martedì, 22 Gennaio, 2019

La compagnia del cigno di Ivan Cotroneo, musica e disagio giovanile

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“La compagnia del cigno” è la nuova serie tv di Rai Uno, per la regia di Ivan Cotroneo, che ne ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura con Monica Rametta. Il nome prende spunto da un gruppo di ragazzi (tra i 15 e i 18 anni), che studiano musica al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano: infatti Giuseppe Verdi era soprannominato il Cigno di Busseto. Protagonista, pertanto, è proprio la musica; i giovani sono guidati dal severo maestro e direttore d’orchestra Luca Marioni (interpretato da Alessio Boni). Nel gruppo arriva un giovane, Matteo (Leonardo Mazzarotto), così tutti gli adolescenti dovranno imparare a suonare insieme. Luca vuole insegnare loro a “lavorare con gli altri e per gli altri”, convinto che il talento da solo non basti, perché non è un merito, già lo possediamo, ed a volte va a chi non lo merita. Lui vuole da loro, tira loro fuori, l’anima, i sentimenti, la passione, l’amore e l’odio, le paure, il dolore, perché altrimenti l’esecuzione musicale sarebbe come un romanzo incompiuto, interrotto da un autore che non si sente abbastanza all’altezza di terminarlo e non può più continuare a completarlo. Una sinfonia, invece, è un’opera completa, ma per ottenerla vuole che ci mettano il cuore, perché “con il talento non ci faccio nulla” – ammonisce loro-. I suoi modi burberi non lo rendono molto simpatico alla gente, ma il suo sarà un personaggio complesso, che nasconde una personalità elaborata, che nasconde un profondo tormento interiore (con un passato ancora da chiarire e conoscere): rabbie, fragilità, debolezze, sensi di colpa, traumi ancora non superati e che andremo a scoprire pian piano. Su di lui c’è un’aura di mistero, ma sicuramente il suo è un carattere forte e deciso, determinato e ostinato: testardo, lui vuole riuscire e vuole che i suoi ragazzi trionfino e siano dei vincenti nella musica, non gli basta che ci provino. Per questo li sprona a suo modo, anche con maniere forti e brusche, opinabili, forse poco condivisibili a tratti, ma quello è il suo metodo di insegnamento. Prendere o lasciare. Del resto, o si è dentro o fuori dal gruppo. Lui è orgoglioso del suo ruolo e ritiene di essere lì per fare una selezione dei più meritevoli. Se lo scopo è anche quello di aiutare Matteo ad integrarsi, lui gli dice apertamente: “non sono qui per renderti la vita facile, ma per capire se avete talento e se non lo avete per farvi mollare”. Un po’ come quando si è in guerra: “siamo in trincea e combattiamo tutti insieme qui dentro, fuori fate quello che volete”. Per questo pretende ed esige che lo ascoltino, rispettino: “dovete seguire me, la vostra musica è nelle mie mani. Devo far funzionare questa orchestra”. Queste sue parole ci offrono un quadro degli aspetti ambivalenti che lo contraddistinguono: può sembrare un po’ burbero, irascibile, violento, presuntuoso, scontroso; ma nasconde anche della tenerezza, della comprensione e, in fondo, cerca di mettersi al servizio di questi ragazzi. Non è facile, però, perché ognuno ha i suoi problemi personali e le sue difficoltà. Per questo la musica diventa metafora della vita. “Prima di suonare bisogna chiedersi che cosa vuoi dalla vita, chi e cosa vuoi essere nella vita e cosa fare della tua esistenza”. Darsi un obiettivo, è questo il primo passo. Lo scopo finale è suonare insieme come una vera orchestra, per sé e per gli altri, con gli altri però anche.
