venerdì, 7 Agosto, 2020

La conferenza di Yalta 75 anni fa, la leggenda e il caso Moro

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Deposta la toga – da qualche anno a questa parte – un numero considerevole di magistrati ha indossato una nuova veste, quella degli “storici”, o dei “politologi”. Ne è scaturita una cospicua produzione saggistica che riguarda in gran parte i più sanguinosi eventi della storia dell’Italia repubblicana nel quindicennio 1969-1984 con excursus che trattano anche di fatti di grande rilievo che risalgono fino all’ultimo periodo della seconda guerra mondiale e agli anni immediatamente successivi. La storia della giurisprudenza e delle leggi, dai tempi antichi a quelli contemporanei, si intreccia con quella dell’autorità e dei rapporti di forza all’interno della società. L’inquinamento ideologico dovuto alle infiltrazioni degli apparati politici tra i magistrati ha avuto conseguenze irreparabili e ha affossato lo Stato di diritto, fondato sull’equità e sulla disinteressata e rigorosa imparzialità.

Lo spunto per le considerazioni riguardanti la diffusa e persistente leggenda che circonda le decisioni prese alla Conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945) ha avuto origine dalla lettura di un libro, l’“Italia occulta” – sottotitolo di copertina “Dal delitto Moro alla strage di Bologna. Il triennio maledetto che sconvolse la Repubblica (1978- 1980)” (Chiarelettere 2019) – e dall’ascolto di alcuni video di presentazione, disponibili in rete, presente l’autore, il dott. Giuliano Turone, noto al grande pubblico, insieme al dott. Gherardo Colombo e al dott. Guido Viola (quest’ultimo nel 1996 patteggiò una condanna per riciclaggio di tangenti), soprattutto per le indagini su Michele Sindona che portarono alla scoperta degli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2 a Castiglion Fibocchi il 17 marzo 1981 e al “conto Protezione”. All’inizio del primo capitolo del libro di Turone si legge: “Terza importante peculiarità italiana è quella di avere avuto, proprio sul confine determinato a Yalta, il più grande Partito comunista del mondo occidentale. Anche questa è stata una peculiarità carica di conseguenze. Dopo Yalta – e quindi dopo la caduta del fascismo – la presenza in Italia di un Partito comunista così forte (e che nei primi lustri guardava in effetti con simpatia al blocco sovietico) ha suscitato gravissime preoccupazioni negli ambienti della Nato” (pp. 13- 14).

Concetti analoghi, e ulteriori considerazioni, il dott. Turone li aveva espressi a Porto Sant’Elpidio il 21 marzo 2019 (Rassegna Parole & nuvole. Festival della parola. La storia, la memoria) e il 7 aprile 2019 a Perugia (nel corso dell’International Journalism Festival): “[…] Ecco, questa presenza del partito comunista italiano, proprio sulla linea di Yalta [… ha] creato un imbizzarrimento tremendo che ha portato a conseguenze che sono poi la strategia della tensione […] che vanno dal rapimento e sequestro di Aldo Moro, dove le Brigate rosse in qualche misura sono state poi […] manovrate molto sottilmente da chi aveva tutto l’interesse a far sì che Aldo Moro non uscisse vivo da quella avventura, e altre cose terribili come la strage di Bologna”. È avvilente notare anche in questo caso – come per il presunto “Supplemento B” al “Field Manual 30-31” dell’esercito degli Stati Uniti (già affrontato in questo sito on line, si veda l’articolo “Le stragi in Italia e il presunto Manual 30-31B della U.S. Army”) – che un magistrato finisca per rilanciare una “leggenda metropolitana”, che in questo caso è una vera e propria “leggenda storiografica”.

Sulla “linea di Yalta” e la strategia “stragista atlantica” – per impedire il cosiddetto “compromesso storico”, o che “il partito comunista prendesse il potere” – si è schierato l’ex senatore comunista Sergio Flamigni, autore di numerosi saggi composti per lo più di precarie informative di Polizia e dei Servizi segreti , e in merito privi di una doverosa riflessione critica delle fonti. Sullo stesso tono anche Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (si veda “Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna”, Castelvecchi 2016, pp. 5-8), ha rintracciato un filo – con una allusione indiretta passante per Gladio. Nel libro sopraccitato si legge: “Una visione globale dei fatti, utile a identificare nomi e responsabilità di chi ha pianificato ed eseguito la guerra del terrore – prevista, già nel 1956, da un accordo tra servizi segreti italiani e atlantici per mantenere il Paese all’interno del quadro geopolitico di Yalta – utilizzando l’arma delle stragi e dei depistaggi” (p. 5). Uno scritto confuso e farraginoso, “rudis indigestaque moles”, dettato dall’ignoranza dell’ex deputato in materia di storia dei partiti politici.

Fanno eco uno stuolo di giornalisti che sostengono con poche varianti, che durante la conferenza in Crimea ci sarebbe stata una divisione addirittura del mondo, in sfere di influenza o blocchi contrapposti e che l’Italia, nell’ambito di una presunta “logica di Yalta”, sarebbe stata assegnata alla sfera di influenza di Gran Bretagna e Stati Uniti. In un sistema totalitario l’informazione non può che esserne il riflesso e in un sistema democratico è sovente l’emanazione di una competizione per il potere e obbliga ad una doverosa riflessione sulla genesi della massiccia disinformazione e sulla violenza psicologica di chi ha abusato, e continua ad abusare, dei mezzi d’informazione di massa.

La “fonte” Mino Pecorelli
Sul numero 6 del settimanale “OP – Osservatore politico”, datato 2 maggio 1978 – mentre il sequestro di Moro era ancora in corso, Mino Pecorelli pubblicava un articolo intitolato “Yalta in via Mario Fani”, che si concludeva con queste parole: “È Yalta che ha deciso via Mario Fani” (p. 2). Nell’editoriale incorniciato (“Il paese si può e si deve salvare”, p. 1) – che precedeva l’articolo che richiamava Yalta – Pecorelli scriveva: “Il caso Moro ha finalmente mostrato il suo profondo significato: un ultimatum delle due superpotenze alla capricciosa e smemorata classe politica italiana.” In quel numero di “OP”, Pecorelli forniva un’interpretazione del sequestro di Moro, visto come una operazione congiunta delle due superpotenze (Usa e Urss) attuata mediante un misterioso “lucido superpotere”, con le Br semplici comparse su un teatro da altri approntato, con “l’obiettivo primario” di “allontanare il partito comunista dall’area del potere”, area alla quale, secondo il giornalista, il Pci si era evidentemente troppo avvicinato. In effetti un governo monocolore a guida democristiana (IV governo Andreotti, 11 marzo 1978 – 21 marzo 1979) varato con l’appoggio esterno del partito comunista che seguiva il III governo Andreotti (30 luglio 1976 – 11 marzo 1978) sempre un monocolore Dc che aveva governato grazie all’astensione del Partito comunista italiano. Una cooperazione senza precedenti, la prima applicazione concreta della storica strategia di compromesso promossa dall’on. Moro. Governo che, secondo Pecorelli, era sgradito agli americani e ai sovietici in quanto avrebbe messo in pericolo la “logica di Yalta” (sic!).

Dopo una lunga metamorfosi durata decenni, Pecorelli, assassinato il 20 marzo 1979, riscattato dall’aura di ricattatore, nel nuovo millennio è diventato il principe dei giornalisti investigativi e una sorta di oracolo da compulsare su tutti gli aspetti oscuri della vicenda del sequestro e dell’omicidio di Moro. Così, 38 anni dopo la primavera del 1978, Paolo Cucchiarelli – giornalista e scrittore – intitolava una breve sezione del suo libro “Morte di un Presidente” (Ponte alle Grazie, 2016) proprio con le parole usate da Pecorelli: “La logica di Yalta”, riprendendo alla lettera e riportando con approvazione una lunga citazione dall’articolo di Pecorelli intitolato “Yalta in via Mario Fani”. Secondo Cucchiarelli, l’interpretazione di Pecorelli “a distanza di decenni, mantiene ancora una sua intrinseca validità e legittimità” (p. 186).

Le fonti di Mino Pecorelli
È inevitabile però porsi un semplice interrogativo: come potevano le decisioni prese dalle potenze alleate (Usa, Urss e Gran Bretagna) a Yalta nel 1945 produrre effetti 33 anni dopo, al tempo del sequestro di Aldo Moro (1978) – come sosteneva Pecorelli in quei giorni e come sostengono i suoi estimatori, dott. Turone compreso – se l’argomento Italia non fu trattato in quella famosa conferenza sul Mar Nero? Nel Dopoguerra la vita politica italiana è sempre stata segnata dagli scandali della partitocrazia e da vicende giudiziarie, che si presentavano come episodi salienti della lotta politica in atto, mentre, fin dal 1973, tutti i quadri del più delicato servizio della difesa erano stati messi fuori combattimento dalla cronaca giudiziaria e scandalistica. Le fonti di Pecorelli sono facilmente individuabili, è sufficiente leggere “OP” attentamente, gli articoli rispecchiano le rivalità all’interno di Servizi segreti che obbedivano alle direttive dei loro padrini politici, utilizzando anche metodi poco ortodossi e fornivano al direttore di “OP” informazioni altalenanti e contraddittorie, e finanziamenti, purtroppo per lui, molto oculati. Temi e avvenimenti complessi venivano ridotti ad un dibattito e ad uno scandalo di borgo, mentre i “buchi” riempiti con notizie del tutto personali ed intime su personaggi della vita politica che rammentano gli scandaletti che diffondeva il Sifar negli anni cinquanta-sessanta per fare pressioni sugli avversari.

Viene spontanea una domanda: chi ispirò Pecorelli e l’articolo manifestamente di “depistaggio” in un momento così delicato del sequestro, pochi giorni prima del ritrovamento del cadavere dell’on. Moro? Nel testo le contraddizioni sono evidenti e non si rileva alcuna analisi effettiva sulla politica e sulla strategia delle due potenze degli anni settanta che possa corroborare la tesi di un “lucido superpotere” Urss-Usa decisionale con un esecutivo affidato agli americani. Peraltro Pecorelli, in un altro articolo riprende la “bufala” che il sequestrato potesse essere stato trasportato nell’ambasciata della Cecoslovacchia a Roma! (“OP”, n. 1, 28 marzo 1978, p. 6). Come mai magistrati, studiosi, giornalisti difensori del cosiddetto “compromesso storico” Berlinguer-Moro accettano come voce indiscussa un piduista, le cui fonti e la non autonomia erano stranote a tutti gli addetti ai lavori? sorvolando , inoltre, sul fatto che quando venne rapito l’on. Moro, Berlinguer aveva già riconosciuto la giurisdizione della Nato. In particolare come mai attualizzano dei concetti sulla presunta strategia americana e della Nato utilizzando un linguaggio e dei concetti che sono propri all’estrema destra (e non hanno nulla a che vedere con la propaganda anti-Nato dei sovietici) per rimettere in questione i principi dell’ordine internazionale liberale post1945, basato su valori indiscutibili e discussi proprio a Yalta quando furono poste le premesse per la conferenza che si svolgerà a San Francisco (25 aprile – 26 giugno 1945) dove fu ratificata la Carta delle Nazioni Unite che ne anticipò l’Organizzazione e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo adottata del 1948.

