mercoledì, 19 Giugno, 2019

La crisi della democrazia e della socialdemocrazia nelle società economicamente sviluppate

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Nel corso della storia è spesso accaduto che eventi casuali e tra loro irrelati abbiano dato origine a “punti di svolta” e di rottura rispetto al passato. E’ questa la tesi di fondo dello studioso francese Yves Mény (docente di Scienze politiche nelle Università di diversi Paesi, già fondatore e direttore del “Robert Schuman Center” presso l’Istituto universitario europeo di Firenze e attuale presidente del consiglio d’amministrazione della “Scuola Superiore Sant’Anna” di Pisa), autore del recente volume “Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico”.

I “punti di svolta, secondo Mény, si sarebbero verificati in quasi tutti i momenti più salienti della storia delle società occidentali: nel 1215, con la prima Rivoluzione inglese per l’ottenimento del diritto dell’”habeas corpus”, sancito con la concessione della Magna Carta; nel 1648, con la stipula del Trattato di Westfalia; nel 1688-1689, con la Gloriosa Rivoluzione inglese, che ha portato al riconoscimento della centralità e delle prerogative del parlamento; nel 1776 e nel 1789, con le Rivoluzioni, rispettivamente, americana e francese; nel 1648, con le diverse rivoluzioni sociali scoppiate in gran parte dell’Europa; nel 1917, con la Rivoluzione bolscevica; negli anni Trenta del XX secolo, con il crollo delle democrazie in alcuni importanti Paesi, a causa dell’avvento dei totalitarismi; nel 1945, con il “trionfo bipolare”, dopo la sconfitta del nazifascismo, degli Stati Uniti e della Russia Sovietica; nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, percepita, secondo l’espressione del politologo statunitense Francis Fukuyama, come “fine della storia”.
Come è facile capire si tratta di un insieme di eventi o “momenti” che hanno scandito l’evoluzione della cultura politica occidentale, corrispondendo il loro accadimento a singole “tessere” della complessa organizzazione istituzionale in cui si è sostanziata la democrazia sino ai nostri giorni. Oggi, però, afferma Mény, si assiste ancora inconsapevoli della rottura epocale innescata dalla crisi del “capitalismo globalizzato all’interno di sistemi democratici che ne hanno permesso la nascita, favorito lo sviluppo, e che, come apprendisti stregoni, si sono fatti rubare il fuoco”. La globalizzazione delle economie nazionali alla base della crisi non è meno gravata da rivoluzioni (tecnologiche, economiche, finanziarie e sociali) che, per quanto incruente, sono così gravide di conseguenze da avere un impatto profondo sui sistemi politici dei Paesi coinvolti. Infatti, dal crollo del Muro di Berlino, le democrazie si sono “svuotate”, proprio nel momento in cui Francis Fukuyama, il politologo americano, affermava dovessero prevalere in modo esclusivo, senza “modelli concorrenti”: ciò pero non è accaduto – afferma Mény – perché “l’assenza di un’alternativa credibile ha costituito il loro tallone d’Achille”.

Secondo il politologo francese, a partire dal momento in cui le democrazie sono sembrate liberate da ogni minaccia, “i loro difetti e le loro debolezze congenite sono apparsi in piena luce”, a causa del fatto che, parallelamente al loro presunto trionfo, è emersa la potenza del “loro compagno di viaggio, l’alter ego, il secondo elemento della coppia considerata indissolubile: il mercato”. E’ accaduto, infatti, che il mercato, dopo essersi liberato “dalla sua prigione nazionale”, sia divenuto il controllore della politica e della democrazia.
La sottomissione al mercato è stata la conseguenza del venire meno, con la globalizzazione, di ogni potere regolatorio dello Stato sull’economia nazionale, in quanto un “primo strato di base” dei sistemi democratici è crollato, nel momento stesso in cui il mercato globale ha avuto il sopravvento sullo Stato nazionale. Un secondo cedimento è avvenuto con riferimento ad un altro elemento portante dei sistemi democratici, ovvero, in relazione al sistema delle rappresentanze e della mediazione. Quest’ultimo cedimento ha comportato una crisi crescente dei principi sui quali si è basato progressivamente il funzionamento dei sistemi democratici; principi quali quelli di selezione delle élite politiche e di delega del potere a specifici rappresentanti sono stati indeboliti, divenendo causa, a loro volta, della crisi dei partiti e degli altri corpi intermedi, i quali hanno così cessato di essere i pilastri di sostegno dei sistemi democratici tradizionali. La sopravvivenza dei partiti e dei corpi intermedi è divenuta sempre più dipendente da “artifici giuridici” – afferma Mény – e, per quanto siano riusciti ad evitare la definitiva scomparsa della democrazia, la loro azione non ha potuto evitare che i regimi democratici, là dove sono sopravvissuti, divenissero il presidio e il sostegno del libero mercato.

