte ai toni perentori utilizzati dal massimo leader della Repubblica popolare è insorta Taiwan che ha ribadito la propria autonomia e affermato, nuovamente, una netta contrarietà al tentativo di annessione della provincia ribelle da parte di Pechino, secondo il principio noto come “un Paese, due sistemi”.

Ma la situazione più esplosiva, per gli equilibri del regime, continua a essere rappresentata da Hong Kong, dove la società civile prosegue la mobilitazione per ottenere maggiore democrazia e libertà, nonostante la repressione della polizia locale.
Il primo ottobre si è registrata l’ultima manifestazione con annessi feriti e arresti: uno studente di 18 anni, Tsang Chi-kin, è rimasto ferito al torace da un colpo sparato dalla polizia di Hong Kong durante le proteste. Le condizioni di Tsang Chi-kin sono stabili, come riportato dal Queen Elizabeth Hospital, struttura sanitaria dove il ragazzo è ancora ricoverato a seguito di un intervento d’urgenza.

Lui come altri 77 manifestanti, tutti molto giovani, sono accusati formalmente di ribellione e assalto alle forze dell’ordine. Il loro caso sarà trattato dalla Sha Tin Court.
Dunque, continua la repressione e la sospensione dello stato di diritto nel territorio autonomo del sudest della Cina.
Come riporta oggi il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, il governo locale, guidato dalla governatrice Carrie Lam, sta pensando di mettere al bando l’uso delle maschere nelle pubbliche proteste, come giro di vite al movimento pro-democrazia che da diversi mesi sta scuotendo la città.

In questo modo tornerebbe in vigore la legislazione di emergenza del periodo coloniale.
A tutti gli effetti, questi nuovi divieti e la continua repressione delle forze di polizia destabilizzano il precario equilibrio della regione amministrativa speciale della Cina.
Dal 9 giugno si susseguono le proteste che hanno coinvolto un fiume di manifestanti, con i loro ombrelli colorati, a dimostrazione che esiste una forte opposizione politica nei confronti della Repubblica popolare cinese.

In altre parole, le proteste che vanno avanti dallo scorso giugno hanno assunto, in maniera sempre più chiara, i connotati di un’estesa rivolta contro il potere centrale autoritario.
Hong Kong è legata a Pechino per motivi economici, nonostante l’apertura ai mercati globali. Tuttavia, la Cina sta operando per annettere sempre di più Hong Kong ai desiderata del governo cinese, guidato da Xi.
La fragile democrazia di Hong Kong si trova stretta tra il desiderio di maggiore autonomia, maggiore libertà e la volontà del governo cinese di completare la transizione, ovvero l’annessione di Hong Kong nella Cina continentale.
Queste preoccupazioni sono il motore della rivolta della società civile di Hong Kong. Nonostante i 100 arresti di lunedì scorso, nulla sembra fermare i manifestanti, neanche le solenni celebrazioni per i 70 anni della nascita della Cina comunista.

Paolo D’Aleo

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