Una patologia della memoria e la dichiarazione dell’Unesco
Gli autori sopraccitati non collocano la Conferenza di Yalta nel contesto della lunga serie delle conferenze dal 1943 al 1945. Tutti questi scritti e dichiarazioni sono circondati da un impressionante deserto bibliografico, nessuna fonte storica vera e propria è mai richiamata. Devono ritenere talmente scontato e assodato quanto sostengono, da rendere superfluo qualsivoglia riscontro che suffraghi le loro affermazioni. È questo probabilmente uno dei meccanismi che spiega l’ampia e pervasiva diffusione delle convinzioni delineate sopra; è una catena di “conoscenze” che si autoalimenta e si autoperpetua. La “Dichiarazione dell’Unesco” sancisce il “Diritto del pubblico all’informazione veridica, alla verifica delle fonti, alla completezza della notizia, poiché risponde ad un’esigenza di coesione sociale, ad una funzione di affidabilità e di legittimo funzionamento delle istituzioni”, in particolare da parte di chi ricopre una funzione pubblica come un giudice, un deputato e un senatore. S’impone una valutazione equilibrata e oggettiva delle responsabilità, un’esposizione razionale secondo la loro logica intrinseca e sulla base, in questo caso, facilmente reperibili, di documenti, atti di conferenze internazionali e Trattati (alcuni dei quali già disponibili nella seconda metà degli anni ’40, e più ampiamente a partire dalla metà degli anni ’50, tradotti anche in italiano), e ovviamente la sterminata attendibile storiografia di eminenti studiosi che si è andata accumulando negli scorsi 75 anni.

“L’era” delle conferenze
Se si definisce la “guerra fredda” come la congiunzione di una tensione ideologica e di una tensione militare è estremamente istruttivo analizzare come due fattori abbiano giocato e si siano combinati nel periodo che si estese tra gli accordi di Monaco (29-30 settembre 1938) e la conferenza di Potsdam (17 luglio – 2 agosto 1945). Da questo punto di vista si possono distinguere due fasi: la prima, dal settembre 1938 al giugno 1941 il dibattito si svolse tra tre ideologie reciprocamente ostili: comunismo, fascismo e democrazia liberale, nella seconda fase fu fatta una scelta, un’opzione pur provvisoria, e il problema centrale che si pose alla diplomazia di guerra fu quello dei limiti di collaborazione tra partner divisi da due mondi ideologicamente avversi ma alleati contro un Hitler alla ricerca del suo “Lebensraum” (spazio vitale), concetto geopolitico pangermanista poi incorporato nel nazismo. L’espansione della Germania si rivolgeva ad Oriente, in direzione degli Slavi e delle immense risorse di materie prime dell’Urss.

Usa, Gran Bretagna e Urss, pur provvisti di poteri decisionali ed esecutivi nazionali differenti, si accordarono per giungere ad un’azione comune negli Alti Comandi, dotando l’Esecutivo degli strumenti necessari a seguito di decisioni collegiali che condurranno, durante tutto il corso della guerra, ad operazioni cosiddette “combinate” dei capi di Stato Maggiore e dei due sotto-comitati: la commissione “combinata” dei Piani e il comitato “combinato” Informativo. Le responsabilità prese collettivamente costituirono il Comando supremo interalleato, l’autorità si applicava direttamente ai teatri del Nord-Ovest, del Mediterraneo e asiatico, i comandi operazionali erano intermediari; solo il Pacifico rilevava direttamente dal comando americano. Gli Alleati con risultati diversi, realizzarono che per condurre a buon fine una guerra, la Politica e il Militare si confondevano nella persona del capo dello Stato o ad un organo esecutivo ristretto che nello stesso tempo era incaricato di dirigere la Politica Nazionale. Il rafforzamento del potere esecutivo destinato a costituire una testa strategica vigorosa fu realizzato nei paesi a tendenza “democratica”, in altre nazioni il principio di unità riconosciuto e adottato non richiese che una semplice messa a punto come in Urss dove il Presidium del Soviet supremo e il Consiglio dei Ministri già determinavano le linee direttive.

L’origine della leggenda di Yalta
Nello spirito collettivo, Yalta, per molti anni, ha simboleggiato la “divisione del mondo” tra grandi potenze mentre Potsdam ha raffigurato la fine della guerra anche se il Giappone non capitolerà che il 2 settembre, dopo i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945). La rappresentazione arbitraria ha una doppia origine. Da un lato esprimeva il risentimento degli esiliati dei paesi dell’Est e del generale De Gaulle non invitati alla conferenza di Yalta, i quali diffusero l’idea che tutto si era deciso in Crimea nel febbraio 1945. D’altro canto fu un riflesso, a posteriori, della divisione avvenuta in Europa a partire dal 1947. Un proposito tenace denunciato in un articolo di Raymond Aron, “Yalta ou le mythe du péché originel” (“Le Figaro”, 28 agosto 1968).

A Yalta gli Alleati “sanzionarono una divisione geografica d’influenza meno rigorosa di quanto generalmente si pensa” scriveva Robert Toulemon che ricoprì varie cariche istituzionali e fu capo Gabinetto di Robert Marjolin, vice presidente della CEE (Cfr. R. Toulemon, “Europe européenne ou Europe atlantique?”, “Défense nationale”, gennaio 1978, pp. 51-61). Nel 1953, Paul Ramadier, ministro ed ex presidente del Consiglio nella IV Repubblica francese osservò: “La divisione dell’Europa è lontana da essere chiara. Noi non conosciamo le ‘clausole segrete’ di Teheran e Yalta, i testi e i fatti resi pubblici danno l’impressione di una grande confusione. È certo che in definitiva l’Europa orientale è diventata un satellite dell’Urss ma è molto meno certo che sia stato formalmente deciso a Yalta” (Cfr. P. Ramadier, “Les clauses secrètes de Yalta”, “Revue de Défense nationale”, maggio 1953, pp. 531-543).

I Sovietici nell’immediato dopoguerra per attestare la grandezza di Stalin scrivevano: “Voi sapete tutti – conformemente agli accordi di Yalta [in realtà alla 4ª conferenza di Mosca del 9-19 ottobre 1944]che il nostro Padre geniale si è adoperato a concludere – la Romania come l’Ungheria, la Bulgaria e la Polonia senza contare la Jugoslavia dove si trova il nostro caro Tito [la rottura Stalin-Tito non era ancora avvenuta]entrano nella sfera d’influenza sovietica. La concessione che Stalin ha dovuto fare in cambio fu d’ingaggiarsi a tollerare l’installazione di governi di unità nazionale in questi paesi. Ma, attualmente, è a noi che appartiene di agire in modo di svuotare di ogni sostanza questa clausola e anche tutte le altre” (Cfr.“Pravda”, dicembre 1945).

Le conferenze interalleate 1943-1944
Tra le conferenze interalleate, la più rilevante si tenne a Casablanca (14-24 gennaio 1943) i convenuti: Roosevelt, i generali Giraud e De Gaulle, rappresentanti dei francesi liberi dell’Africa del Nord, mentre Stalin declinò l’invito, discuteranno degli aiuti all’Urss e dell’apertura di un secondo fronte e lo sbarco in Sicilia che dall’aprile subì gli iniziali bombardamenti. Furono istituite le prime strutture di comando alleate che combatteranno la Germania nazista e il Giappone con la designazione di un capo di Stato maggiore “Cossac” (Chief of Staff to Supreme Allied Commander) e in seguito la creazione del Shaef (Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force). L’organizzazione fu un elemento chiave per tutti i paesi belligeranti. Il Shaef, prefigurava la futura Nato e i successivi Shape (Supreme Headquarters Allied Power Europe) e Sact (Supreme Allied Command Transformation). Nello stesso anno si tennero, a Washington (3ª conferenza 12-25 maggio 1943) e a Québec (1ª conferenza, 14-24 agosto 1943) incontri strategici, furono esaminati i preparativi per la campagna d’Italia, gli attacchi aerei sulla Germania nazista, i preparativi per lo sbarco in Normandia. Fu presa in considerazione l’apertura di un ulteriore fronte in Cina poi concretato alla conferenza del Cairo (22-26 novembre 1943) che riunì Roosevelt, Churchill e Chiang Kai-shek, nella lotta contro l’Impero giapponese. Stalin, non partecipò, era ancora in vigore il Patto di neutralità nippo-sovietico dell’aprile 1941, firmato dai ministri agli Esteri Vyacheslav Molotov e Yosuke Matsuok.

La 3ª conferenza di Mosca ebbe luogo dal 18 ottobre al 1º novembre 1943. Si riunirono i ministri degli affari esteri del Regno Unito (Anthony Eden), degli Stati Uniti (Cordell Hull) e dell’Unione Sovietica (Vyacheslav Molotov), mentre l’ambasciatore della Repubblica di Cina a Mosca, Foo Ping-Shen fu invitato a firmare la prima delle quattro dichiarazioni finali: la sicurezza generale e chiese l’istituzione di un’organizzazione collettiva basata sul principio di uguale sovranità di tutti gli Stati pacifici. Fu decisa la creazione di una Commissione consultiva europea, che riunirà i Tre Grandi e redigerà lo Statuto di Norimberga, promulgato l’8 agosto 1945, aprendo la strada ai processi contro i crimini nazisti. Fu anche proclamata nulla l’annessione (l’Anschluss) dell’Austria alla Germania nel 1938 poi confermata nel 1945 mentre sull’Italia – nel settembre Badoglio aveva proclamato l’armistizio – si legge: “il fascismo e la sua influenza devono essere sradicati e al popolo italiano devono essere date tutte le opportunità di creare istituzioni basate su principi democratici”.

A Teheran, dal 27 novembre al 1º dicembre 1943, quando Roosevelt e Churchill si incontrarono per la prima volta con Stalin, furono prese tre importanti decisioni: una politica e due militari. Fu affrontato il principio dello smembramento della Germania, in cinque stati autonomi (Prussia, Hannover, Sassonia, Assia, Renania e Germania del sud), piano poi ridimensionato a Yalta e a Potsdam; il dibattito preliminare sull’annessione di Königsberg da parte dell’Unione Sovietica e lo spostamento dei confini della Polonia verso Ovest in modo che l’Urss potesse mantenere i territori polacchi ottenuti dal patto tedesco-sovietico (1939-1940): i paesi baltici, la Moldavia, la Bessarabia, la Carelia finlandese. In compenso (parziale), la futura Polonia riceverà i territori orientali della Germania. Fu stabilita la data (6 giugno 1944) dello sbarco in Normandia. A livello politico, Stalin accettò il principio della creazione di un’organizzazione internazionale, proposta da Roosevelt.