Questo non è nuovo nella cinematografia. Anche di recente, al cinema, due film ben hanno messo in scena una storia con una trama che si reggeva su questo punto di partenza; pensiamo a “La mélodie” o a “Il maestro di violino”, in cui due musicisti in crisi devono far suonare insieme dei ragazzi (per portarli al concerto della Filarmonica di Parigi come Simon nel primo, mentre nel secondo il protagonista Laerte vorrebbe entrare all’Osesp, l’orchestra sinfonica più importante dell’America latina). Ma qui subentra l’originalità della sceneggiatura di Ivan Cotroneo. Se protagonista assoluta è la musica, i sette giovani protagonisti ne rappresentano le diverse anime (quasi le sette vite come i gatti): dalla musica pop, a quella rock, al rap, al soul, a quella classica, al jazz, alla lirica. Qualsiasi sia il genere attraverso cui si esprime, si comunica sempre la voce della propria anima, dei propri sentimenti e stati d’animo, di gioie e dolori, di malinconia, di timori, di delusioni, di emozioni, di attese, di ansie ed apprensioni. Specchio dei nostri vissuti nella vita vera e reale. La musica parla per noi e al posto nostro spesso, dice quello che non riusciamo a confessare né rivelare neppure a noi stessi. La musica è evasione. Questo è un comune denominatore, così come il fatto che tutti i ragazzi sono in fondo soli (e proprio per questo da soli non potrebbero farcela, se non stando uniti insieme); qui, però, subentrano le peculiarità di cui si serve Cotroneo per rendere più innovativa la serie tv, e sono due in particolare. La prima è che contestualizza e attualizza la vicenda nell’Italia dei giorni nostri, sfiorando uno dei principali problemi vissuti di recente: il terremoto di Amatrice. Infatti Matteo ha perso la mamma proprio in tale tragedia, in tale disastro ambientale che ha sconvolto la sua vita, tanto che crede ancora di sentirla e di (poter) parlare con lei: si tratta di Valeria, interpretata da Giovanna Mezzogiorno. E così veniamo all’altra idea particolare che ha avuto il regista alla sceneggiatura: la serie incontra il musical, trasportando lo spettatore e il pubblico in una dimensione ancor più surreale di quanto fatto coi dialoghi immaginifici di Matteo con la mamma Valeria. Infatti, in certi momenti, alcuni dei ragazzi protagonisti partono con l’interpretare delle musiche (con tanto di sottotitoli) come star di Broadway, come fossimo in un musical moderno. E una delle canzoni più belle ed importanti, che ben potrebbe descrivere l’universo de “La compagnia del cigno” è proprio “True colors” di Cindy Lauper. Un’altra circostanza molto significativa di quando ciò avviene è nei momenti in cui i genitori di uno dei ragazzi Roberto detto “Robbo” litigano e lui si estranea con la sorellina dai diverbi con la musica; vengono trasportati in una dimensione di sogno, dimenticano i problemi almeno per un attimo e provando a sognare appunto.
La musica è una questione di concentrazione, dice loro il maestro; ma ciò vuol dire impegnarsi ad ascoltare l’altro, gli altri, non essere concentrati solo su se stessi. Tanto che, spiega: “Matteo va aiutato come persona, non come talento; perché il suo talento è indiscusso, ma quello che gli è successo lo ha cambiato”, lo ha fatto chiudere un po’ in sé. Ecco, è questo il punto: le persone sono importanti. In questo anche il nome della compagnai ci aiuta: del cigno; chiaro riferimento a Giuseppe Verdi, come già spiegato, però il cigno è un animale molto fiero, vanitoso, orgoglioso e ‘pungente’ (se lo si prova ad aggredire, becca con il suo becco appuntito e può far male); elegante e affascinante, risalta tra gli altri ed è dominante anche per questo; quasi come un pavone vanitoso sa imporsi e farsi notare, si distingue. Dunque, al contempo, metaforicamente, potremmo dire che il cigno può rappresentare tanto il maestro Luca che il nuovo alunno Matteo.
