domenica, 5 Aprile, 2020

La concorrenza non deve entrare nella scuola italiana

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Quanto accaduto all’Istituto Comprensivo via Trionfale, a Roma, è qualcosa di più di un campanello d’allarme, è il tragico manifestarsi di un problema.
Alle scuole negli ultimi vent’anni si è cercato di trasferire uno spirito aziendalistico che ne tradisce i veri intendimenti. La concorrenza, figlia del mercato, non può e non deve entrare nella scuola italiana, a meno che non se ne vogliano accettare le regole. Regole che stabiliscono gerarchie dettate dal successo ed il successo, nell’immaginario di molti, è dato dall’apparire. Regole di una società spaventata come la nostra. Una società in cui la scuola pubblica che si vorrebbe tradisse il compito di accompagnare ogni giovane all’età adulta, dopo essere riuscito a costruire gli strumenti per immaginare e realizzare un proprio progetto di vita sociale. Una società in cui la scuola pubblica è costretta a mostrare sé stessa per ciò che non è realmente, un’istituzione che seleziona gli alunni per censo.
L’Istituto Comprensivo romano, forse in maldestro eccesso di zelo, non ha fatto altro che applicare ciò che la normativa prevede. Le scuole ormai, messe in vetrina come un prodotto, devono elaborare ed “esporre” una propria immagine. Un tempo era l’Istituzione scolastica pubblica garanzia di sé stessa, oggi è ogni singolo Istituto a dover mostrare (più che dimostrare) di essere migliore degli altri.

Immaginare la scuola come mera preparazione al lavoro, abbandonare gli Istituti alle misurazioni fredde ed impersonali di alcuni risultati dei loro studenti, costringere nei fatti Dirigenti e “a cascata” i docenti all’attenzione quasi esclusiva e burocratica dell’applicazione di cavillose leggi e indirizzi provenienti dal Ministero, ne snatura il compito.
Ciononostante, il personale scolastico, i docenti, i collaboratori scolastici, il personale amministrativo, si prodigano per porre limiti e rimedi a tale situazione…riuscendovi non sempre ma spesso.

Riuscendovi ancora nonostante lo scarsissimo riconoscimento sociale e salariale, nonostante il tempo impiegato andando ben oltre gli orari dettati dal contratto nazionale, nonostante l’età che resta tra le più alte del mondo e il carico di lavoro.

Luca Fantò
Referente nazionale PSI scuola, università e ricerca

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