Il fallimento dell’offensiva britannica nell’Egeo (disapprovata dagli Stati Uniti, settembre-novembre 1943) costrinse gli Inglesi a rinunciare a tutte le rivendicazioni verso l’Europa orientale e alla 4ª conferenza di Mosca (9-19 ottobre 1944), nell’incontro Stalin-Churchill, il leader britannico in cambio di un’influenza sulla Grecia, accettò che l’Urss esercitasse il suo controllo in Romania e Bulgaria (accordi segreti). La gestione dell’impero britannico dipendeva ben più dalla presenza della flotta inglese nel Mediterraneo orientale che dall’appropriazione da parte dell’Urss di spazi terrestri situati sulla via delle Indie verso le colonie e i protettorati degli Inglesi nel subcontinente indiano conquistati tra il XVII al XX secolo. A Mosca fu vagliata l’entrata in guerra dell’Urss contro il Giappone e il futuro della Polonia e dei Balcani. Roosevelt assente, oltre Stalin, Churchill e i ministri agli Esteri erano presenti anche le delegazioni del governo polacco in esilio e del governo provvisorio (comunista) polacco. Alla 2ª conferenza di Québec, dall’11 al 16 settembre 1944, i colloqui tra Churchill e Roosevelt si concentrarono sulla partecipazione britannica alla guerra contro il Giappone e la questione della Germania.

La conferenza di Yalta
Preceduta dalla conferenza di Malta (30 gennaio – 2 febbraio) dal 4 all’11 febbraio 1945, il Primo Ministro britannico (Churchill), il Presidente americano (Roosevelt) e il Presidente del Consiglio dei commissari del popolo dell’Urss (Stalin) si incontrarono al Palazzo Livadija, l’ex residenza estiva degli zar, nella località balneare di Yalta, sulle rive del Mar Nero in Crimea. L’Armata Rossa era a meno di 100 km da Berlino, la sconfitta del nazismo ormai una certezza. A Yalta, fondamentale fu la dichiarazione dell’11 febbraio 1945 sull’Europa liberata:
a) durante il periodo temporaneo d’instabilità i tre Grandi effettueranno una politica comune e “assisteranno congiuntamente” i popoli di ogni Stato libero dell’Europa e ogni Stato europeo ex satellite dell’Asse;
b) essi aiuteranno “a costituire delle autorità governative provvisorie largamente rappresentative di tutti gli elementi democratici di queste popolazioni (patto di unità nazionale);
c) questi governi si impegneranno a stabilire, non appena possibile, tramite libere elezioni, dei governi che esprimano la volontà dei popoli.

* A Yalta la preoccupazione maggiore di Roosevelt fu su come ottenere il concorso dell’Urss nella guerra contro il Giappone. Gli accordi furono predisposti con riserva in attesa della sconfitta della Germania e assoggettati alle condizioni reclamate da Stalin: il rispetto dello “status quo” nella Mongolia esterna (Repubblica del popolo mongolo); i diritti dell’Urss nella parte meridionale di Sakhalin e tutte le isole adiacenti e le Isole Curili; il ripristino del contratto di locazione di Port Arthur (attualmente Lüshunku) all’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche come base navale; la gestione congiunta di una società sino-sovietica: la East China Railway e la South Manchurian Railway, che serviranno il porto di Dairen ma con la piena e completa sovranità della Cina in Manciuria restando sottinteso che le disposizioni concernenti la Mongolia esterna avrebbero richiesto l’accordo del Generalissimo Chiang Kai-shek.

* Sulla Jugoslavia il problema fu discusso durante le riunioni plenarie e le sessioni dei ministri degli Esteri. Gli Alleati auspicavano un accordo tra Tito e Nan Subasitch con l’obiettivo illusorio di unire il governo jugoslavo in esilio e monarchico con base a Londra, guidato da Pietro II Karadjordjevich con il governo comunista di fatto antimonarchico di Belgrado. Tito riuscì, con la forza delle armi, pagando un prezzo altissimo ad annullare il controllo condominiale pattuito da Stalin con Churchill a Mosca nell’ottobre 1944. In Jugoslavia la vittoria finale sul nazismo costò ai popoli della Jugoslavia sacrifici eccezionali: vi perirono 305.000 tra combattenti e dirigenti e oltre 400.000 furono feriti, con le vittime tra la popolazione civile superarono la cifra di 1.700.000 morti a causa delle orrende rappresaglie di massa da parte dei nazi-fascisti. Nel “Diario partigiano”, pubblicato dopo la guerra in tre volumi, Tito parla dell’accordo tra l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna poi confermato dalle memorie del diplomatico Cordell Hull, e dal libro di Edward Stettinius (“Roosevelt and the Russians. The Yalta Conference”, a cura di Walter Johnson, Garden City N.Y., Doubleday 1949) le cui rivelazioni non sono mai state smentite dai Sovietici.

* A Est, la grande offensiva sovietica che aveva occupato la Prussia orientale, la Polonia meridionale, e la pianura ungherese, si stava smorzando. Si combatteva per le strade di Budapest; tre divisioni corazzate delle SS bloccheranno per mesi sulle rive della Vistola l’Armata del maresciallo Rokossovskii che cercava di raggiungere Varsavia. Quei mesi vennero utilizzati da Stalin per convogliare sul fronte migliaia di mezzi corazzati e di trasporto truppe forniti dagli Stati Uniti e preparare l’ultima grande offensiva che doveva portare le armate di Koniev, Zhukov, Malinovskii, e Tolbukhin all’Elba, nel cuore dell’Europa, limite massimo stabilito dagli accordi di Yalta alla marcia verso Occidente e dove, nella primavera del 1945, vi fu la congiunzione delle truppe di liberazione dell’Armata Rossa e quelle americane condotte dal generale Omar Bradley che si fermarono a Pilsen (“A Soldier’s Story”, New York, Holt 1951). La linea di demarcazione delle due armate fu certamente discussa poiché se ne trova traccia nei documenti pubblicati fin dal 1946, in effetti i limiti erano già stati fissati a Londra nel settembre e novembre 1944 dal comitato che preparò la conferenza di Yalta.

 

* La liberazione della Polonia da parte dell’Armata Rossa creò una situazione nuova e la circostanza richiese la costituzione di un governo polacco con basi più ampie. La commissione per la formazione fu presieduta da Molotov e dagli ambasciatori americani e inglesi. Churchill farà pressione sugli esiliati polacchi a Londra per ottenere il loro ingresso in un governo di coalizione con i leader della Polonia stessa in un governo provvisorio di “Unità nazionale”. L’accordo fu “scarabocchiato” da Churchill su un foglio di carta (il documento originale è conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna). La dichiarazione precisava le condizioni per le libere elezioni sulla base del suffragio universale. Harry Hopkins, consigliere diplomatico di Roosevelt, insistette sulle libertà fondamentali: libertà di parola, pari diritto a tutti i partiti e di espressione politica, diritto d’“Habeas corpus.

* La questione tedesca era infinitamente più complessa. I Tre la considerarono distinta dalla Dichiarazione sull’Europa liberata ma a Yalta rinunciarono alla divisione della Germania e avvicinarono la loro dottrina a quella adottata per gli altri paesi ma la sottomisero a delle regole speciali. La decisione implicò la creazione di zone di occupazione separate attribuite ad ognuno dei Tre Grandi e alla Francia, i provvedimenti definitivi furono presi a Potsdam.

I resoconti sono più istruttivi degli stessi protocolli di Yalta sull’impegno degli Alleati alla costituzione di un governo rappresentato da tutti gli elementi democratici, ma anche la volontà da parte del Cremlino di assicurare dei ministri amici e fedeli all’Urss. L’obiettivo principale di Stalin era un piano di divisione dell’Europa sud-orientale in zone di influenza fondata sull’intento di preservare l’Urss da futuri attacchi come nel 1914 e nel 1941. A Yalta, l’Italia non fu mai menzionata. Esclusivamente in merito alla Germania si può parlare di divisione di autorità, altrove nell’Europa liberata i Tre grandi ottennero un controllo da esercitare in comune, accordi che concernevano i diritti che spettavano ai comandi militari sul territorio dove si svolgevano le operazioni. Una collaborazione che sarebbe terminata il giorno che i Paesi liberati si fossero dati, tramite elezioni, un governo corrispondente alla volontà del popolo.

La conferenza di Potsdam
A Postdam (17 luglio – 2 agosto 1945) gli Alleati in effetti ritorneranno sulla sorte della Germania vinta e confermeranno il trasferimento all’Urss della città di Königsberg (poi Kaliningrad) e della parte settentrionale della Prussia orientale, così la cessione alla Polonia dei territori tedeschi situati ad est della linea Oder-Neisse. Queste modifiche delle frontiere a Est come a Ovest provocarono nell’immediato dopoguerra il dramma del trasferimento di popolazioni intere di milioni di tedeschi, cacciati dalle terre che avevano abitato per secoli. L’accordo, su richiesta di Stalin prevedeva anche il ritorno in Urss di coloro che si unirono alla Wehrmacht per combattere il comunismo e di tutti i detenuti sovietici. Nel 1941-45 ben 5.754.000 di russi si arresero ai tedeschi; ne morirono 3.700.000 e la stragrande maggioranza dei sopravvissuti venne eliminata dalla polizia politica dopo la loro consegna forzata da parte degli Alleati. La maggior parte dei Russi consegnati a Stalin venne massacrata dai comandi speciali dell’Nkvd e Smersh. L’unica voce di un intellettuale che difese questi Russi e protestò contro i massacri fu quella di George Orwell in “The Prevention of Literature” (“Polemic”, gennaio 1946, p. 7). Solo negli anni Settanta l’Occidente seppe dei massacri e della liquidazione fisica di due milioni di Russi dall’“Arcipelago Gulag” (in Italia diffuso da Arnoldo Mondadori , 1974 ) di Solženicyn;] e poi da Nikolai Tolstoy (“Victims of Yalta. The Secret Betrayal of the Allies, 1944-1947”, London, Hodder and Stoughton 1977).

A Potsdam l’Italia perse le sue Colonie africane. È bene ricordare come l’Italia fascista svolse la sua “Missione di Civiltà” in Africa. La documentazione storica sull’argomento è ampia e stampata nelle principali lingue. Riferisce di orrende stragi di popolazioni africane, della deportazione delle popolazioni del Gebel cirenaico, della costruzione nella Sirtica di quindici letali campi di concentramento, dell’impiego dei gas asfissianti nella guerra coloniale contro l’Etiopia, delle micidiali rappresaglie dopo il fallito attentato al maresciallo Graziani, vice-re d’Etiopia, eccetera. Gli storici testimoniano in merito a massacri di civili, sterminio di élite intellettuali e politiche, nonché di campi di concentramento ove morì la maggioranza degli internati tra i quali oltre 300.000 Etiopi e centomila Libici. Parlano di massacri, di bombe a gas tipo C.500-T per un totale di 317 tonnellate, e in Etiopia dell’impiego di oltre 500 tonnellate di aggressivi chimici. Il 19 febbraio 1937 la strage di Addis Abeba, perpetrata dalle camicie nere, fece migliaia di vittime, tra le quali 449 religiosi come precisò il comandante Maletti che fece abbattere, con le mitragliatrici a Debrà Libanòs, Laga Wolde e a Guassa oltre duemila tra preti e monaci (cfr. il n. 21 di “Studi Piacentini”, 2004 e Angelo Del Boca, “Gli italiani in Africa orientale”, Laterza 1986 e “Gli italiani in Libia”, Laterza 1988). Una macabra ed allucinante documentazione fotografica è visibile negli Archivi storici di Addis Abeba. Senza dimenticare le atrocità dei quattro invasori della Grecia, tra i quali gli Italiani, documentazione raccolta dal “Servizio centrale dell’ufficio nazionale ellenico sui criminali di guerra” che nel 1948 costituì 952 dossier.