La crisi dei partiti e dei corpi intermedi ha avuto anche un impatto negativo sulla capacità di tenuta della coesione sociale dei sistemi democratici. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i Paesi democratici avevano allargato i diritti civili, sociali e politici e potenziato la garanzia del loro esercizio, ponendo il cittadino al centro del sistema democratico, tanto come attore politico, quanto come attore economico; nonostante la sopravvivenza del ricorso a rapporti di delega e di rappresentanza, però, oggi – a parere di Mény – grazie alle nuove tecnologie dell’informazione, l’individuo ha potuto “ritenersi il padrone dell’universo”, dal momento che, per la cura di tutti gli aspetti della sua vita privata e pubblica, non ha avuto più bisogno d’essere rappresentato da corpi a lui estranei. Agli esiti di questa forma di “terremoto sociale”, la politica non è riuscita a sottrarsi; ciò perché la diffusione dell’uso delle tecnologie dell’informazione è valsa a radicare nel cittadino il convincimento d’essere divenuto, rispetto al passato, molto più uguale a tutti restanti componenti il sistema sociale di appartenenza, motivandolo a pensare che, rifiutando alcuni principi organizzativi della vigente struttura istituzionale democratica, fosse possibile avvalersi delle nuove condizioni storiche, per rovesciare le credenze e rompere le convenzioni che avevano permesso di “costruire la democrazia” nel corso dei secoli.

Dalla fine del XX secolo, la diffusione delle tecnologie informatiche ha così favorito l’allargamento del dibattito politico, che ha teso a concentrarsi progressivamente sulla critica dei “pilastri dei sistemi politici”; i sostenitori di tale critica, tuttavia, non hanno proposto un’alternativa credibile alla democrazia esistente, in quanto si sono limitati a rimproverare agli establishment dominanti “il tradimento, lo svilimento e la corruzione degli ideali democratici in favore di consorterie e caste privilegiate detentrici ufficiali o occulte del potere”. La critica, però, secondo Mény, è stata condotta in forma confusa, solo “per invocare una purezza perduta, un mondo ideale che non è mai esistito”.
La contestazione degli establishment dominanti e dei partiti tradizionali, come è sempre avvenuto all’inizio di ogni rivoluzione, non è stata portata avanti nella prospettiva della creazione di un nuovo ordine politico; le proposte avanzate sono risultate per lo più caratterizzate da “passioni ed emozioni”, proprie di coloro che, aderendo a movimenti di protesta spontanei, di solito rifiutano qualsiasi forma di leadership proveniente dall’alto e distante dalla protesta movimentista. E’ accaduto così che, mentre la democrazia oggetto della critica dei “movimenti”, sorta e perfezionatasi nel tempo, nutriva il proposito “di pacificare e di ricondurre la violenza fisica nell’alveo di un confronto civile e rispettoso”, quella proposta dai “movimenti” – afferma il politologo francese – ha rifiutato il “linguaggio” dei partiti tradizionali, preferendone uno “violento e offensivo”, che gli aderenti ai movimenti spontanei e populisti hanno considerato legittimo, “sostenendo di parlare la ‘lingua del popolo’”.

