martedì, 27 Ottobre, 2020

La complessità di Pellicani come studioso e come intellettuale socialista

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Corrado Ocone ha descritto tutta la complessità della figura di Luciano Pellicani come studioso e anche come intellettuale socialista. Chi vuol fare i conti davvero con Luciano Pellicani deve misurarsi con un percorso che va dalle riflessioni sulle origini del capitalismo ad un’analisi sui totalitarismi contemporanei come quella contenuta nel libro su Hitler e Lenin, per concludersi con un’opzione per un socialismo liberale al fondo contestativo dello stesso Marx (vedi il suo dibattito con Virgilio Dagnino). Insomma Luciano Pellicani aveva in mano tutti gli attrezzi del mestiere per svolgere un ruolo di grande rilievo nel nucleo di intellettuali socialisti che ha dato vita alle fasi più creative di Mondo Operaio. Di fatto questo nucleo, per dirla con Gaetano Arfè, a un certo punto prese d’infilata la cultura comunista, fino ad allora titolare di una egemonia incontrastata, e lo fece in una fase che già era di ripiegamento (secondo Arfè le fondamenta dell’egemonia comunista “erano corrose dal trascorrere del tempo e dal mutare dei tempi, il meglio della cultura comunista si era sclerotizzato in dignitosa accademia”).

Ecco, per una sorta di scherzo della storia e del destino, questo esercizio creativo di eresia ideologica si incontrò con Bettino Craxi che, nel tentativo prima di far rivivere e poi di rilanciare un partito in decadenza, da un lato scelse la strada dell’eresia politica, incontrando su quella via anche gli autonomisti di sinistra quali erano i lombardiani. Questa eresia politica si basava sulla contemporanea contestazione del conservatorismo democristiano nella gestione del potere e nel conservatorismo ideologico del PCI nell’esercizio dell’egemonia sulla sinistra. Craxi, però, aveva la piena consapevolezza che non c’era possibilità di rilancio politico senza una fortissima e innovativa iniziativa culturale. Nel 1978 Craxi aveva alle sue spalle il Congresso di Torino, vinto insieme alla sinistra lombardiana avendo come piattaforma il “progetto socialista”. Poi Craxi sfidò tutto l’establishment del paese, anche quello più torbido, facendo sua la battaglia per la vita e per la morte condotta da Aldo Moro in nome della salvaguardia della vita anche rispetto alla durezza dello Stato etico. Craxi passò incolume attraverso i rischi di una battaglia durissima durante la quale già allora poteva lasciarci la pelle, vinse le elezioni amministrative di maggio e prese d’infilata la DC e il PCI sull’elezione del presidente della Repubblica portando a quella carica Sandro Pertini.

Così fra una battaglia politica e un’altra si era arrivati al giugno del 1978. A quel punto gli intellettuali socialisti pensarono bene di fare uscire due numeri di Mondo Operaio dedicati alla demistificazione di Palmiro Togliatti. Da Galli della Loggia, a Bedeschi, a Cafagna, a Giorgio Bocca fu un fuoco di fila nel quale si mescolavano le bombe a mano con il tiro di fucili di precisione. La tesi di fondo di Galli della Loggia era che nei paesi avanzati e sviluppati dell’Europa si era affermata la socialdemocrazia e che solo in un paese arretrato come l’Italia poteva allignare il togliattismo, versione ambigua e trasformista del comunismo. Per il PCI la misura era colma, la valutazione di fondo era che si trattava di un’operazione assai pericolosa di un mutamento genetico nella cultura e nel cervello di un “partito operaio” che trapassava dal marxismo alla liberaldemocrazia.

Nelle retrovie del berlinguerismo Antonio Tatò preparava le munizioni: in un promemoria del 18 luglio del 1978 a Berlinguer egli scriveva: “I paesi socialisti sono superiori ai paesi con governi socialdemocratici. L’URSS è comunque superiore alla socialdemocrazia. Se non crediamo più a questo, se neghiamo questo significa che facciamo nostro – noi comunisti – il giudizio non solo manicheo, ma reazionario secondo cui la storia e la realtà sovietica sono state e sono un errore, che abbiamo sbagliato a nascere, che dobbiamo riassorbire la scissione del 1921 e che l’URSS e il resto sono soltanto dei mostri”. Questo appunto dà il senso preciso del cul de sac in cui si era cacciata la posizione del comunismo berlingueriano, costretto a negare una realtà già evidente in nome dell’ideologia e “della boria di partito”. Passando poi, come suol dirsi, dalle stelle alle stalle Tatò così sfogava il risentimento accumulato contro gli intellettuali socialisti: “Intellettuali un po’ cialtroni, un po’ ‘baroni’, novatori pur che sia, anticonformisti per civetteria, fragili, pronti ad ogni moda, già venduti o in vendita che sono protesi a far credere che esista, grazia a Craxi e alla sua lotta contro il compromesso storico e l’eurocomunismo, la possibilità di un rilancio e di una supremazia della nuova cultura socialista” (in Caro Berlinguer, pag. 79-83, Einaudi, 2003).