La carta delle Nazioni Unite discussa a Yalta
Dopo un lungo periodo di riflessione e di incontri iniziati nel giugno 1941 a Londra (al St. James’ Palace), il primo progetto sulle Nazioni Unite fu sviluppato durante una conferenza tenutasi in un palazzo di Washington il “Dumbarton Oaks” (21 agosto – 7 ottobre 1944). I rappresentanti di Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Urss concordarono gli obiettivi, la struttura e il funzionamento di un’organizzazione mondiale. Rimaneva tuttavia un vuoto importante: la procedura di voto in seno al Consiglio di sicurezza. Questo vuoto fu riempito a Yalta quando furono poste le premesse per la conferenza che si svolgerà a San Francisco (25 aprile – 26 giugno 1945) dove fu ratificata la Carta delle Nazioni Unite che definì gli scopi e i principi delle Nazioni Unite e la composizione, la missione e i poteri dei suoi organi esecutivi (il Consiglio di sicurezza), deliberativo (l’Assemblea generale), giudiziario (la Corte internazionale di giustizia) e amministrativo (il Consiglio economico e sociale, il Consiglio di amministrazione fiduciaria e il Segretariato generale). Aderirono 50 nazioni. A San Francisco furono posti i preliminari per una giurisdizione internazionale che si concretizzerà con la creazione del Tribunale di Norimberga e il Tribunale di Tokio che giudicheranno i grandi criminali di guerra. L’autodeterminazione dei popoli, il loro diritto alla sovranità e alla scelta del governo (punto 3) [si noterà la contraddizione su questo tema dato il vasto impero coloniale britannico]e per non riprodurre gli errori del passato, il “Diktat” di Versailles e le conseguenze per la Germania nel 1919, fu proposto di favorire lo sviluppo “sia dei vincitori che dei vinti” (punto 4) al termine del conflitto.

La Dichiarazione sui diritti umani
Dopo la fine dell’era della proclamazione giuridica delle libertà nel XVIII secolo poi l’era della socializzazione nel XIX che aggiunse, ai diritti civili e politici, i diritti economici, sociali e culturali, la Carta delle Nazioni unite proclamò per la prima volta nel giugno 1945 al mondo i diritti fondamentali dell’Uomo poi adottati il 19 dicembre 1948 con nessun voto contrario ma sei astenuti: l’Urss, la Bielorussia, l’Ucraina, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Africa del Sud e l’Arabia saudita. Purtroppo il testo fu adottato in piena guerra fredda, dopo il colpo di Stato di Praga, il Blocco di Berlino, il conflitto ideologico divideva l’Europa; il crollo degli Imperi coloniali europei darà origine alla Conferenza afro-asiatica di Bandung, aprile 1955, al Terzo Mondo. La democrazia, la prosperità economica e la diminuzione degli armamenti troveranno i loro limiti fin dagli inizi della guerra fredda. Nell’Europa liberata l’espressione “istituzioni democratiche” non aveva lo stesso significato per i leader delle potenze vincitrici.

Nell’Europa orientale, nei Paesi liberati dall’Armata Rossa, i comunisti rapidamente conquistarono posizioni chiave, in modo autoritario e senza ricorrere al libero voto. Un anno dopo gli accordi Stalin-Churchill-Roosevelt vi fu il voltafaccia della politica sovietica, un vasto territorio di una porzione del “Rimland” europeo passò sotto il controllo sovietico. L’ambasciatore Manlio Brosio precisava: “che cadde sotto la dominazione sovietica, una superficie totale di 1.020.000 km2 oltre 91 milioni di abitanti non russi”. L’Urss aveva completamente rimaneggiato la carta dell’Europa orientale non solo per tutelare la sicurezza geostrategica e sostituire il “Blocco slavo”, poiché rivendicò due punti offensivi, uno verso lo stretto danese, l’altro nel Mediterraneo e al Bosforo per estendere la sua influenza fino al cuore dell’Europa. I principi enunciati nelle conferenze di Yalta, di San Francisco, nella carta atlantica ecc. vennero pertanto violati.

I comunicati e i protocolli
Sulle conferenze che si svolsero tra il 1941 e il 1945 abbondano, fin dal 1946, documenti d’archivio e saggi ma più che una classificazione cronologica, una classificazione tipologica sembra la più appropriata e si può ripartire tra storia ufficiale, storia ufficiosa e storia non-conformista, quest’ultima, talvolta stimolante, ma per lo più “pittoresca” e tesi grottesche ampiamente diffuse in Italia. Alla fine della conferenza, di Yalta il 12 febbraio 1945, fu pubblicato un comunicato stampa, ma riguardava solo una parte degli accordi conclusi tra i Tre leader: si trattava dei punti 2, 7 e 8 e punto 13 dei verbali che concernevano delle note sulla frontiera jugoslava e la frontiera italo-austriaca, richieste presentate dai britannici di cui gli americani e i sovietici promisero di esaminare in un secondo tempo; la previsione di formare una commissione centrale di controllo in Germania alla fine del conflitto e un programma futuro di incontri. Il resto fu tenuto segreto per ovvie ragioni diplomatiche e strategiche. Il protocollo della conferenza, redatto e firmato dai tre ministri degli Esteri, nel 1947 fu pubblicato dal Dipartimento di Stato americano in risposta alle critiche dei Repubblicani alla politica di Roosevelt. I protocolli di Yalta e di altre conferenze, alla Convenzione di Armistizio con la Germania, la Bulgaria, l’Austria, Finlandia, Ungheria, Giappone, Romania, Italia furono resi pubblici nel 1946 in un “Recueil de textes à l’usage des Conférences de la Paix” (Paris, Imprimerie nationale 1946, 278 pp.). Si tratta di una raccolta di testi del Ministero degli Affari Esteri francese ad uso dei giornalisti accreditati alle Conferenze della Pace di Parigi.

Nel 1955 il Dipartimento di Stato americano pubblicò un voluminoso tomo di oltre 1100 pagine contenente gli atti della due conferenze di Malta e Yalta (Cfr. “Foreign Relations of the United States. Diplomatic Papers. The Conferences at Malta and Yalta 1945”, Washington, D.C., United States Government Printing Office 1955; ora consultabile online). Nel 1957 Mosca pubblicò la raccolta della corrispondenza scambiata da Stalin con i presidenti degli Stati Uniti Roosevelt, Truman e con i primi ministri Churchill e Attlee a cura di Andreï Gromiko, le 700 pagine di documenti contenevano poche rivelazioni, ma sono molto istruttive sullo stato d’animo dei Tre Grandi. Il libro fa luce sul meccanismo di un’alleanza e sulla “superdiplomazia” che i capi di governo avevano messo in atto per cercare di risolvere gli innumerevoli problemi che la diplomazia ordinaria non avrebbe potuto determinare. La raccolta pubblicata a Mosca confuta molte leggende e miti principalmente su questioni politiche ma la “guerra fredda” già si profilava nell’Alleanza (“Correspondence between the Chairman of the Council of Ministers the U.S.S.R and the Presidents of the U.S.A and the Prime Ministers of Great Britain during the Great Patriotic War of 1941-1945”, 2 voll., Moscow, Foreign languages publishing house 1957; Lawrence and Wishart, London, 1958.) Nel 1957 (e anni successivi) fu diffuso dagli Editori Riuniti in Italia, e la corrispondenza Stalin-Roosevelt nel 1962 dalle edizioni Schwartz (le pagine 185 a 219 sono dedicate all’Italia). Contemporaneamente fu divulgato un libro dello storico Herbert Feis (Cfr. “Churchill, Roosevelt, Stalin. The War they Waged and the Peace they Sought”, Princenton University Press 1957) che aveva potuto accedere ampiamente agli archivi americani. I volumi si completano in alcuni dettagli per esempio (vol. 2, n. 146): un messaggio di Roosevelt a Stalin (Feis, p. 279) e una lettera di Stalin a Roosevelt in merito ai negoziati condotti a Berna in vista del ritiro delle truppe tedesche in Italia erano introvabili negli archivi americani. (Cfr. “Correspondance”, cit., vol. 2, n. 283; Feis, cit., p. 589). Si constata che la versione sovietica in certi casi fu censurata.

Le clausole segrete
Furono rese note dopo l’entrata in vigore degli Accordi di Parigi (maggio 1955). Dopo il “colpo di stato” in Cecoslovacchia nel febbraio 1948 di fronte alla minaccia sovietica, i paesi europei si rivolsero rapidamente agli Stati Uniti per rinforzare la loro sicurezza, un approccio che condusse all’istituzione del Patto atlantico nell’aprile 1949 e della Nato nel 1950. Gli Accordi di Parigi, concernevano la Germania e l’Italia che furono integrate nel Trattato di Bruxelles, organismo unicamente difensivo costituito, nel marzo 1948, dalla Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, il Lussemburgo e Olanda, paesi poi fondatori, nel settembre, del Wudo (Western Union Defense Organisation) precursore dell’Ueo (Western European Union) e della Nato. Con gli Accordi si mise termine al regime di occupazione, in Germania con la piena sovranità e il suo riarmo nel quadro del comando integrato della Nato. In Europa fu un passo fondamentale della “guerra fredda”: l’Urss denunciò i trattati di Alleanza anglo-sovietici del maggio 1942 e franco-sovietici del dicembre 1944, con la “Conferenza del blocco dell’Est” (novembre 1954) che sboccò nella costituzione del Patto di Varsavia (maggio 1955) con un comando unificato a direzione sovietica. L’architettura politico-strategica così messa in atto rimarrà pressoché invariata fino alla caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est nel 1989 e alla riunificazione della Germania nel 1990.

La guerra aveva riunito gli Usa, l’Urss e la Gran Bretagna in un fine comune ma al termine del conflitto la visione di ognuno fu dettata da proprie considerazioni, ideologiche, economiche e di sicurezza. L’Urss era un paese vincitore ma ne era uscito esangue dalla guerra. Per gli Usa, invece, essenziale era il cordone di base intorno all’Eurasia anche per non rivivere Pearl Harbour. La suddivisione del Vecchio Continente in due zone d’ideologie e regimi antagonisti si attuò tra la fine del 1945 e il 1950. La trasformazione in due blocchi militari tra il 1950 e il 1955. Simbolo della divisione europea, la Germania divenne la pietra angolare dell’antagonismo Est-Ovest e la sfida fondamentale della sicurezza europea. Le due strategie, Urss-Usa, erano legate alle ideologie adottate e alle esperienze storico nazionali, perciò era da sprovveduti credere ad una razionalità similare che permettesse un linguaggio comune. Negli anni Settanta, gli istituti di polemologia e stimati studiosi illustrarono i centri potenziali di violenza collettiva, i cosiddetti “fronti di aggressività”: due concernevano l’Europa, il fronte Est europeo tra il mondo comunista e il mondo occidentale dal Capo Nord al mare Egeo.