Dall’inizio del nuovo secolo, nei Paesi di antica democrazia, i gruppi spontanei hanno aperto la strada all’ascesa irresistibile del populismo, cioè alla protesta condotta fuori da ogni contesto organizzato dei gruppi sociali più deboli, in conseguenza dell’esasperazione e della frustrazione originate dal continuo deteriorarsi delle loro condizioni sociali ed economiche. L’impatto dell’espandersi del populismo ha messo (e continua a mettere) a dura prova la tenuta di ciò che ancora resta dei sistemi democratici, in quanto le nuove formazioni politiche, verso le quali hanno orientato il loro consenso i gruppi esasperati e frustrati, hanno teso ad esprimere la protesta in modo del tutto nuovo.
In passato – sostiene Mény – partiti e sindacati riuscivano ad organizzare il malcontento, per condurre un’opposizione all’azione dei governi la cui politica era giudicata antisociale; successivamente, a cavallo tra il XIX secolo e l’inizio di quello attuale, “la conversione dei partiti socialdemocratici alle politiche neoliberali, indotta dalla globalizzazione dei mercati, ha finito per lasciare un vasto spazio all’insoddisfazione politico-sociale”, aggravatasi col peggiorare della situazione economica. Tuttavia, oltre all’insoddisfazione politico-sociale e alla conversione dei partiti socialdemocratici alle politiche neoliberali, la crescita del populismo è dovuta al fatto che essa non sia stata compresa dalle forze socialiste democratiche. Mény ritiene che queste forze siano state vittime dell’interiorizzazione di “una sorta di semplificazione”, consistita nel demonizzare il populismo, “assimilandolo e riducendolo a un fenomeno di estrema destra […], risparmiandosi lo sforzo di un’analisi più rigorosa, non rendendosi conto che avrebbero pagato molto caro questo errore di interpretazione”.
L’assimilazione del populismo all’estrema destra mostra il “fascino della semplicità”; si è trattato, però, per Mény, di un’interpretazione semplicistica e superficiale, perché ha presentato “il vantaggio di far rientrare una realtà complessa in categorie dell’agone politico familiari e rassicuranti”, inducendo a considerare i populisti solo come estremisti di destra, che, in quanto tali, dovevano essere combattuti. Si è trattato di un’interpretazione molto approssimativa che non ha avuto niente a che vedere con la realtà e che ha mancato di valutare obiettivamente il fatto che i populisti supportavano un movimento di protesta, simile nei suoi prevalenti atteggiamenti ai movimenti di destra, ma “ancorato a sinistra” sul piano sociale.

Il paradosso che le forze socialdemocratiche non abbiano compreso la natura di istanze di sinistra emergenti dalla protesta populista sta nel fatto che le diagnosi originarie si sono, almeno in parte, rivelate come “una profezia” che si sarebbe autoavverata. Oggi nessuno dubita che le idee e i valori di destra si siano infiltrati nelle formazioni politiche populiste, sino al punto di avere un impatto profondo nella conduzione del dibattito politico dei Paesi europei nei quali il populismo si è diffuso. Anche l’Italia è stata contagiata dal populismo, più specificamente da due forme di populismo antagoniste, ma alleate nell’esercizio dell’attività di governo e unicamente cementate dagli effetti delle politiche di austerità.
Non per questo, le forze socialiste e democratiche devono rimanere inerti, sul piano dell’elaborazione di una possibile proposta politica, a fronte dell’esito delle loro sbagliate valutazioni riguardo all’origine del movimento populista. Lasciare che le due forme di populismo antagoniste perseverino nell’esercizio congiunto dell’azione di governo può esporre a seri rischi la democrazia italiana; è auspicabile, perciò, che le forze socialiste democratiche del Paese si ricordino che non vi è alternativa credibile alla democrazia, salvo, come ricorda Mény, quella di cadere provvisoriamente nell’anarchia, per poi finire nelle angustie di un regime illiberale.

Non si può non concordare con il discorso del politologo francese, sulla crisi dei regimi democratici dei Paesi contemporanei economicamente sviluppati: le forze socialiste democratiche devono tenere presente che la “democrazia è un libro aperto, le cui pagine non sono state tutte scritte” e che si è ancora lontani dall’aver esaurito le risorse della sperimentazione. Se c’è un’iniziativa da compiere, questa non può che consistere ora nel ricupero di quella parte del movimento populista meno compromessa a destra; ciò al fine di creare un blocco sociale in grado di esprimere una politica appropriata alla rimozione della cause dell’esasperazione e della frustrazione dei gruppi più deboli, che sono state il collante principale dell’intero movimento populista.

A tale scopo, il ricupero della parte del movimento populista meno esposto a destra non può che avere come obiettivo quello di riportare sotto controllo democratico il libero mercato della globalizzazione; se possibile, attraverso forme innovative rispetto a quelle sin qui sperimentate, per il contenimento dei disagi sociali che la globalizzazione ha causato e continua a causare (in primo luogo, la disoccupazione strutturale irreversibile, le disuguaglianze distributive e la diffusione della povertà); a tali disagi, infatti, si devono l’esasperazione e la frustrazione dei gruppi sociali che, inascoltati e incompresi, sono divenuti la base sociale di sostegno del populismo.

Gianfranco Sabattini

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