A quel punto, caricato a palla, Berlinguer nel mese di agosto caricò a testa bassa prima in difesa del leninismo, della superiorità dei paesi socialisti, e poi contro il PSI. Con il senno di poi, ma alcune cose erano evidenti già da allora (e non a caso Giorgio Napolitano marcò una differenza) in quel drammatico 1978. Berlinguer fu preso da una sorta di cupio et dissolvi, ruppe con Moro e il moroteismo e al fondo provocò quella reazione di rigetto nella DC che poi portò al Preambolo nel Congresso democristiano del 1980, quindi entrò in una totale rotta di collisione con i socialisti e così dal 1980 in poi visse in condizioni di totale isolamento politico. Comunque nel 1978 egli si trovava a fare i conti con un PSI in fase di revisione critica e di rilancio che aveva fatto il recente Congresso di Torino all’insegna dell’alternativa e di un forte spirito antidemocristiano. Allora un leader comunista lungimirante avrebbe dovuto in un certo senso misurarsi con il PSI e con lo stesso Craxi prendendoli in parola sulla strategia dell’alternativa e per parte sua spingendo l’eurocomunismo verso il revisionismo più spinto. Invece Berlinguer fece tutto il contrario. Egli si arroccò sulla linea della contrapposizione al PSI sulla base di un conservatorismo ideologico assai arcigno per di più arrivando a difendere un leninismo oramai puramente simbolico e ideologico perché dalla svolta di Salerno in poi la linea del PCI non aveva nulla a che fare con il nocciolo duro del leninismo che consisteva appunto nella strategia della presa violenta del potere, per la rivoluzione sulla punta del fucile. Invece in quel fatale agosto così Berlinguer rispose ai socialisti: “A me sembra del tutto vivente e valida la lezione che Lenin ci ha dato elaborando una vera teoria rivoluzionaria, andando cioè oltre l’ortodossia della evoluzione riformista”. Quanto al PSI “il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. E’ stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al Partito Socialista una elaborazione culturale adeguata”. Specie la frase finale per Craxi fu un invito a nozze: si trattò di una provocazione da cogliere al volo perché gli consentiva di dare una globale cornice ideologica alla sua iniziativa politica che così acquisiva la dignità di essere nella sinistra il polo opposto a quello comunista-leninista, il polo socialista-liberale-pluralista-democratico-autogestionale. Craxi veniva dalla gavetta, era un uomo di partito e di apparato, ma aveva una marcia in più rispetto ai normali “professionisti della politica” perché aveva il senso preciso dell’importanza decisiva della cultura, dei messaggi ideali, dei progetti per il futuro. Di qui nacque la scintilla che provocò l’incontro fra lui e Luciano Pellicani. Parliamoci chiaro: il Vangelo socialista se fosse stato reso pubblico con la firma di Pellicani sarebbe stato un saggio molto pregevole, nel momento in cui diventò l’exploit culturale del nuovo segretario socialista fu un’autentica bomba. Il Vangelo socialista, testi alla mano, tracciava in modo assai netto l’alternativa esistente fra l’organico totalitarismo insito nel leninismo di cui lo stalinismo era una logica conseguenza e il pluralismo culturale, politico, economico e sociale insito nel socialismo liberale.

Quando nel 1917 ci fu la Rivoluzione bolscevica “riemerse il vecchio dissidio fra statalisti e antistatalisti, autoritari e libertari, collettivisti e non, i primi eredi della tradizione giacobina si raggrupparono secondo le bandiere del marxismo leninista mentre i secondi volevano rimanere nell’alveo della tradizione pluralista della società occidentale”. Nasceva di qui il riferimento a Proudhon (che poi sul piano giornalistico fu molto enfatizzato) che aveva contestato dalle origini il rischio di autoritarismo presente in Marx e nella sua nozione di dittatura del proletariato. In realtà “il leninismo non è affatto l’ideologia della classe operaia bensì la giustificazione filosofica del diritto storico degli intellettuali di governare autocraticamente le masse lavoratrici”. A sostegno di questa affermazione venivano richiamati Rosa Luxemburg e il Trotskij menscevico del 1904. Invece il Vangelo socialista esprimeva la scelta preferenziale per il filone eretico della stessa socialdemocrazia “da Russell, a Carlo Rosselli, a Cole ci perviene un unico stimolo che ci invita a non confondere il socialismo con il comunismo, la piena libertà estesa a tutti gli uomini con la cosiddetta libertà collettiva, il superamento storico del liberalismo con la sua distruzione. Fra comunismo leninismo e socialismo esiste una incompatibilità sostanziale che può essere sintetizzata nella contrapposizione fra collettivismo e pluralismo”.

La combinazione fra la firma di un leader politico e l’elaborazione di un intellettuale eretico fu esplosiva. Dopo i saggi di Nanni su Mondo Operaio nel ’56-’57 sul rapporto di Kruscev e la repressione della rivolta ungherese adesso il Vangelo socialista contestava il cuore teorico e politico del comunismo italiano visto che malgrado le battute di Berlinguer sulla Nato tuttavia il legame con l’URSS rimaneva organico come testimonia l’appunto di Tatò. Comunque il saggio di Craxi e di Pellicani penetrò come un coltello nel burro della melassa culturale del PCI non abituato ad essere affrontato su quel terreno. Le reazioni furono due. Giorgio Napolitano scrisse un articolo volto a smorzare i contrasti e a riassorbire la contestazione craxiana. Berlinguer seguì la linea di segno opposto e a Genova il 17 settembre del 1978 suonò le trombe del patriottismo comunista e sull’URSS disse: “Le nostre riflessione critiche sulla storia sovietica e sulle realtà dei paesi socialisti si muovono sempre nella consapevolezza della portata mondiale della rivoluzione socialista e della costruzione delle società nuove. Non siamo e non saremo tra coloro che, prendendo le mosse da un legittimo e necessario ripensamento critico della storia del socialismo finora realizzato, arrivano di fatto a rinnegare o smarriscono il valore per tutto il mondo dell’opera di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre”. E’ evidente che una posizione del genere diede a Bettino Craxi un grande spazio politico e a intellettuali socialisti come Luciano Pellicani un grande ruolo culturale perché oramai larga parte della cultura comunista non riusciva a percepire quello che stava accadendo nel mondo con particolare riferimento all’involuzione in atto nell’URSS e nei paesi comunisti dell’Est.

 

Frabrizio Cicchitto

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