Brevi osservazioni: il Pci dal 1946 al 1964
Il concetto di “accerchiamento” geografico ed ideologico ha sempre ossessionato i sovietici. L’Urss, indebolita dalla guerra, un’esperienza traumatica con una perdita di oltre 22 milioni di persone e l’insieme del suo territorio europeo totalmente devastato, non intervenne militarmente nell’Europa occidentale poiché gli Usa erano economicamente potenti e avevano la superiorità dell’energia atomica. La difesa della Madre Russia fu il primo obiettivo della potenza militare dell’Urss quindi l’esigenza di stabilire un cordone sanitario nei Balcani e in Polonia. Georges Kennan, dal 1944 al 1946 “capo missione” all’Ambasciata americana di Mosca con un telegramma (22 febbraio 1946) e un articolo “The source of Soviet Conduct” (non firmato), del luglio 1947, nella rivista “Foreign Affairs” informava Washington: “se i sovietici cercano di indebolire l’Occidente è perché sono politicamente ossessionati per la loro sicurezza”.

Anche se i sovietici ritenevano il conflitto armato necessario al trionfo finale del comunismo, non era un azzardo l’invito di Stalin alla moderazione rivolto ai partiti comunisti d’Italia, Francia e Grecia. Angelo Tasca in una Relazione del 1946 informava l’Ambasciata americana di Parigi: “Al suo ritorno da Mosca, Thorez [segretario generale del Pcf]ha convocato il comitato centrale e ha esposto le tesi sovietiche sulla situazione internazionale. L’Urss non è pronta per una guerra e i suoi preparativi prenderanno un certo tempo, un certo numero di anni. Bisogna quindi guadagnare tempo e difendere le posizioni acquisite. La politica e la strategia del Pcf devono adattarsi alle direttive del Cremlino ed essere orientate in modo intelligente nella stessa direzione. Perché l’Unione sovietica non è in grado di affrontare una guerra, il Pcf deve evitare dei progressi troppo rapidi e ancor meno tentare di conquistare il potere con la forza” (Cfr. La relazione di Angelo Tasca in Nerin E. Gun, “Les secrets des archives américaines”, Albin Michel 1978, t. 2, p. 83).

L’eloquente politica nei confronti del generale Markos, leader del potente movimento comunista greco, prova quale sarebbe stata la condotta negativa di Stalin verso una destabilizzante politica aggressiva del Pci in Italia. Stalin parlava di rafforzamento politico non di rafforzamento illegale e armato. Togliatti in tutti i suoi discorsi, dal 1944 in poi, secondo le direttive di Mosca, ammonì i comunisti a evitare ogni avventura, ogni scontro e a difendere il governo legale: quello di Badoglio prima, poi del Cln, di Parri, di De Gasperi, ecc. Al piano Marshall, Stalin rispose con la creazione del Cominform, mobilitando la Federazione Sindacale Mondiale, provocando la scissione sindacale in Italia e in Francia e organizzando una serie interminabile di scioperi che avevano per obiettivo il sabotaggio della ricostruzione industriale in Europa occidentale. Il Pci, dopo il conflitto, non ebbe mai una capacità di insurrezione armata, ebbe unicamente una capacità di mobilitazione di tipo sindacale, per lo più settoriale e di breve durata. Non esisteva alcun “Apparato paramilitare del Pci” così definito negli anni cinquanta in una relazione del Sifar (28 febbraio 1950) che squalificava i componenti l’Ufficio I dimostrando di non conoscere né il linguaggio né la terminologia usata dagli organi dirigenti comunisti e neppure la biografia e le cariche ricoperte dai personaggi citati in quel documento, purtroppo ripreso in Italia da vari studiosi. I promotori della “seconda ondata” che non fecero autocritica non usufruirono del sostegno del Partito. Ai vertici del Pci il rapporto di sudditanza verso il Pcus è sempre stato totale fino alla caduta del Muro. Anche le apparenti pubbliche discordanze di linguaggio furono concordate. Negli anni cinquanta-sessanta specialista dell’accordodisaccordo fu Giancarlo Pajetta, che fu anche l’ambasciatore-informatore itinerante del Pcus nel Terzo mondo e nei Paesi satelliti. Il

Cominform (1947-1956) svolse un’unica essenziale funzione: impedì e stroncò ogni tentativo di ricomporre l’Europa, vinse le esitazioni di Cecoslovacchia e Polonia, propense ad accettare le offerte del piano Marshall e bloccò le tendenze centrifughe attivate dalla dissidenza della Jugoslavia di Tito. Il Pci perse forza e pericolosità come “minaccia armata” ma continuò a rafforzarsi sul piano propagandistico ed elettorale, e proseguì la sua azione disgregatrice nell’Esercito, l’infiltrazione nelle Istituzioni, e nei servizi segreti, ecc. Alla caduta del fascismo, il partito comunista italiano non era “così forte”, come sostengono il dott. Turone e associati, il partito socialista contava più aderenti del Pci. In seguito con la direzione di un leader di statura intellettuale e politica come Palmiro Togliatti, si rafforzò. Nel 1953 alle elezioni del giugno alla camera dei deputati raccolse 6.120.809 voti e 143 seggi, la Democrazia cristiana 10.862073 e 262 seggi e il Psi indebolito dalle scissioni e dalle correnti, 3.441.041 e 75 seggi. Negli anni cinquanta la Democrazia cristiana primeggiava sul territorio e l’influenza del Pci era soprattutto nei grandi centri urbani del Piemonte e della Lombardia, culla della classe operaia italiana. Così in Emilia, Romagna e Toscana dove il comunismo appariva come il successore del socialismo tradizionale e del vecchio partito repubblicano mazziniano, due forze ancora solide nei primi scrutini del dopoguerra ma che dovettero cedere il passo ai comunisti: i socialisti più tardi, i repubblicani in maniera catastrofica. Nel dopoguerra al Sud e nelle isole i comunisti erano quasi sconosciuti e poco organizzati fino a quando grazie ad un immenso sforzo, l’importazione di agitatori ed animatori del Nord e ad iniziative spettacolari in favore della distribuzione della terra il meridione divenne una fedele riserva elettorale. Nel 1956 Togliatti dovrà fare fronte alla tempesta scatenatesi dal XX congresso di Mosca. Esposto agli attacchi della “sinistra” staliniana e operaista indebolita che agirà controcorrente, di una “destra” revisionista incoraggiata dalla destalinizzazione e dalla dissidenza democratica che poteva appoggiarsi sul Partito socialista.

Nel 1956 dopo i fatti dell’ Ungheria e la scissione dei socialisti (dal Patto di unità d’azione Pci-Psi dal 1948 al 1956), per bocca del suo massimo dirigente, il “Frontismo” in nome del quale il Pci aveva combattuto numerose battaglie, fu ripudiato, indicata come nuova direttrice di marcia della classe operaia italiana il “milazzismo” che si reggeva sui voti comunisti, cristiano sociali, monarchici dissidenti, missini, democristiani dissidenti e in Sicilia forze del vecchio separatismo. Nel novembre 1959 iniziarono le trattative per la confluenza di numerosi ex comunisti nel Psdi che si concretizzò durante le Assise del XII congresso celebrato nel gennaio 1960. Quando la distensione internazionale pose ai comunisti pericoli di “socialdemocratizzazione delle masse” (per usare l’espressione cara al Pci) il discorso di Togliatti si concluse con un attacco massiccio riservato al centrosinistra, ma in particolare alle forze laiche e democratiche. Un numero importante di militanti si strinse allora compatto attorno alla bandiera del socialismo democratico.

Nel dicembre 1964 il Pci rischiava l’isolamento e nel dibattito per le elezioni presidenziali Pietro Ingrao, Mario Alicata e gli ex fascisti del Pci annunciarono che era stata definitivamente presa la decisione di far convergere i voti comunisti su Amintore Fanfani come candidato alla presidenza. Fu allora che intervenne l’anziano e autorevole parlamentare comunista Fausto Gullo che pronunciò una vera e propria arringa contro il qualunquismo e il milazzismo della segreteria del partito: “Noi parliamo sempre di unità della sinistra operaia. Ebbene questa aberrante operazione Fanfani, se riuscisse, altro non farebbe che dividere profondamente la sinistra operaia. Nessun onesto democratico potrebbe capire come mai i comunisti, che si dicono campioni dell’antifascismo invece di votare un vecchio antifascista come Saragat votino un vecchio fascista come Fanfani”. Amendola precisò: “Bisogna appoggiare Saragat meglio avremmo fatto a sostenerlo subito, sin dalle prime votazioni. Allora la candidatura del leader socialdemocratico avrebbe avuto l’aria di essere stata proposta dal Pci e, come tale avrebbe potuto anche provocare la crisi della maggioranza”.

Il Pci e il “Comitato permanente per il controllo sui servizi di sicurezza”
La Dc perseguiva da sempre, come principale obiettivo, quello di non perdere voti a destra, mentre nell’ambito della crisi degli anni settanta e l’inserimento nell’area governativa, il Pci di Berlinguer intendeva porsi come il principale garante della sicurezza e dell’ordine pubblico quindi liquidare politicamente tutte le forze anticomuniste di destra e di sinistra e, sul piano della politica economica si atteggiava a unica forza in grado di aiutare il governo a fronteggiare e superare la crisi e stornare dal Paese la prospettiva di una disastrosa recessione produttiva. Dopo il 1976 l’emergenza tenne assieme i Governi la cui base parlamentare si era allargata nel Pci e, nella crisi generale, economica, politica e morale che travagliava una Repubblica italiana indebolita spiccava per particolare gravità, quella dell’Alta gerarchia militare e dei Servizi segreti coinvolti in vicende che alimentarono la cronaca anche giudiziaria. La grande avanzata elettorale del Pci nel 1976 e la scelta di una politica di “unità nazionale” non si tradussero in iniziative politiche, legislative e di massa, atte a far rientrare i servizi segreti nella legalità repubblicana.