Tuttavia, la compagnia del cigno sarà un pretesto per affrontare problemi sociali comuni all’umanità, della comunità (quella piccola cellula sociale che è il gruppo di canto). Infatti qui abbiamo sette ragazzi diversi, con sette personalità differenti, e diverse storie personali alle spalle, ognuno coi suoi problemi. Di Matteo abbiamo già detto. Poi c’è Barbara (Fotini Peluso), ricca, talentuosa, studiosa, un po’ isolata dal resto del gruppo, divisa a metà tra il conservatorio e gli studi al liceo classico. Poi c’è Domenico (Emanuele Misuraca) di origini siciliane. Poi c’è Sara (Hildegard De Stefano) ipovedente, ma dal carattere deciso. Poi c’è Sofia (Chiara Pia Aurora) con problemi di peso. Poi c’è Robbo (Ario Nikolaus Sgroi) che, con la sorella minore di cui si prende cura con premura, deve affrontare la crisi coniugale dei genitori. Infine c’è Rosario (Francesco Tozzi), il più rock del gruppo, figlio di un tossicodipendente affidato di una coppia milanese. Come vediamo la musica coinvolge, tutti è di tutti (anche il Meridione d’Italia, nessuno è lasciato indietro o escluso dalla rappresentazione). Ognuno, attraverso di essa, può cercare di superare i problemi adolescenziali, soprattutto i giovani appunto, come quelli sentimentali di cuore e di amore, con le prime delusioni; come quelli familiari, come il rischio di una separazione tra genitori; come quelli alimentari, con disturbi dell’alimentazione e del peso (ma ci sono anche le allergie alimentari, con Robbo che è celiaco, tanto per non far mancare una tematica attuale e moderna, esplosa e diffusasi di recente); quelli di integrazione (come Matteo) e di accettazione in un gruppo; quelli delle difficoltà dei diversamente abili (come Sara); quelli dei disagi giovanili (compresi droga e bullismo, accennati); ma anche di sessualità. E, a tale proposito, il resto del cast aiuta a completare e dare risalto alla serie. Infatti c’è lo zio omosessuale di Matteo, Daniele (Alessandro Roja). Poi c’è la madre di Barbara (Vittoria, interpretata da Carlotta Natoli che abbiamo visto ne “I braccialetti rossi”). E questa potrebbe essere una sorta di “Braccialetti rossi” in versione diversa, anche perché la crisi profonda adolescenziale che vivono questi ragazzi è proprio nel capire chi sono e cosa vogliono, nel prendere una decisione su di loro, che potrebbe cambiare la loro vita profondamente. Perciò profondamente turbati. Per loro la musica è una sorta di cura, di via d’uscita dai problemi. Barbara è combattuta se scegliere la musica o studiare, molto orgogliosa, non sa chiedere aiuto. Ed anche questa è una cosa importante che impareranno: aiutarsi a vicenda. E poi ci sono i genitori di Robbo, interpretati rispettivamente da Giorgio Pasotti (nei panni del papà Luigi) e da Francesca Cavallin (alias la mamma Miriam). Infine c’è la partecipazione straordinaria di Marco Bocci (ma anche di Mika successivamente), nelle vesti di Ruggero Fiore, un noto direttore d’orchestra di fama mondiale un po’ eccentrico. E poi ancora Rocco Tanica, che è il docente di violino di Matteo. O ancora Dino Abbrescia e di Susy Laude, che interpretano i genitori affidatari di Rosario.
Infine che dire, in una nota dovuta, della gentile partecipazione di Michele Bravi, nei panni di Giacomo, cui è venuto un esaurimento nervoso per le continue sgridate forti e rimproveri offensivi del maestro Luca? Lui presta anche una sua canzone (“Il diario degli errori”), che Barbara interpreta come una cantante in un videoclip, con sullo sfondo proiettata tutta questa sorta di videoclip come su un grande schermo al cinema. Sono tutti accorgimenti vincenti e fortunati a nostro avviso, individuati da Ivan Cotroneo, che rendono più sofisticata la serie. Quest’ultima scandaglia l’animo umano nelle sue contraddizioni e tormenti interiori più profondi. Il maestro Marioni è tanto aggressivo quanto protettivo, comprensivo, dolce e tenero, nel cercare quasi perdono e di farsi accettare egli stesso per quello che è, pur con una reazione orgogliosa molto rigida e ferrea, rimanendo fermo sulle sue posizioni spesso. Il dialogo-monologo che c’è tra Luca e Michele è stato molto intenso e commovente, pregnante.
Da ultimo, una figura femminile è importante: quella della moglie di Marioni, Irene, interpretata da Anna Valle. Lei, con la passione per la musica come lui, ha lasciato perché le ritornano in mente ricordi troppo dolorosi; lui, invece, è come se si fosse dedicato tutto e totalmente alla musica. La musica ognuno la ama e la pratica a modo suo; la si interpreta come si vuole, ma nella musica siamo tutti uguali perché essa è uguale per tutti; è universale. Con essa i sette giovani ragazzi imparano a crescere, a diventare grandi, adulti, superando la difficile e particolare fase dell’adolescenza.

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