L’omicidio Moro e la polemica sul “compromesso storico” hanno indotto a ignorare che Andreotti, Taviani, Piccoli lavoravano obiettivamente per far confluire il Pci nell’area della maggioranza parlamentare e il senatore Flamigni, l’on. Bolognesi e seguaci vogliono far dimenticare la politica del Pci durante i lunghi anni del consociativismo quando discutevano con Andreotti, Taviani e altri ministri della Difesa persino dei candidati alle nomine degli esponenti delle Forze armate e dei parimenti lottizzati Enti di Stato. Il Pci, parte della “maggioranza parlamentare di programma” avrebbe voluto accrescere la sua influenza nell’ambito della “difesa” e dopo gli accordi del luglio 1977 si sforzò di limitare i poteri del governo nelle nomine alle più alte funzioni militari. Il 23 ottobre 1977 il Parlamento (VII legislatura) con Andreotti presidente del Consiglio, approvò una legge di riforma dei Servizi segreti ma conservò integri tutti i presupposti per le future “deviazioni”. Berlinguer che per la prima volta aveva affermato la “fedeltà” del Pci oltre che al Patto atlantico anche alla Nato (estensione politicamente non giustificata) e agli accordi che ne erano parte integrante, compresi quelli collettivi o bilaterali, facilitò la collaborazione con i Servizi segreti come risulta da varie operazioni “poco ortodosse” effettuate nel quadro politico del “compromesso storico” e nel periodo della riforma “piduista” di Sismi e Sisde. Berlinguer rinunciò a far valere il più favorevole rapporto di forza del Pci (1976- 1979) e riportare i Servizi segreti nell’ambito dei loro compiti istituzionali e gli ufficiali alla lealtà costituzionale.
La riforma dei Servizi divenne operante il 13 dicembre 1977 con l’istituzione del “Comitato permanente per il controllo sui servizi di sicurezza” presidente il democristiano Erminio Pennacchini e vice presidente il senatore comunista Ugo Pecchioli. Il Comitato esercitando i poteri “di controllo, proposta e iniziativa” cogestì la linea politica e convalidò le nomine a direttori del Sismi e del Sisde dei candidati della P2: Santovito e Grassini. Direzione, gestione e controllo dei servizi di sicurezza mantennero al loro posto tutti i dirigenti intermedi dal passato “deviato” e sebbene questi persistessero in gravi “deviazioni”. Il Partito comunista fornì il proprio avallo alla gestione di Servizi segreti profondamente inquinati e mai, in quegli anni di stragi, di “assassinati di Stato”, Pecchioli e compagni denunciarono le attività devianti dei vertici e delle strutture “piduistiche”, e non, di Sisde, Sismi e Cesis. Oggi i più pesanti attacchi alle compagini piduiste, e ai Servizi in nome di un supposto “stragismo atlantico” provengono proprio da quegli ambienti, che furono complici o almeno compagni di strada.

L’eurocomunismo e “l’accesso al potere”
Attribuire all’“eurocomunismo” di Berlinguer una supremazia nei confronti degli altri partiti comunisti europei è una visione tipicamente italiana e limitativa. Il fenomeno eurocomunista è apparso negli anni settanta e il termine è datato 1976. “Eurocomunismo” pura espressione verbale fece nascere perplessità nei protagonisti della stessa politica “eurocomunista” sosteneva il professor Antonio Spadafora, docente di Filosofia, precisando (nel suo intervento a Lugano, promosso dall’Unione europea, 26-27 novembre 1977) le origini del termine, inizialmente rifiutato dai comunisti e di matrice giornalistica, piuttosto che accademica. Scriveva il professor Pierre Hassner: “sotto questa denominazione sono stati definiti i diversi modelli di “eterodossia” che la comoda visione del monolitismo e delle sue eresie offriva ad alcuni giornalisti e commentatori in modo approssimativo senza analizzare le specificità dei comunismi. Infatti, non è possibile demarcare una dottrina “eurocomunista” nella misura che prevalgono differenti definizioni dell’eurocomunismo” (Cfr. P.Hassner “L’‘eurocommunisme’, stade final du communisme ou de l’Europe?”, “Commentaires”, estate 1978, pp. 135-141). Alcuni partiti eurocomunisti effettuarono, in modo più o meno fragoroso delle modifiche di ordine dogmatico, il più rilevante fu, senza dubbio, il Partito comunista spagnolo con l’abbandono (negli statuti del partito) del riferimento al leninismo; altri fecero decadere, con modalità diverse, la nozione di dittatura del proletariato (Pcf).

Se non è semplice analizzare brevemente i concetti sui quali si è articolata l’evoluzione dei partiti comunisti ed esaminarne le implicazioni in riferimento ai principi su cui si fonda l’ideologia marxista-leninista, è possibile ricordare che il problema concreto che si poneva negli anni settanta, era la divergenza sul come doveva effettuarsi l’accesso al potere dei partiti comunisti occidentali. L’esistenza di un processo rivoluzionario in Portogallo (Cfr. Klaus Steiniger, “Welchen Weg geht Portugal” [“Che via prende il Portogallo”], febbraio 1975, “Einheit”, la rivista teorica del Sed; V. A. Cuhhal, “Results and prospects of the Portuguese Revolution” [Risultati e prospettive della rivoluzione portoghese], “World Marxist Review”, n. 1, 1977 apparso anche nella rivista “Kommunist”, n. 14, 1978) e la prospettiva di un’eventuale partecipazione ai governi del Pci, Pcf, ed altri condussero in effetti i partiti comunisti a precisare la loro opzione in favore di una via “rivoluzionaria” o “democratica”, quest’ultima però implicava un’alleanza con partiti non comunisti. Konstantin Zaradov, editore capo della rivista “World Marxist Review” (Cfr. “Pravda”, 6 agosto 1975) fin dall’estate 1975, suggerì numerose volte ai rivoluzionari molta prudenza prima di condannare le maggioranze elettorali e le larghe alleanze. In un articolo nella rivista teorica del Sed, l’ideologo del Partito comunista sovietico, Mikhail Suslov, dopo la conferenza di Berlino, affermò di non opporsi ad una politica di larghe intese dei partiti comunisti occidentali, ma la necessità per i comunisti di assicurarsi un ruolo dirigente all’interno delle alleanze.

Il Pci e la “distensione”
Le critiche nazionali si concentrarono sul “compromesso storico” e Berlinguer o il cd.“lodo Moro” ignorando l’ampia politica estera di Moro come ministro e come giurista. Ben prima che si parlasse di “compromesso storico” l’on. Moro aveva instaurato rapporti con Mosca fin dal luglio 1971, proseguiti negli anni 1974 in visita nei Paesi dell’Est e ancor prima con gli Usa (con Nixon, ottobre 1969) per caldeggiare la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki, 1973-1975) auspicata dall’Urss (i cui preliminari erano iniziati nel 1966) e resa possibile dalla Ostpolitik di Willy Brandt (1969). Non fu l’on. Moro che organizzò la Conferenza di Helsinki (Commissione Moro, audizione di Sergio Flamigni, seduta del 2 dicembre 2014, p. 15) ma il ministro degli Esteri, poi presidente del Consiglio, ebbe un ruolo rilevante nella discussione sul problema mediterraneo e sui diritti dell’Uomo, e firmò l’atto finale a nome della comunità europea. Nell’Europa dell’Est e in Urss, i principi degli accordi di Helsinki (1º agosto 1975) incoraggiarono la dissidenza politica che pretese il diritto di esprimersi apertamente.

William G. Hyland in “Foreign Affairs” (aprile 1979) osservava che per certuni, l’“oggettiva distensione” coincideva con l’arrivo al potere di Willy Brandt e con l’inizio della “Ostpolitik”; in Francia alla visita di Charles De Gaulle a Mosca nel giugno 1966 (in Urss il Generale era molto popolare e il viaggio fu ampiamente pubblicizzato dalla stampa sovietica), mentre negli Usa quasi all’unanimità si attribuiva a Nixon-Kissinger. Per Kissinger la “distensione” era un mezzo per assicurare la transizione verso una parità strategica stabile con l’Urss, evitare pertanto agli Usa di finanziare costosi sistemi di protezione contro i missili balistici di lunga gittata dei sovietici (gli armamenti difensivi sono più costosi di quelli offensivi) mentre era in corso la guerra in Vietnam con spese militari a livello del 9% del Pnb (prodotto nazionale lordo). Invece dalla “distensione”, un articolo nel periodico inglese “Survey Review” (1974, n. 91-92) rilevava che i sovietici si attendevano: “l’indebolimento dell’Alleanza Atlantica, riduzione degli sforzi militari negli Usa, isolamento della Cina dopo la morte di Mao Zedong e, essenzialmente legittimazione del loro dominio sull’Europa dell’Est, trasferimento di tecnologie e di capitali che permettessero dei progressi nel campo degli armamenti”.

Nel giugno 1977 Andreotti domandava a James Reston, giornalista del “New York Times”: “L’eurocomunismo è il frutto della distensione per la quale Kissinger ha tanto lavorato, perché ora è mal visto a Washington? Si è molto discusso se l’eurocomunismo avvantaggiava Mosca o gli Stati Uniti”. Jean Laloy, diplomatico, fu ministro-consigliere di Ambasciata a Mosca. Nel 1947 membro del consiglio di controllo a Berlino e successivamente, a Bonn, incaricato di stilare la costituzione della Repubblica Federale. Fu capo di Gabinetto del Segretario generale del Quai d’Orsay, Alexandre Parodi, per le questioni orientali e direttore politico nella gestione della crisi di Berlino, replicava: “per quanto concerne l’Urss, i dirigenti del Pci non nascondono, nelle loro conversazioni, che vi sono due scuole di pensiero. In merito a Mosca le persone che si potrebbero definire ‘di chiesa’ come Suslov o Ponomarev sono ostili a questa eresia. Ma i dirigenti di Stato come Kirilenko sarebbero favorevoli poiché vedono la possibilità di indebolire l’Alleanza Atlantica dall’interno introducendo dei fermenti di neutralismo. In realtà Brežnev ha arbitrato in favore di questi ultimi e ha sostenuto Berlinguer” (Cfr. La ménace soviétique”, “Stratégie”, “Institut international des Études stratégiques di Londra, dir. Christoph Bertram e l’ articolo di Jean Leloy (1982), “L’Europe de l’Ouest dans la perspective soviétique”). Brežnev e Andreï Kirilenko, sostennero Enrico Berlinguer prospettando appunto la possibilità di indebolire l’Alleanza atlantica”.

Il “pacifismo” e il “neutralismo” nei partiti comunisti
A Parigi, nei Colloqui delle Assemblee dell’Ueo (Western European Union) la Commissione agli Affari Generali e agli armamenti evidenziò i problemi posti alla sicurezza dell’Europa dal “pacifismo” pubblicizzato dall’Urss gestito da Boris Ponomarev, ideologo , storico e membro del segretariato del partito comunista dell’Urss ma con una particolare attenzione al neutralismo (Cfr. “Les problèmes posés à la sécurité de l’Europe par le pacifisme e le neutralisme”, Rapport (testi in inglese e francese) in nome della “Commission des affaires générales” di M. Lagorce (5 novembre 1982). Scriveva il professor Pierre Hassner: “il punto essenziale per il Pci è la partecipazione a un ‘consensus’ italiano che costituisce una sorta di sintesi tra l’atlantismo e il neutralismo. Consiste nell’accettare l’Alleanza atlantica per delle ragioni politiche, ma a concepirla essenzialmente come un mercato (protezione americana contro basi italiane) che permette all’Italia un’attitudine essenzialmente passiva, di consumatrice piuttosto che di produttrice di sicurezza. Questo concetto si riflette sia nel dispositivo militare delle truppe italiane sia nel “budget” della Difesa. I comunisti si sono aggregati a questo consenso […]per acquisire un diritto di entrata al governo e alle stesse condizioni accentuare ancora l’aspetto difensivo, limitato territorialmente e politicamente dell’Alleanza […]. Insomma dovevano combinare esigenze contraddittorie. Da un lato moltiplicarono le dichiarazioni sul vantaggio e l’equilibrio positivo della Nato in Europa. D’altra parte in tutte le decisioni concrete, i comunisti diedero il loro accordo alle campagne sovietiche continuando ad imporre una propaganda contro l’imperialismo americano” (Cfr. Pierre Hassner, “Eurocommunisme” et “Eurostrategie”, “Défense nationale”, agosto-settembre 1980).

Le direttive di Brežnev e il Pci
Il segretario del Partito comunista italiano non affrontò mai il dibattito di fondo sul marxismo-leninismo. Brežnev, nel discorso tenuto all’Accademia delle Scienze si mostrò disponibile nei confronti dell’eurocomunismo e dichiarò: “solamente l’esperienza pratica permette di giudicare del carattere giusto o sbagliato di certe tesi” (Cfr. L. Brežnev, “Isvestija”, Mosca, 18 marzo 1976). Brežnev riuscì a far adottare un compromesso di ordine tattico che consisteva nell’attendere l’evoluzione dei partiti accordandogli una certa libertà d’azione nella politica nazionale imponendo però delle condizioni: il sostegno alla politica estera sovietica e la rinuncia a qualsiasi critica di fondo del sistema sovietico sull’Est europeo già oggetto di discussione alla conferenza di Helsinki dove si evidenziò che il principale obiettivo di Mosca fu di ottenere un attestato che consacrasse uno “status quo” europeo che legittimasse la loro presenza militare e politica in Europa dell’Est al prezzo di concessioni minori. Il comunismo oramai al “tramonto”, Berlinguer chiese una direzione politica, un’impostazione nuova dal punto di vista della “legittimità costituzionale”. In pratica il Pci chiedeva un governo che dichiarasse ufficialmente la fine di ogni anticomunismo confermando la funzione democratica del Partito, in linea con le proposte sovietiche di legittimazione ad Est formulate appunto ad Helsinki. Questa era la sostanza della linea “compromesso storico”, continuando però a percepire i finanziamenti sovietici quando segretario generale era Leonid Brežnev che aveva ordinato l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e nel 1979 in Afganistan. (Cfr. Emmanuel Todd, “La chute finale. Essai sur la décomposition de la sphère soviètique”, ed. Laffont 1976; v. anche Luigi Cavallo, “Tramonto del comunismo e compromesso storico”, “Difesa nazionale”, novembre 1974).

La preoccupazione di Mosca era essenzialmente sui pericoli d’infezione ideologica e politica in Europa orientale, il timore che il non-allineamento dei Partiti fratelli potesse creare una situazione di instabilità e mettere in crisi il sistema interno mentre l’Urss era in espansione nei paesi africani, asiatici, e le forze sovietiche avevano talmente sviluppato le armi nucleari tattiche da essere in grado di dissuadere le forze atlantiche dal far ricorso per primi all’impiego delle armi atomiche, non solo strategiche ma anche tattiche, secondo il rapporto (1976) della Commissione senatoriale firmato dai senatori Sam Nunn (democratico) e Dewey Bartlet (repubblicano). La nuova linea di apertura di Mosca con la concessione di una certa libertà nella gestione della politica nazionale ma che imponeva il sostegno incondizionato alla politica estera dell’Urss aveva origine dalle tesi di Wadim W. Zagladin, uomo di fiducia di Brežnev, e direttore aggiunto della sezione relazioni internazionali del Comitato centrale ed esperto dell’Europa occidentale con ottimi contatti con i responsabili eurocomunisti. Zagladin fu incaricato dell’elaborazione e dell’applicazione della nuova linea politica (Cfr. W. Zagladin, “Pravda”, 20 aprile 1976). Il Pci in sede Ueo diede il voto in favore della “standardizzazione” degli armamenti Nato richiesta dagli americani che indeboliva l’Europa ma in merito alla politica estera non si discostò mai dalle direttrici sovietiche in Medio Oriente o in Africa.

In effetti, i timori dei Sovietici erano nei confronti di una coalizione social-comunista in Occidente, non di un “sistema multiforme” (così definito dai russi) proposto da Berlinguer e da Moro. Mosca ha sempre auspicato per l’Occidente dei governi “borghesi”. I timori di Mosca e dei suoi alleati nei confronti dei diversi Partiti eurocomunisti non erano similari. Sebbene possa sembrare paradossale, Mosca dava più fiducia al Pc italiano che al Pc francese. Nella politica del “compromesso storico” con la Dc, Berlinguer non auspicava instaurare nell’immediatezza una società socialista in Italia, mentre il Pcf di Marchais la pretendeva, quindi era molto più pericoloso per Mosca. A differenza del modello cinese che non aveva alcuna attrattiva nei Paesi socialisti europei, una coalizione di sinistra, socialisti e comunisti con un programma comune di governo avrebbe potuto interessare certi Paesi dell’Est e adottarne il modello. Comunque Mosca non poteva permettersi di condannare senza appello e violentemente i Partiti eurocomunisti occidentali nella misura in cui questi si presentavano come partiti di governo o dell’arco costituzionale (come in Italia) poiché l’Urss avrebbe potuto ritrovare rappresentanti di questi partiti come interlocutori non più nelle conferenze del Movimento comunista ma in negoziati inter-governativi e metter in crisi gli equilibri europei ai quali Mosca teneva in modo particolare e di conseguenza la sicurezza della Rdt in quanto Stato.

I rapporti Pci-Rdt negli anni settanta
Un tentativo d’assassinio di Berlinguer su ordine del governo di Sofia (3 ottobre 1973, dove in effetti morirono nell’incidente automobilistico due dirigenti bulgari!) rivelato nel 1991 da Emanuele Macaluso è manifestamente un’invenzione tardiva. Erich Honecker (due mesi dopo il supposto tentato assassinio) e Berlinguer (4-8 dicembre 1973) si incontrarono in Rdt e da quel momento il Sed continuò su quella via di contatti come testimoniano i propositi dei membri del partito comunista tedesco nelle conversazioni con i rappresentati del Pci conservate minuziosamente negli archivi del Sed (Cfr. “Neues Deutschland”, 4 e 8 dicembre 1973 la visita di Berlinguer in Rdt. V. “Konstruktives Dialog mit international Genossen”. Interview Mit Werner Felfe, “Horizont”, n. 25, 1977, prof. Otto Reinhold, “Heisser politischer Sommer Italien”, “Horizont”, n. 29, 1977; i due articoli sono riprodotti in “Deutschland-Archiv”, 9, 1977). Nel 1976 la Rdt di Honecker, della Stasi, di Mielke, di Markus Wolf, del reggimento della Guardia intitolato alla memoria del fondatore della Cheka, Feliks Dzierzynski, uno dei più efficienti strumenti del terrore legale comunista fu l’invitata d’onore al festival de “l’Unità” e i rapporti tra il Sed e il Pci furono certamente migliori di quelli intrattenuti prima della nascita dell’eurocomunismo. A partire dal 1976 le conferenze dei partiti comunisti si svolsero tutte a Berlino Est per stabilire l’importanza del ruolo del Sed. Nel giugno 1976 il giorno dopo la Conferenza del Movimento comunista internazionale dove si evidenziò la mancanza di unità all’interno ma passò sotto silenzio l’internazionale proletaria e il ruolo dei responsabili del Pcus, i dirigenti della Germania Est furono i primi a riconfermare i principi essenziali della linea sovietica e nelle relazioni bilaterali e il Sed. Durante le celebrazioni moscovite per il 60º anniversario della rivoluzione di Ottobre (1977) si rilevava l’assenza di Marchais, in particolare il silenzio imposto al compagno Carrillo , calunniato dopo l’abbandono del leninismo e del “centralismo democratico” annunciato al congresso spagnolo nell’ottobre 1977 e la parola data a Berlinguer che dopo il suo discorso si incontrò con Brežnev e Suslov ed altri dirigenti sovietici.

Il dirigente comunista spagnolo Miguel Azcárate dichiarò: “A Madrid nel marzo 1977 e in un incontro successivo tra Carrillo e Berlinguer a Roma la natura delle società socialiste e del dissenso in quelle società fu posta in modo netto dagli spagnoli e anche dai francesi, ma gli italiani hanno sempre rifiutato di affrontare l’argomento. Ci furono troppe reticenze. Su questo punto il Pci è il più arretrato dei tre partiti eurocomunisti. Il Pce ha detto chiaramente all’Urss che non è un paese socialista, e anche il Pcf, seppure in modo meno coerente, lo ha detto; il Pci ricorre a definizioni ambigue parla dell’Urss menzionando “tratti illiberali”. Infatti, a Milano, Berlinguer (1976) diede una definizione molto precisa dell’Urss: “è una società socialista con alcuni tratti illiberali” (sic!). Scriveva François Fejtö, professore alla facoltà di “Science politique” di Parigi, storico dei Paesi dell’Est e di storia dei comunismi: “nella conferenza che riunì i tre dirigenti Pci, Pcf, Pce a Madrid nel 1977 fu pubblicata una dichiarazione, nella quale su insistenza di Berlinguer ogni allusione sulla situazione delle libertà nei Paesi comunisti doveva essere assente [come da linea politica imposta da Brežnev-Zagladin cui ho già accennato]. Il comportamento del Pc italiano che sembrava il più critico nei confronti del sistema repressivo stalinista deluse i dirigenti eurocomunisti. Così “l’Unità” rifiutò ogni discussione con Andreï Amalrik [il dissidente sovietico, più volte imprigionato e inviato nei campi, fece parte del “Moscow Helsinki Group”]. Il Pci fece tutto il possibile per screditare e minimizzare la Biennale di Venezia del novembre 1977 che aveva lo scopo di dare larga pubblicità alle attività letterarie e artistiche dei dissidenti (Cfr. F.Fejtö “Socialisme et nationalisme dans le Democratie Populaire, 1971-1978”, “Défense nationale”, agosto-settembre 1978).

La corsa agli armamenti
In realtà, negli anni settanta le strategie di Washington e di Mosca comportarono una corsa e una competizione nell’ambito degli armamenti. Era la “deterrenza nucleare” che manteneva l’equilibrio tra le due Egemonie e assicurava la Pace in Europa e fu un tema maggiore della Guerra fredda dal 1945 al 1991, e giocava un ruolo centrale nelle strategie di difesa e nelle relazioni internazionali. L’arma atomica ha completamente rinnovato il concetto di dissuasione nelle strategie di difesa perché il suo potere è senza eguali nella storia. Osservo che l’analisi della documentazione fondamentale del Congresso, del Senato e delle varie commissioni americane, sulla sicurezza e la cooperazione in Europa sono carte basilari e accessibili da sempre e anche la documentazione del Nsc (National Security Council) per gli anni settanta-novanta è disponibile integralmente. Le carte della Nato fino agli anni novanta.

Il conflitto Usa-Cee degli anni settanta
L’era Nixon-Kissinger comportò un cambiamento nelle relazioni euro-americane. Kissinger, ammiratore di Metternich, adottò la “Realpolitik” e il primato degli interessi nazionali pertanto mise termine al sostegno tradizionale degli americani alla costruzione europea. Nel 1973/1974 i rapporti tra l’Europa e gli Usa entrarono in una fase definita di “confronto caldo”, o in francese “guerre fraîche”, nel quale vennero alla luce tutti i problemi complessi del contenzioso euro-americano: innanzi tutto il riassetto monetario e della convertibilità del dollaro e delle attività multinazionali. Era corretta l’osservazione dello storico ed economista americano Charles Kindleberger: “ lo squilibrio tra l’emisfero Nord e Sud è ragione di conflitto suscettibile di nuocere alla struttura politico sociale delle democrazie industriali avanzate, quando gli Usa barcollano l’economia mondiale e l’equilibrio politico diventa instabile”.

Kissinger, sotto la doppia presidenza Nixon-Ford, ebbe un ruolo eminente, ma nel gennaio 1977, cedette il posto al tandem Carter-Brzezinski. Il cambiamento evidenziò una nuova visione delle relazioni internazionali rifiutando l’eredità Nixon-Kissinger sulla quale riposavano i vecchi principi dell’equilibrio delle potenze. Brzezinski criticava la concezione kissingeriana dell’equivalenza che secondo l’interpretazione data da Carter concedeva un “margine di superiorità” all’Urss, in seguito sostituita dall’Amministrazione Reagan con quella di “margine di sicurezza”. Brzezinski presiedeva il Consiglio nazionale della sicurezza (Ncs) l’organo supremo di concezione e di coordinamento per tutto ciò che concerneva la Difesa e il ruolo esterno degli Usa. Il Ncs è la cerniera essenziale della diplomazia americana e il suo presidente l’ideatore e il fautore delle principali decisioni. Brzezinski aveva diretto la commissione “Trilaterale” voluta da N. Rockfeller e in essa si rispecchiavano interamente le sue scelte e un’impostazione diplomatica rinnovata. Brzezinski stimava che la priorità fosse la continuazione della politica di distensione tra Washington e Mosca, ma con una nuova definizione dei rapporti tra “nazioni industriali” e “ragioni proletarie” e l’istituzionalizzazione dei rapporti America-Europa-Giappone. In pratica un’evoluzione in rapporto alla concezione dualista del “mondo bipolare”.

Una contestazione trilaterale che sfociasse su un’armonizzazione delle politiche economiche era una necessità, tuttavia accettare la trasformazione del Mercato comune in Europa in zona di libero scambio v’era un margine che gli stati membri della Cee dovevano valutare attentamente. Nella politica che proponeva Brzezinski, l’Europa del Mercato comune, serio concorrente degli americani, non avrebbe trovato alcun vantaggio. Inoltre, scriveva Luigi Cavallo: “l’Europa rischia di perdere la sua identità e la sua vocazione cadendo sotto l’egemonia economica degli Stati Uniti”. L’indebolimento dei rapporti strategici tra gli Stati Uniti e l’Europa, confermati nella carta di Ottawa nel giugno 1974 posero tutto il problema in particolare quello della difesa autonoma dell’Europa, l’Italia fu obbligata ad elaborare una politica concreta e globale, purtroppo con risposte divergenti. I differenti Governi italiani avevano sempre respinto l’idea di un’Europa terza forza e di una difesa puramente nazionale.

Il veto Usa
Il Dipartimento di Stato americano, il 6 aprile 1977, dichiarò che gli Usa si sarebbero opposti a un governo in Europa “dominato” dai comunisti. A Roma fu interpretato come una svolta importante di apertura che facilitava il compito dell’on. Moro (discorso del 4 aprile a Firenze) che in luglio doveva sboccare “all’accordo di programma” con il Pci. Dato che Washington si opponeva a una formazione “dominata” dal Pci e non era il caso, fu interpretato come un “semaforo verde”. Nel quotidiano “la Repubblica” si poté leggere che “gli Usa avevano tolto il veto contro l’entrata del Pci al Governo”, rilevava l’ambasciatore Puaux (Cfr. F. Puaux, “Regards sur la Politique étrangère de l’Italie”, “Politique étrangère”, PUF, n. 2, 1981).

Nel 1977 Brzezinski ricevette l’ambasciatore d’Italia Roberto Gaja il quale espose i timori su un “compromesso storico” e in merito “una situazione italiana disastrosa”, ebbe come replica: “Gli Usa vogliono aiutare l’Italia ma non si devono esagerare i fatti” e non ebbe alcuna risposta sull’eurocomunismo (Nsc, memo Brzezinski-Gaja 31 marzo 1977, Nsa memo cons. box 33 CI). Ci furono anche contatti con dirigenti del Pci con Sergio Segre e lo stesso Giancarlo Pajetta e nel 1977 il decreto MacGovern concesse i visti agli iscritti ai partiti comunisti. L’unica preoccupazione degli Usa riguardava il “Defense Planning Group” nel quale erano rappresentati tutti i paesi della Nato, sovrano in materia di decisioni per l’uso di armi nucleari, era sufficiente l’opposizione di un solo paese per bloccare ogni eventuale operazione in caso di conflitto nell’ambito della difesa nel caso di una minaccia sovietica. Di fronte al veto di un rappresentante comunista del DPG come avrebbero reagito gli altri paesi dell’Alleanza? problema già evidenziato e dibattuto ampiamente e pubblicamente dagli analisti politici ma ignorato in Italia da magistrati , giornalisti, studiosi di relazioni internazionali e storia contemporanea (Cfr. Interagency Intelligence memorandum (Cia Inr Dia) “The European Communist party” 6 giugno 1977 (Cia RR).

Le difficoltà economiche dell’Italia si ripercuotevano sulla capacità di difesa e contribuivano a indebolire il fianco sud dell’Alleanza. La politica di austerità che Andreotti conduceva con il sostegno dei comunisti e il cui impatto si farà risentire nel 1978 non permetteva alcun aumento del 3% nel budget della Difesa come auspicava la Nato. La superiorità tecnologica degli Usa era diminuita in quegli anni, precisava il Rapporto della Commissione senatoriale per le forze armate dei senatori Sam Nunn, democratico e Dewey Bartlett, repubblicano: al punto di non poter più compensare la superiorità quantitativa delle Forze del “Patto di Varsavia”. Cadeva ogni giustificazione per la costante inferiorità quantitativa dell’armamento americano e Nato nei confronti dell’Urss e del Patto di Varsavia. La base industriale sovietica per la produzione di sistemi d’arma era ormai di gran lunga superiore a quella americana come confermava Donald Rumsfeld al Congresso americano in un rapporto di 326 pagine. La commissione senatoriale Usa per le armate, in sintesi, rilevava la debolezza della Nato nel centro Europa e il disorientamento e il processo di disgregazione sul fianco meridionale definito “quasi in rovina” ma le inquietudini dell’Amministrazione Carter sugli effetti di “basso profilo” nel confronti dei comunisti si svilupparono progressivamente.

L’opinione pubblica americana, allertata da vari articoli nei quotidiani, apprese ufficialmente solo nel 1977 che, con l’intenso riarmo (Cfr. Lorenza Cavallo, “Il riarmo sovietico e il CoCom, “Nuova storia contemporanea”, n. 6, 2014) l’espansione strategica nucleare e convenzionale, l’Urss, dal 1983, sarebbe stata in grado di scatenare un conflitto in Europa. Carter il 10 maggio 1977 alla conferenza tenuta alla Nato dichiarava: “l’Urss ha realizzato l’essenziale nell’equivalenza atomica. Le forze convenzionali del Patto di Varsavia si pongono su una posizione offensiva. Queste forze sono molto più potenti di qualsiasi necessario obiettivo difensivo”. Washington stimò che il livello di guardia fosse giunto ai limiti, un segnale era necessario. È noto, dopo il viaggio dell’ambasciatore Gardner, convocato a Washington, in una dichiarazione del Dipartimento di Stato del 12 gennaio 1978, gli Usa presero posizione “contro l’entrata dei comunisti nei governi europei occidentali”. Eravamo alla vigilia delle legislative in Francia (12-19 marzo 1978) con l’avanzata delle sinistre condotte da François Mitterrand, avversate dall’Urss (che sostenne Giscard d’Estaing) e dagli Stati Uniti. I commenti e le conferenze tenute da Mitterrand furono esplicite in merito agli equilibri europei rivolgendosi a Mosca e al concetto di Alleanza, e non di sudditanza, nei confronti degli Usa. Non vi furono stragi né sequestri neppure quando nel 1981 un governo socialista andò al potere in Francia grazie ai voti del Pcf. Si vuole attribuire alla strategia dell’Alleanza atlantica e della Nato le caratteristiche negative dell’egemonia totalitaria sovietica. Ogni critica, legittima, anche aspra, alla politica estera americana, non deve far dimenticare che il governo presieduto dal generale Charles De Gaulle impose ai comandi militari alleati Nato di lasciare il suolo di Francia (1966) e non vi fu alcuna ritorsione. Imre Nagy, per aver annunciato alla radio di voler proclamare l’Ungheria paese neutrale, fu impiccato; Budapest semidistrutta a cannonate, invasa e occupata; la classe dirigente ungherese sottoposta per anni a epurazioni successive dalla polizia politica comunista agli ordini dei “consiglieri sovietici”.

Le conferenze devono essere analizzate nella loro globalità. Furono prese decisioni storiche, ma non è a Yalta che si formarono i due blocchi occidentale e sovietico, un mito che nel corso dei decenni è stato smantellato dagli storici. Il dott. Turone e simpatizzanti trattano il passato deformandolo, riformandolo, occultandolo e travestendolo per imporre una supposta “logica di Yalta” che trent’anni e più dopo avrebbe mantenuto la sua forza (!). Gli Usa e la Nato avrebbero tentato di “destabilizzare per stabilizzare” la penisola italiana con le stragi e organizzando il sequestro e l’assassinio dell’on. Moro utilizzando le Brigate Rosse di Mario Moretti, in veste di “gladiatore”, a dire di Sergio Flamigni, per opporsi al “compromesso storico” o “all’avanzata del partito comunista” o “delle sinistre” (quali?!) secondo le varie formulazioni. In quanto all’on. Aldo Moro in quel momento ricopriva unicamente una carica onorifica di presidente del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana e non aveva alcun potere o influenza sulla politica internazionale. Il “forte partito comunista italiano incuteva paura alla Nato” (sic!) secondo Turone! I 12 milioni di voti comunisti e il milione e mezzo di iscritti messi a disposizione di Andreotti? Si confonde il progresso del partito sul piano elettorale, patrimoniale e dei profitti di sottogoverno con il potere effettivo. Il “forte partito comunista” negli anni settanta non era neppure una garanzia per la difesa della libertà repubblicana: vedi la questione del referendum, il confino di polizia, l’impiego dell’Esercito, la repressione generalizzata, il conformismo della stampa di partito e della lottizzata Rai-Tv.

 

Lorenza Cavallo

 

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